A colloquio con l’Arcivescovo D’Ambrosio/Passione per Cristo, Amore per la Chiesa
Dopo 25 anni di Episcopato è stato pastore di quattro Chiese: Termoli, Foggia, Manfredonia e Lecce. Ci presenta brevemente il profilo di ciascuna?
La Chiesa di Termoli-Larino fu la prima eredità del mio predecessore, mons. Cosmo Francesco Ruppi. Vi trovai una comunità fortemente segnata dalle “fatiche” della fusione tra le antiche diocesi di Termoli e Larino. Si usciva da una situazione di violente ed irrispettose manifestazioni, ancora divisa tra fazioni. Ma con l’aiuto di Dio, non ebbi alcun problema, fui da subito ben accolto. Ho cercato di costruire un rapporto con la gente superando anche una certa diffidenza dei Molisani, scaturita in parte della morfologia del territorio, dal rude paesaggio geograficamente montuoso: presto divenni per loro un grande amico, una persona di cui ci si può fidare.
Nel 1999 la promozione ad Arcivescovo di Foggia-Bovino e il ritorno in Puglia.
Come non avrei mai immaginato di fare il vescovo così non avrei mai immaginato di ritornare nella mia provincia per essere l’Arcivescovo a Foggia, anch’esso territorio di fusione ma senza alcun problema di sorta. All’atto della costituzione della nuova diocesi si scelse di inglobare – sottraendola a Manfredonia – anche l’importante città di San Marco in Lamis per conferire maggiore consistenza alla diocesi. Una diocesi alquanto problematica non fosse altro che per la scarsità del clero. I vescovi, non avendo un clero autoctono, accoglievano chiunque tra ex religiosi, sacerdoti di diocesi limitrofe che per svariati problemi lasciavano e si trasferivano nella diocesi accanto. Foggia, storicamente vessata dalla guerra, cercò in ogni modo di superare le difficoltà. La gente sempre molto affabile e disponibile, tanto che su 55 parrocchie, in tre anni e mezzo riuscì a cambiare 35 parroci, a gestire trasferimenti senza problemi: il risultato di un importante e costruttivo rapporto di fiducia.
Poi l’inatteso ritorno a Manfredonia. Come lo visse?
Mai avrei pensato di divenire in seguito anche vescovo della mia diocesi d’origine: per me, era contro ogni logica. All’inizio ero in preda alla paura, in quanto divenivo vescovo dei miei stessi amici. Tuttavia, mi ritenni subito fortunato, se non altro in quanto conoscevo interamente e a fondo la Chiesa in cui ero nato in tutte sue le dimensioni, anche perché da prete ero stato collaboratore del vescovo e vicario per tutto il Gargano. Svolsi la Visita pastorale, la Missione popolare, la Missione giovani, etc.
Accanto al ministero, l’incarico per l’Opera di Padre Pio. In cosa consistette questo servizio insolito per un vescovo?
La difficoltà più rilevante si presentò a San Giovanni Rotondo, per la gestione delle opere di San Pio di Pietrelcina, ovvero la Casa Sollievo della Sofferenza: per certi versi ne fui intimorito, ma anche lì tanti problemi si sono risolti con la grazia del Signore e l’intercessione di San Pio. Al punto che, quando tutto era ormai risolto e avrei potuto dedicarmi a pieno all’amministrazione diocesana, è giunta la terza chiamata che mi ha condotto a Lecce. In quest’ulteriore passaggio a Lecce, ho letto l’intervento pacificatore di Padre Pio. Avevo un “debito” con lui: ecco perché sono venuto a Lecce e prima ancora a San Giovanni Rotondo, ove mi è stata affidata Casa Sollievo della Sofferenza ormai sull’orlo del disastro economico. In sei anni la Provvidenza, lo Stato, ma soprattutto Padre Pio hanno risanato il disastro ed, una volta risanato in gran parte il bilancio, ho estinto anche il “debito” con Padre Pio. Fu come un sentirsi dire: “Adesso puoi andare, hai pagato quello che dovevi per quello che ti ho dato”. Allora, in questa logica, tutto è chiaro ed anche l’umana sofferenza del distacco assume un’altra dimensione, perché rientra nella logica delle cose di Dio.
Cosa può aggiungere circa Padre Pio?
La mia è una devozione postuma. Negli Anni ’60, a seguito dell’ultima visita apostolica, la 27ma delle tante che egli ebbe, la più infelice, quella di mons. Carlo Maccari, si generò una netta separazione tra il clero locale e il Santo Frate. Personalmente, non l’ho conosciuto, perché i nostri superiori ci frenavano. E non nascondo che avevo sviluppato una certa diffidenza nei suoi confronti. Poi, nel 1970-71, venne pubblicato il primo volume dell’Epistolario di Padre Pio e, dopo averlo letto attentamente, caddero tutte le mie riserve, scoprii letteralmente di trovarmi di fronte ad un grande mistico, un grande santo, un uomo di Dio. Tornandoci da vescovo, ho riscoperto il valore immenso della celebrazione dell’Eucaristia, da allora ogni messa ha una novità e Padre Pio attraverso i suoi scritti mi ha trasmesso l’amore verso l’Eucaristia e le cose sante, tanto che vivo quel momento come il più grande dono che il Signore ogni giorno mi possa elargire e non si stanca di farlo.
Che cosa sapeva di Lecce?
