A proposito di violenza verbale… Cultura dell’aggressività o del dialogo?
Non è solo un gergo. A volte si tratta di un linguaggio con componenti di cinismo e autoreferenzialità o di aspre manifestazioni d’irritazione dinanzi a diritti conculcati. Altre volte di sgarbate estrinsecazioni che esprimono rivendicazioni politiche, modi di dire durante iraconde discussioni televisive, insolenti reazioni per di incidenti magari banali, proteste verbali in occasione di attività agonistiche per le quali si è persino abituati a vedere agenti in assetto antisommossa… È soprattutto uno stile.
La violenza verbale rivela una cultura. Non di rado si coglie la sensazione che la gente coltivi già in sé tanta rabbia per relazioni conflittuali che fomentano tensioni sulla base del disagio, della precarietà, della sfiducia. Per molti, poi, la parola triviale è soprattutto una provocazione più che un’offesa. Comunque, non ci si può rassegnare alla volgarità, al furore nel parlare. Certo, è opportuno distinguere tra aggressività e semplice linguaggio pittoresco o pacatamente icastico, presente in tante piazze virtuali.
E riconoscere il diritto di esprimere sempre il proprio malessere, magari la “rabbia”. “Bisogna comprendere il disagio dei giovani e dare loro concrete risposte”, sostiene con ragione il Presidente Napolitano. Necessita, ad ogni modo, una rinascita comunitaria del senso civico. Una cultura che non insegue le sensazioni, ma proclama nuove forme di emancipazione proprio nel cercare apertamente la libertà di annunciare la verità, ha fiducia nell’intelligenza e nella disponibilità dell’ascoltatore e impegna a sviluppare il dialogo con tutti costruendo conciliazione sulla base dei diritti.
Si tratta pure di reimpostare certi modi di vivere l’esperienza politica, per non scadere nell’intolleranza e addirittura nella violenza. Non basta solo mutare parole ed espressioni, ma soprattutto occorre andare alle radici della disposizione dovuta a gravi problemi irrisolti, prestando maggiore attenzione alle diverse forme di cultura, costruendo un rapporto comunionale con l’altro e facendo leva sulla condivisione dei bisogni. Per il cristiano, poi, si tratta di considerare la vulnerabilità di Dio in Cristo crocifisso, che, per usare un’espressione di Benedetto XVI, è il sì all’amore e alla verità.
Una grande sfida si presenta dinanzi a tutti: costruire lo sviluppo sociale fronteggiando la difficile situazione etica ed economica nella convinzione che dimensione morale, relazioni umane, rapporto religioso, e quindi annuncio della Buona Novella, possono incidere molto positivamente sul progresso. Come non pensare alle certezze e alla dolcezza di Papa Francesco?
Adolfo Putignano















