8 Marzo 2012/Grazie a te perchè sei donna
Cara amica ti scrivo per ascoltarti
Mia cara amica, in questa 102^ Festa della Donna sento il bisogno di fare un po’ il punto della situazione insieme a te rispetto a tanti aspetti che vengono citati in occasione di questa nostra festa, divenuta una semplice occasione, in una miriade di casi, per uscire a cena tra noi e punto e basta. Una giornata “dedicata” dovrebbe essere, concorderai, spero, con me, un momento di riflessione per una presa di coscienza e una ripartenza. Hai ricevuto anche tu uno dei circa 15 milioni di ramoscelli di mimosa che ogni anno l’8 marzo vengono regalati alle donne italiane? Che senso ha se poi quelle mani che regalano sono le stesse che brutalizzano, anche in modo inconsapevole? E violenza non è solo stupro. Violenza può esser anche solo uno “Stai zitta perché tanto “voi” donne pensate a metà”.
Una violenza che inizia con le forme più lievi, dalla minaccia di esser colpita fisicamente, per passare alla spinta, allo strattone, all’essere colpita con un oggetto o schiaffeggiata, sino a finire ai calci, ai pugni, a tutto il resto che, scusami, mi nausea ripetere. Siamo così sicure d’aver raggiunto, almeno in casa, la parità? Ripensa un attimo anche tu a quante volte ti è rimasto l’amaro in bocca di un discorso non portato a termine perché la persona cui hai dedicato tutta te stessa non ha voluto ascoltarti, fosse stato anche solo con il gesto sgarbato del voltare le spalle e andar via. Dobbiamo riflettere su violenza e discriminazione, pacatamente impegnarci tutti i giorni perché la realtà descritta su tutti i giornali in giornate come questa cambi. La violenza è nella quotidianità di molte donne: ci dicono che sono quasi 7 milioni le italiane tra i 16 e i 70 anni che hanno subito violenza fisica o sessuale nel corso della loro vita, vale a dire 3 su 10. 5 milioni hanno subito violenze sessuali, cioè più di 2 su 10 e quasi 4 milioni violenze fisiche , ancora una volta 2 su 10. E che dire della discriminazione? Nel lavoro è anche questo pane quotidiano.
Il nostro tasso di occupazione femminile e’ tra i più bassi d’Europa e la percentuale scende ancora nel caso di donne con figli! Come se esser madri fosse una colpa e non un tesoro! Vuoi i numeri? Se sei una donna tra i 25 e i 54 anni e non hai bambini hai la possibilità di esser occupata in 6 casi su 10. Se hai un figlio le tue possibilità scendono a 5 su 10. Però …ci regalano le mimose! Credo che nel 1910, quelle lavoratrici di Copenaghen che decisero di creare la giornata mondiale della donna immaginassero tempi più brevi per raggiungere l’applicazione concreta delle pari opportunità. Mia cara amica, la strada è ancora lunga. Bisognerebbe che qualcuno provasse vergogna per il nostro civile Paese nel quale Ogni tre giorni una donna viene uccisa dal proprio partner. Un vero massacro di genere. Un “malpaese” dove l’omicidio da parte del proprio marito, fidanzato, ex, figlio è la prima causa di morte per le donne tra i 16 e i 44 anni. Una uccisione che spesso è l’esito di un percorso di persecuzione, oggi finalmente reato per il quale troppo poco ancora si fa, lo stalking. Del resto già l’Eures, ricorderai, aveva dimostrato che un omicidio su quattro in Italia avviene in famiglia.
Sì, tra le nostre “sicure” mura domestiche dove il 70% delle vittime è costituito da donne, uccise per ragioni passionali o in seguito a liti e difficoltà in famiglia, e in 8 su 10 casi per mano di un uomo. Le denunce sono aumentate, è vero. Sono aumentati la prevenzione e il contrasto. Ma le donne continuano a morire per mano degli stalker-predatori. Magari da anni denunciano la violenza, il pericolo, l’accanimento fisico e psicologico. Tutti sanno, ma nessuno sembra essere in grado di agire per fermare l’aggressione. L’assassinio. La morte silenziosa arriva quasi sempre in modo prevedibile. Non c’è stupore. C’è indifferenza o rassegnazione, fino al colpo di grazia che chiude mesi, anni di confronto a distanza fra la preda e il cacciatore. Tutt’al più gossip e plastici in seconda serata per la morbosa curiosità purtroppo di molti. Per onestà intellettuale non credo che sia giusto parlare di assenza di norme adeguate. In Italia ci sono le leggi e le professionalità. Il deficit è piuttosto nella comunicazione e nei percorsi di formazione. È un deficit culturale.
