Pubblicato in: Ven, Ott 3rd, 2014

“…A me mi”, “Ma però…”. Come cambia la Lingua

A colloquio con il Prof. Rosario Coluccia, Accademico della Crusca, Ordinario di storia della Lingua Italiana e Preside della Facoltà di Lettere e Filosofia, Lingue e Beni Culturali dell’Università del Salento.  

“Anche in letteratura, esistono esempi di “ma però” con funzione espressiva in cui lo scrivente utilizza una frase enfatica per richiamare l’attenzione del lettore. Un caso di “ma però” è presente perfino in Dante nel famoso canto dei barattieri”. 

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“In che modo si muove il dialetto? Perde i termini più arcaici. Consultando un nonno vissuto alcuni anni fa ci si accorge che conosce alcune parole di cui i suoi nipoti oggi non sono a conoscenza”. 

La lingua italiana è il mezzo che ci permette di relazio­narci nei diversi momenti della nostra giornata e nei vari contesti in cui siamo calati. Scopriamo con il Prof. Rosa­rio Coluccia, accademico della Cru­sca e preside della Facoltà di Lettere e Filosofia, Lingue e Beni culturali presso l’Università del Salento, come cambia la nostra lingua e quali sono i fattori che la influenzano.

dante

Prof. Coluccia, è vero che, al pas­so con i tempi e con la tecnolo­gia, anche la lingua italiana è in continua evoluzione? Come sta cambiando?

Che la lingua italiana sia in continua evoluzione è certo, per il semplice fatto che la lingua è un organismo vivente e quindi cresce e si sviluppa, abbandona alcune forme e ne crea di nuove. Come sta cambiando? Innanzitutto è un fatto estremamente positivo che la forma italiana sia varia e sia patrimonio comune degli oltre 60 milioni di italiani presenti sulla penisola. Non è sempre stato così, infatti fino agli anni 50-60 l’italofonia era un pa­trimonio riservato a pochi. Oggi la società è cambiata positivamente, l’istruzione è divenuta accessibile a tutti, i mezzi di comunicazione di massa si sono diffusi e così gli ita­liani sono arrivati all’italiano. La lingua è attraversata da fenomeni nuovi che spesso non coincidono con lo standard, come le disloca­zioni a sinistra o a destra, l’uso del presente pro futuro, frasi con il “che” polivalente.

Ma qual è l’atteggiamento da te­nere nei confronti di questi feno­meni?

Se si tratta di abitudini larga­mente diffuse, che spesso non sono neanche avvertite come variazioni dallo standard, possiamo accettar­li. Altra cosa è quando c’è l’errore, cioè l’uso sbagliato di tempi verba­li o della morfologia. Su questo non bisogna avere tolleranza. Quando è errore, è errore!

Esiste una differenza tra lingua parlata e lingua scritta? È vero che espressioni errate, ma molto spes­so utilizzate dai più, come “a me mi” e “ma però” possono essere considerate corrette se utilizzate nel linguaggio parlato, ma sbaglia­te se messe per iscritto?

Di fronte a questi fenomeni do­vremmo assumere l’atteggiamento di un osservatore piuttosto che quel­lo di un giudice. La lingua scritta è per sua natura più conservativa e riflessiva, mentre la lingua parlata è istantanea e ciò comporta maggio­re scioltezza nel linguaggio parlato. Qui entra in ballo la sensibilità del parlante. Nel caso di “a me mi” sa­rebbe meglio evitare il doppio dati­vo, a meno che non si voglia enfa­tizzare una frase. È vero però che è una forma largamente diffusa, come lo è anche il “ne” pleonastico. “Ma però”: è vero è una doppia avversa­tiva e quindi andrebbe spunta dalla lingua italiana. Tuttavia, anche in letteratura, esistono esempi di “ma però” con funzione espressiva in cui lo scrivente utilizza una frase enfatica per richiamare l’attenzione del lettore. Un caso di “ma però” è presente perfino in Dante nel fa­moso canto dei barattieri. In genere allontanarsi dallo standard è inutile, ma in alcuni casi ciò può avere fun­zione espressiva ed espressionistica, dunque ciò può essere accettato. Noi dobbiamo aspirare ad un uso consa­pevole della lingua.

Alcuni errori grammaticali sono molto comuni, come l’utilizzo dell’apostrofo nell’espressione “qual è”. Dato il diffuso utilizzo di tale espressione, talvolta anche sulla carta stampata, si può già o si potrà considerare corretta la for­ma “qual’è”?

Questo è un errore! È uno dei casi in cui direi di no. Questa è una forma apocopata e dunque non ci vuole l’apostrofo. Quindi, soprattut­to chi scrive sulla carta stampata, deve fare attenzione. La lingua ita­liana ha questa regola e quindi non può essere violata!

Cosa deve accadere affinché una regola grammaticale venga modi­ficata?

Bisogna che ciò che nella tra­ dizione viene considerato errato diventi così diffuso, così massiccio e così accettato, da passare dall’es­sere considerato un fattore anomalo all’essere una regola. Tutto ciò sarà sancito, poi, dalle grammatiche e dai vocabolari, dunque diventerà lo standard. Nella lingua i cambiamenti non sono mai istantanei. La regola è che decidono i parlanti.

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