Pubblicato in: Gio, Mar 5th, 2015

L’8 Marzo/Storie di Donne Leccesi…Protagoniste nel quotidiano

IL MEDICO…

MOGLIE, MADRE DI DUE BIMBI E GINECOLOGA/“LA NOSTRA È UNA PROFESSIONE SEMPRE PIÙ AL FEMMINILE” 

La vicenda personale della dott.ssa Monia Signore si inca­stona nella macrostoria sociale del difficile percorso di emanci­pazione delle donne. Nel corso dei secoli l’arduo femminismo sansimoniano si è stemperato nell’alveo delle conquiste rosa di tante donne che, come la protagonista di questa storia, hanno trovato il giusto equilibrio tra esclusi­vismo professionale e totalizzante vocazione familiare. “Ho 42 anni e sono una ginecolo­ga, da circa 8 anni svolgo la mia professione presso l’Unità Ospedaliera di Ostetricia e ginecologia dell’Ospedale di Galatina e sono mamma di due bambini, uno di quattro anni e uno di appena un mese. Ho passato gran parte della mia vita sui libri sostenendo, da sempre, che se si perseguono le proprie aspirazioni con impegno si può raggiungere qualsiasi traguardo. E così dopo la laurea e la specializzazione mi sono affacciata nel mondo del lavoro rinunciando in un primo momento alla maternità. Sapevo che se aves­si avuto una gravidanza prima di essermi affermata nel lavoro sarei rimasta fuori da quel circuito che mi avrebbe consentito di re­alizzare ciò che volevo.

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La scelta di diventare mamma ha significato trovare un compro messo tra egoismo, naturale senso di protezio­ne per i figli e soprattutto senso pratico”. La dottoressa descrive con lo stesso entusiasmo e fierezza il doppio filo che intesse la sua vita: lavoro e famiglia, e apre poi uno squarcio sul ruolo del medico-donna nel nostro presente storico “La realtà è che, anche se la figura del medico è una professione sempre più al fem­minile, il lavoro è ancora pensato e organizza­to al maschile e tra le cause principali vi è so­prattutto la difficoltà nel conciliare famiglia e carriera. Quando penso al mio lavoro lo vedo come una conquista che nessuno potrà mai togliermi ma non mi vergogno di ammettere che non scalpito per rientrare in ospedale. Ho il privilegio di avere una mamma e un marito che mi hanno sostenuta in questi anni, ma per chi non ha questa rete di risorse umane e ma­teriali come può fare? La mia speranza è che nel futuro tutte le donne possano raggiungere i traguardi professionali prefissati senza dover rinunciare a nessuno dei ruoli ricoperti nella società: donna, moglie, medico, madre”. Ecco allora che anni di femminismo selvaggio si contraggono sino ad annullarsi nella vita della dottoressa Signore che con il suo esempio ha dimostrato che si può decostruire lo stereotipo di una donna monolitica e aprire a una profi­cua poliedricità femminile.

LA BADANTE

COME UNA FAVOLA DI FEDRO/“ALL’INIZIO ASSISTEVO GLI ANZIANI, ORA LAVORO IN UN CALL-CENTER” 

“Ora sono felice, ho trovato la tranquillità e tanto amore, quello di cui ognuno di noi ha bisogno”. 

La storia di Julia non è una sem­plice narrazione ma possiamo considerarla come una favola di Fedro. Un racconto breve ed essenziale che racchiude un seme di pensiero che speriamo produca frutto di riflessione sia nella sfera privata che nella vita pubblica come insegnano le favole del poeta latino. “Mi chiamo Iulia, ho 28 anni e sono nata in Romania ma vivo in Italia da 9 anni. Sono sposata e ho tre figli stupendi. Come tante donne straniere ho lasciato il mio paese per cercare lavoro e una vita migliore. In Romania vivevo con mia madre, senza mio padre, perché erano separati. Anni fa nel mio paese tantissime donne crescevano i propri figli da sole, visto che gli uomini erano violenti, spesso si ubriacavano e picchiavano le proprie mogli o compagne, quindi la fine inevitabile di una famiglia era quella di dividersi. Sono passati tanti anni e spero che qualcosa sia cambiato”. Gli occhi grandi di Julia velati sin ora da una dolce tristezza si riempiono di quella sincera gioia, che solo chi ha attraversato e superato una sofferenza sa esprimere. Comincia così con uno spirito diverso a parlarci della sua nuova vita nel nostro Paese. “Sono arrivata in Italia da sola e per nove mesi ho vissuto con una mia cugina a Torino.

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Nel frattempo è venuta anche mia madre, e abbiamo trovato lavoro, lei a Lecce ed io a Sogliano, dove ho lavorato come badante per circa un anno. A casa della signora presso la quale ho prestato servizio ho conosciuto mio marito. Dopo un anno di lavoro come badante sono andata a lavorare in un residence per qualche mese, poi sono tornata a Sogliano. Insieme al mio fidanzato (attuale marito) abbiamo trovato un impiego presso un call center, dove lavoriamo tutt’oggi. Nel frattempo sono rimasta incinta e ci siamo sposati. Nel 2008 è nato il nostro primo figlio, Stefano, poi è arrivato Mattia nel 2011 e circa quattro mesi fa la piccola e tanto attesa e desiderata Karol. Ora sono felice, ho trovato la tranquillità e tanto amo­re, quello di cui ognuno di noi ha bisogno”. Una storia a lieto fine che riverbera vicende di anacronistiche e al contempo attuali discrimi­nazioni razziali, in cui il buon senso si perde nel fanatismo. Una storia che ci auguriamo, secondo il costume Fedriano, abbia rivelato un insegnamento morale che lasciamo inter­pretare a ciascuno secondo la propria coscien­za. Una storia di speranza per tutte le donne.

Pagine a cura di Maria Rosaria Contaldo e Fatima Grazioli

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