Il segno di un declino sociale che si accompagna alla mancanza di rispetto e attenzione verso tutte le categorie esposte. Oggi parliamo di donne, perché è l’8 marzo, ma potremmo dire di bambini, anziani, immigrati, portatori di handicap… Una donna uccisa ogni tre giorni dal proprio marito o partner o familiare è una sconfitta dell’intero tessuto sociale del Paese. La prova di una sensibilità e una capacità di reazione che mancano, di un disprezzo profondo da parte di molti e in molte direzioni. Una dimostrazione di ignoranza, viltà e connivenza.
Loredana Di Cuonzo
Capaci di relazioni forti
Lo ammetto: in tema femminilità non sono granché ferrata.
Colpa dello strano percorso che mi sono ritrovata a fare nel tempo.
A volte mi pare di aver scoperto solo a quaranta anni d’essere donna, infatti, e contestualmente di aver rilevato, dati alla mano, che la cosa in fondo non era poi così importante. Ciò che conta veramente è l’essere umani. Umani fino in fondo, nel rispetto e nella valorizzazione delle differenze. Nel dettaglio, le prime cose accertate intorno a dieci anni, sono state due per me.
Le femmine erano più veloci in tutto, tranne che nello sport.
E poi è assai divertente sentirsi femminista.
Avevo un’amica maschiaccio, infatti: andava benissimo a scuola ma si disperava per le sue prestazioni nei cento metri. C’era sempre un maschio a superarla. La mia maestra, invece, era una sessantottina piena di creatività; una volta mi aveva aiutato a scrivere un articolo per la rivista scolastica in cui raccontavo di una zia costretta a posizionare le pantofole davanti alla porta di casa qualche minuto prima del rientro del marito dal lavoro. Tutti avevano riso e io ero diventata famosa in tutta la scuola. Sport e femminismo. Deve essere stato anche per questo che ho amato pazzamente Simone de Beauvoir e Sibilla Aleramo e per anni mi sono nutrita solo di penne femminili. Di quello che venne dopo, i tempi all’università, i primi amori, la ricerca di una sistemazione professionale, ricordo soprattutto il bisogno di scegliere. Le donne scelgono di continuo. Rivestendo più ruoli, imparano presto a gestire il proprio tempo, selezionando percorsi e priorità. Ciascuna fa scelte diverse, è vero, ma sempre con la stessa determinazione. E scegliendo crea legami. Ecco cosa ho scoperto ancor più di recente: le donne sanno creare relazioni forti.
È una bufala quella secondo la quale le donne non sono solidali tra loro. Le donne prima tutto scelgono, solo dopo progettano e agiscono solidalmente. Ne ho avuto infinite conferme sul lavoro, poiché da anni dirigo il personale amministrativo del Tribunale per i Minorenni di Lecce, composto perlopiù da donne. E lo stesso dicasi per la scrittura. Nella narrativa la voce delle donne non è frequente, ma, quando c’è, è stentorea e genera mondi, collettività. Così è stato anche durante il breve viaggio fatto con due libraie, amiche care che ho scelto e che mi hanno scelta come sguardo esterno verso un sogno imprenditoriale ricco di suggestioni. Perché le donne sognano. Sognano assai, ed è forse questa la differenza più importante.
Elisabetta Liguori
Dirigente Amm. Tribunale Minori – Lecce
Apulia Project: Itinerario rosa
“Orienta-Donna” è l’info point offerto nei mesi di marzo e aprile da Apulia project, la prima cooperativa femminile della Puglia.
Secondo l’Istat, l’occupazione femminile pugliese è di 15 punti inferiore a quella italiana, a causa della difficoltà che si incontra ancora oggi nel conciliare le esigenze familiari e quelle lavorative.
Come dimostra l’analisi regionale promossa dall’Osservatorio economico di Confartigianato imprese Lecce e recentemente pubblicata nel rapporto “Donne che resistono”, la presenza femminile nelle imprese è tutt’altro che marginale. Le donne rappresentano infatti il 31,7% dei lavoratori impiegati nel Salento, eppure sono numerosi gli ostacoli che esse incontrano nella loro ascesa professionale, perché non supportate dagli strumenti del welfare: la stessa Lecce si colloca al 90° posto tra le province italiane, nell’Indice 2011 di Confartigianato “Donne, imprese e lavoro”.
È per questo motivo che Apulia project presenta, all’interno dell’Itinerario rosa 2012, il programma “OrientaDonna”, un info point sulle nuove opportunità imprenditoriali, formative e lavorative riservate alle donne, che sarà attivo dalle 15.00 alle 18.00 nei giorni 9, 16, 23, 30 marzo e il 14 aprile. I servizi di base che tale sportello si propone di offrire sono: l’ascolto delle problematiche ?femminili nel mondo lavorativo; l’informazione, la consulenza e l’assistenza tecnica sugli strumenti di finanziamento ?in favore delle imprese, femminili e non; un supporto nella compilazione del curriculum; un orientamento di studio e di lavoro.
