“…A me mi”, “Ma però…”. Come cambia la Lingua
A colloquio con il Prof. Rosario Coluccia, Accademico della Crusca, Ordinario di storia della Lingua Italiana e Preside della Facoltà di Lettere e Filosofia, Lingue e Beni Culturali dell’Università del Salento.
“Anche in letteratura, esistono esempi di “ma però” con funzione espressiva in cui lo scrivente utilizza una frase enfatica per richiamare l’attenzione del lettore. Un caso di “ma però” è presente perfino in Dante nel famoso canto dei barattieri”.
“In che modo si muove il dialetto? Perde i termini più arcaici. Consultando un nonno vissuto alcuni anni fa ci si accorge che conosce alcune parole di cui i suoi nipoti oggi non sono a conoscenza”.
La lingua italiana è il mezzo che ci permette di relazionarci nei diversi momenti della nostra giornata e nei vari contesti in cui siamo calati. Scopriamo con il Prof. Rosario Coluccia, accademico della Crusca e preside della Facoltà di Lettere e Filosofia, Lingue e Beni culturali presso l’Università del Salento, come cambia la nostra lingua e quali sono i fattori che la influenzano.
Prof. Coluccia, è vero che, al passo con i tempi e con la tecnologia, anche la lingua italiana è in continua evoluzione? Come sta cambiando?
Che la lingua italiana sia in continua evoluzione è certo, per il semplice fatto che la lingua è un organismo vivente e quindi cresce e si sviluppa, abbandona alcune forme e ne crea di nuove. Come sta cambiando? Innanzitutto è un fatto estremamente positivo che la forma italiana sia varia e sia patrimonio comune degli oltre 60 milioni di italiani presenti sulla penisola. Non è sempre stato così, infatti fino agli anni 50-60 l’italofonia era un patrimonio riservato a pochi. Oggi la società è cambiata positivamente, l’istruzione è divenuta accessibile a tutti, i mezzi di comunicazione di massa si sono diffusi e così gli italiani sono arrivati all’italiano. La lingua è attraversata da fenomeni nuovi che spesso non coincidono con lo standard, come le dislocazioni a sinistra o a destra, l’uso del presente pro futuro, frasi con il “che” polivalente.
Ma qual è l’atteggiamento da tenere nei confronti di questi fenomeni?
Se si tratta di abitudini largamente diffuse, che spesso non sono neanche avvertite come variazioni dallo standard, possiamo accettarli. Altra cosa è quando c’è l’errore, cioè l’uso sbagliato di tempi verbali o della morfologia. Su questo non bisogna avere tolleranza. Quando è errore, è errore!
Esiste una differenza tra lingua parlata e lingua scritta? È vero che espressioni errate, ma molto spesso utilizzate dai più, come “a me mi” e “ma però” possono essere considerate corrette se utilizzate nel linguaggio parlato, ma sbagliate se messe per iscritto?
Di fronte a questi fenomeni dovremmo assumere l’atteggiamento di un osservatore piuttosto che quello di un giudice. La lingua scritta è per sua natura più conservativa e riflessiva, mentre la lingua parlata è istantanea e ciò comporta maggiore scioltezza nel linguaggio parlato. Qui entra in ballo la sensibilità del parlante. Nel caso di “a me mi” sarebbe meglio evitare il doppio dativo, a meno che non si voglia enfatizzare una frase. È vero però che è una forma largamente diffusa, come lo è anche il “ne” pleonastico. “Ma però”: è vero è una doppia avversativa e quindi andrebbe spunta dalla lingua italiana. Tuttavia, anche in letteratura, esistono esempi di “ma però” con funzione espressiva in cui lo scrivente utilizza una frase enfatica per richiamare l’attenzione del lettore. Un caso di “ma però” è presente perfino in Dante nel famoso canto dei barattieri. In genere allontanarsi dallo standard è inutile, ma in alcuni casi ciò può avere funzione espressiva ed espressionistica, dunque ciò può essere accettato. Noi dobbiamo aspirare ad un uso consapevole della lingua.
Alcuni errori grammaticali sono molto comuni, come l’utilizzo dell’apostrofo nell’espressione “qual è”. Dato il diffuso utilizzo di tale espressione, talvolta anche sulla carta stampata, si può già o si potrà considerare corretta la forma “qual’è”?
Questo è un errore! È uno dei casi in cui direi di no. Questa è una forma apocopata e dunque non ci vuole l’apostrofo. Quindi, soprattutto chi scrive sulla carta stampata, deve fare attenzione. La lingua italiana ha questa regola e quindi non può essere violata!
Cosa deve accadere affinché una regola grammaticale venga modificata?
Bisogna che ciò che nella tra dizione viene considerato errato diventi così diffuso, così massiccio e così accettato, da passare dall’essere considerato un fattore anomalo all’essere una regola. Tutto ciò sarà sancito, poi, dalle grammatiche e dai vocabolari, dunque diventerà lo standard. Nella lingua i cambiamenti non sono mai istantanei. La regola è che decidono i parlanti.

















