Pubblicato in: Ven, Giu 27th, 2014

A Roca/D’Ambrosio: Il prete si forma nella comunione

Il tradizionale incontro di fine Anno Pastorale tra l’Arcivescovo e i Sacerdoti della Diocesi.

L’incontro vissu­to coi sacerdoti venerdì 20 giugno a Roca, è stato motivo di bilanci e di prospettive future per il nostro Arcivescovo mons. Domenico D’Ambrosio. Nelle parole rivolte al presbiterio da parte del vescovo c’è stato spazio per la gratitudine al Si­gnore per il dono della fraternità sacerdotale e per riconoscere le fatiche e il lavoro svolto durante tutto l’intero anno pastorale. Non semplicemente un modo per tirare le somme, per fare dei bilanci, ma occasione per pro­iettare la Chiesa di Lecce verso il futuro. Accogliendo l’invito che Papa Francesco ha rivolto a tutti i vescovi d’Italia riuniti in assemblea nei giorni scorsi, il nostro pastore ha tratteggiato le linee per le sfide a cui come ministri il Signore ci chiama. La prima sfida parte proprio dall’essenziale: la formazione permanente dei presbiteri. Su questo nei prossimi mesi non solo si confronterà la Chiesa italiana, ma anche la nostra Chiesa particolare. Un modo per guardare come Dio sogna i pa­stori che Egli stesso sceglie per pascere il suo gregge. Un modo per ridestare il sogno di bellezza che è inscritto dentro al cuore dei ministri di Dio. Spesso, infatti, (sono parole del Papa) “i nostri sacerdoti sono scoraggiati anche dai risultati scarsi…”.

Il primo rimedio, dunque, è quello di vivere il nostro, più che come tempo di bilanci che conteggiano i risultati umana­mente raggiunti, come il tempo della pazienza. Non ha tardato il nostro vescovo a fare sua l’esortazione del Papa ad avere cuore e vicinanza per i propri sacerdoti. Non abbiamo fatto fatica a cogliere nelle parole ri­volteci dal Vescovo un rinnova­to impegno da parte sua a farci sentire, come presbiteri, a casa nel suo cuore di pastore, nel cuore della Chiesa, nel cuore di Dio. Detto in maniera esplicita abbiamo avuto la percezione di aver ricevuto una dichiarazione di amore tutta speciale e parti­colare. Sapere che il Vescovo ha a cuore la formazione umana, affettiva, culturale, spirituale dei presbiteri è una iniezione di fiducia e uno sprone a profon­dere sempre di più e meglio le energie per la vigna del Signore. Non a caso chi si sente amato, chi sperimenta l’amore ricevuto, è capace di donare a sua volta amore. E così il clero leccese ha dovuto percepire le parole del Vescovo.

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È vero, ci sono tante questioni, tanti interrogativi che chiedono a noi sacerdoti risposte. È vero, abbiamo paura di andare verso le situazioni inedite, ma come il Papa dice: “dobbiamo uscire dalle nostre comodità” (EG 20. 24). Ci scoraggia la riduzione del numero dei preti, le crisi e gli abbandoni del ministero. Esistono ferite prodotte da scandali e peccati contro la ca­stità, la povertà, l’obbedienza. In alcuni ambienti è presente la piaga del carrierismo, la pe­dofilia. Eppure, non possiamo attardarci nel guardare solo al negativo, ma alle nuove sfide. Come, per esempio, sviluppare una presenza più incisiva delle donne nella Chiesa. La sfida dei giovani. È urgente che loro abbiano più attenzioni. Il sacer­dote è uomo di Dio che non si lascia rubare la forza missiona­ria. È stato importante, allora, sentire riecheggiare per noi sacerdoti l’invito dell’apostolo Paolo: “Ti ricordo di ravvivare il dono di Dio, che è in te me­diante l’imposizione delle mie mani” (2 Tm 1,6). Il ministero non è un peso da sopportare, è un dono, una grazia. Tanti sono i dubbi e le incertezze che possono giungere: “Perché ha scelto proprio me?”. Di fronte a questo dono occorre avere sem­pre la gratitudine e lo stupore.

È Lui che ha scelto noi. La formazione permanente aiuta i sacerdoti a vivere appieno questa grazia. Gli stessi termi­ni: formazione/permanente ci dicono che non è qualcosa che riguarda solo i preti giovani. È una conversione permanente, uno strumento di perfezione personale. Il prete deve essere un credente. L’esigenza della formazione permanente nasce dall’interno. Mira a renderci preti veri, belli. È la bellezza del “Bel Pastore”. Anche quando si è anziani. La formazione permanente è forza a non venire meno. È chiamata a non perdere la bellezza delle origini come in alcuni casi si rischia con l’usura del tempo. Dove trova il suo “humus” la formazione? Nel presbiterio unito al Vescovo. Un’anima sola e un cuore solo. Le altre spiritualità non sostituiscono, ma approfondiscono il dono. La fraternità presbiterale, così vissuta, diventa testimonianza. Può accadere, ci sono state delle ferite che non sono mai state rimarginate: la condivisione aiuta a risanarle. “Il prete è per la Chiesa, per gli altri, non si appartiene: non sono prete per me! Non siamo qui per noi, – ha rimarcato e concluso il Vescovo – ma per la Chiesa, per gli altri. Che il Cuore di Gesù nel cui nome siamo qui renda il nostro cuore più simile al suo”.

Stefano Spedicato

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