Nel corso degli ultimi due appuntamenti della rassegna, inoltre, è previsto l’intervento di giovani esperti. Il 30 marzo il dott. Piergiorgio Ingrossi si occuperà di “Fonti di finanziamento ?per l’imprenditoria femminile”, mentre il ?14 aprile ?il tema “Differenze di genere e pari opportunità”, ?sarà trattato da Rosa Fanizzi,? Carlo Vantaggiato,? Emanuele Sergio e? Giovanni Tarantino, dell’associazione “Avvocati d’Ateneo”.
Nata nel gennaio 2012 dalla comune ambizione di un gruppo di giovani progettiste, Apulia Project è la prima cooperativa rosa di Puglia che si occupa di progettazione sociale, operando nei settori socio-educativo, assistenziale, sanitario, culturale, ambientale e turistico attraverso l’ideazione e la creazione di servizi di utilità sociale, rivolti soprattutto a categorie deboli e/o a rischio di esclusione. La punta di diamante è la progettazione sociale – a livello locale ed europeo – anche a supporto di operatori terzi, pubblici e privati, impegnati a vario titolo in interventi di promozione della persona e delle comunità territoriali locali.
Lo sportello presentato all’interno dell’Itinerario rosa, personalizza un modello generico di consulenza sulla base delle singole esigenze, abbinando un’attività di formazione culturale sulle “pari opportunità” ad un’attività d’informazione, per accrescere la consapevolezza riguardo agli strumenti legali e finanziari dedicati alle donne. Un breve questionario sottoposto all’utenza del servizio “Orienta Donna” permetterà inoltre di scattare una vera e propria istantanea sulla realtà occupazionale femminile leccese. I dati ricavati da quest’azione, pubblicati sul sito www.apuliaproject.it, consentiranno alla cooperativa di elaborare nuovi progetti tarati sulle esigenze locali emergenti, riguardo le connessioni tra donna e lavoro.
Grazia Pia Licheri
Giornalista al femminile
Sensibilità, intuito, coraggio, caparbietà. Le doti che servono ad un buon giornalista sono da sempre connaturate all’universo femminile. Sarà per questo che la professione si colora sempre più di rosa. Difficoltà? Tante. Ma non solo perché, come rileva l’Istat, anche nel mondo dei media le donne hanno una busta paga più evanescente degli uomini e mansioni inferiori (la plancia di comando di giornali e tv è ancora incravattata). O perché la scalata gerarchica è disseminata di “proposte indecenti” (alle quali, in verità, si può garbatamente declinare).
L’ostacolo che a mio avviso più di tutti zavorra ogni ambizione di scalata, anche nel giornalismo, è il “fattore TT”: il Tempo Tiranno. La giornata di una donna in carriera che non si arrende alla zitellaggine dovrebbe durare 48 ore: cura della casa, spesa, cucina, accudimento dei figli, assistenza ai genitori. Attività che un tempo bastavano a sfiancare le nostre pur energiche nonne, ad assorbire tutto il loro tempo. Poi siamo arrivate noi, le nipoti hi-tech cresciute a pane e Mazinga Z. Novelle “Wonder Woman” capaci di adempiere a livelli elevati a tutte le mansioni un tempo svolte dalle casalinghe ed in più professioniste ineccepibili sul lavoro, puntuali, precise, instancabili, perfezioniste. L’agenda quotidiana di una giornalista con famiglia a carico (ma la musica non cambia per un architetto, un medico, una sarta) sarebbe complicata persino per il Mago Otelma. Gli adempimenti si incastrano come le bizzarre figure del Tetris: senza vie di fuga. Così, a fine giornata, ci si ritrova nel letto al buio, gli occhi sbarrati, indecise se ripercorre mentalmente gli errori commessi nella stesura di un articolo o in una titolazione, o se rimpolpare i sensi di colpa ripensando al pupo delegato troppo a lungo alla tata, alla mamma liquidata al telefono in modo tranchant o al soufflé della cena che si è afflosciato nel forno.
Viene in mente quella pubblicità in cui una donna in tailleur, armata di passeggino e borsa 24 ore, attraversava la città con falcate aggressive, scandite dal temibile e ferino urlo della squadra di rugby Maori. Possiamo andare avanti così? A mio avviso no. Dovremmo tutte fermarci e rilassarci un po’, capire cosa vogliamo davvero fare e cosa no, stilare priorità, ciascuna in base al proprio talento, abbassare l’asticella di ciò che pretendiamo da noi stesse. E, in questo 8 marzo, dovremmo soprattutto provare a volerci più bene.
Daniela Pastore
Giornalista e Consigliere OdG