Era per me una città della quale avevo grande considerazione, secondo quanto mi raccontavano e come me la descrivevano, sentivo che era una bella realtà delle Chiese di Puglia… e lo è ancora. All’inizio, esitavo poiché non riuscivo ad accettare quest’ulteriore passaggio, faticavo a comprenderlo, ma ben presto seppi che primi responsabili erano stati buona parte dei vescovi di Puglia. Essi, per loro stima, fecero il mio nome “ai piani alti”, che mi destinarono a una nuova dimora e una nuova sfida. Giunto nel Salento, a parte il primo momento di smarrimento dovuto all’ennesimo distacco dalla mia terra natìa, dove ero tornato senza che lo potessi immaginare, ho cominciato con grande entusiasmo e libertà di spirito. Sin da subito ho troncato col passato ed ho accettato che Lecce divenisse la mia casa e tutt’ora mi sento realmente a casa.
Cosa ha trovato qui da noi?
Sono stato accolto bene. Al di là di ogni mia previsione. E, anche se molte attese rivolte sulla mia persona probabilmente sono state deluse, personalmente ce l’ho messa tutta ed ancora non ho mollato. Chiaramente, le fatiche non mancano. Ad esempio, adesso sto constatando le difficoltà del numero dei sacerdoti: se dobbiamo fare ciò che la Chiesa ci chiede, rispettando date e pensionamenti, mi rendo conto che adesso non è più possibile in quanto siamo insufficienti.
Appena giunto a Lecce, i detenuti di Borgo San Nicola sono state le prime persone che ha incontrato. Questo gesto e quelli che sono seguiti hanno dato un’impronta al suo ministero leccese.
Quello che facciamo qui non l’ho mai compiuto nelle altre diocesi: l’attenzione verso i poveri e i carcerati c’è sempre stata in me, ma da parroco. Nella parrocchia, infatti, avevo istituito la mensa per i poveri a seguito dell’incontro con un anziano solo ed indigente. Questi si era sbarrato in casa e gli stessi parrocchiani, preoccupati non vedendolo più uscire mi esortarrono a recarmi da lui. Quando riuscii a farmi aprire la porta, fui talmente colpito da quella situazione che scappai in casa e gli portai quello che trovai: che impressione vederlo divorare un piatto di pasta ed un secondo di carne, ingoiava quasi senza masticare! Da lì, pensai di creare un mensa dei poveri e fu la prima esperienza di questo tipo in tutta la diocesi nei primi anni ’80. È vero, ho sempre avuto grande considerazione verso i più bisognosi. Forse perché venivo da una famiglia povera, dove però non è mancato mai nulla, anche perché ci accontentavamo di poco. E quest’educazione alla sobrietà mi ha accompagnato sempre.
Giunto al traguardo di questo Giubileo Sacerdotale, quali sfide l’attendono?
Guardo al futuro con un obiettivo difficile: la “sfida della comunione” che sto vivendo in questi anni e che vorrei potesse esprimere anche con gesti significativi la credibilità della Parola. La comunione presbiterale arranca a fatica c’è poco da fare.
Ci parli un po’ delle sue origini, della sua famiglia, dei suoi genitori.
Sono state figure importanti nella mia vita, persone di umili origini che hanno dato tutto. Le hanno pensate tutte per andare avanti. Mio padre faceva il carrettiere e, pur avendo solo la quinta elementare, negli anni ’50, s’inventò una cooperativa; poi divenne sindacalista ed aprì un patronato Cisl. Mamma contribuiva nel portare avanti la baracca e si mise a fare il pane, la notte si alzava alle due per ammassare chili e chili di farina e riusciva a vendere pane, farina, pasta… Misero su un negozietto e si sono sempre aiutati vicendevolmente. Durante la Visita pastorale a Manfredonia, dalle persone anziane che li avevano conosciuti seppi che compivano, l’uno all’insaputa dell’altro, gesti di carità e segretamente strappavano le pagine sui quaderni dove si segnavano i creditori. Il Signore li ha più che benedetti.E poi, se voglio bene ai preti a tal punto, lo devo a mia madre: fu questa, infatti, la sua ultima consegna. Poche ore prima di morire, tra le sue ultime raccomandazioni e richieste di perdono per tutte le volte che mi aveva fatto “adirare” mi ingiunse: “Tu devi voler bene ai preti, perché sono i tuoi fratelli”. Questo monito mi accompagna costantemente, anche se non sempre riesco a dimostrarlo.
L’opera di questi venticinque anni di Episcopato che la gratifica maggiormente?
Voi già pensate che io abbia trovato per l’esercizio della carità una Chiesa pronta e disponibile e ne sono compiaciuto. La povertà è incontenibile, non si esaurisce con poco. Certo, la Casa della Carità funziona bene, ma non debella la povertà. Attraverso la Visita pastorale, ho instaurato un rapporto vero con la gente che mi ha permesso di entrare nella vita quotidiana delle comunità e scoprire l’amore che tanti gratuitamente portano alla Chiesa, il bene che il popolo vuole ai preti. La gente ci è molto affezionata e spesso noi sacerdoti ce ne rendiamo conto poco, per cui qualche volta forse non restituiamo al cento per cento.
Quali sono i suoi prossimi traguardi?
Certamente la pensione e il paradiso. Continuerò a svolgere il mio compito come ho sempre fatto con lo stesso entusiasmo e la stessa passione per questo scampolo di anni che rimangono.
Pagine a cura di Christian Tarantino




















