FERRARI, ORGOGLIO TRICOLORE
A tu per ti con Stefano Domenicali, Direttore della gestione sportiva della Rossa di Maranello.
Ha avuto un ruolo di primo piano nei successi della Ferrari nei campionati di Formula 1 degli anni 2000. Dopo essersi laureato in Economia e Commercio all’Università di Bologna è stato assunto in Ferrari nel 1991, dapprima nel comparto amministrativo dell’azienda, dove si è occupato dei rapporti interni con Fiat.
Nel 1995 è divenuto capo del personale della Gestione Sportiva. Il 12 novembre 2007 è stato ufficializzato il suo nuovo incarico: dal 1º gennaio 2008 Stefano Domenicali ricopre il ruolo di Direttore della Gestione Sportiva, andando a sostituire Jean Todt nel frattempo promosso ad amministratore delegato di Ferrari SpA.
Dott. Domenicali, può spiegare ai lettori de “L’Ora del Salento” in che cosa consiste il suo lavoro all’interno della “scuderia Ferrari”?
Il Team Principal di una squadra di Formula 1 può essere paragonato all’Amministratore Delegato di una squadra di calcio. A me spetta il compito di gestire il lavoro del team, di prendere – in accordo con l’Azienda di cui facciamo parte – le decisioni strategiche, di individuare le risorse necessarie per il raggiungimento dei nostri obiettivi. Cosa significa nei fatti? Che non sta a me, ad esempio, progettare la vettura ma tocca a me mettere i progettisti nella miglior condizione per svolgere il loro lavoro.
Nel Gran Premio tutto deve funzionare alla perfezione. Quali emozioni si vivono nel preparare con cura ed assistere poi alla competizione di Formula 1?
Una squadra di Formula 1 è come un’orchestra: tutti devono suonare al meglio, seguendo uno spartito. Ognuno, nel proprio ruolo, deve cercare di essere il migliore: dal camionista senza la cui puntualità si rischia di non avere un pezzo in pista quando serve, al direttore tecnico che deve prendere al muretto una decisione sul pit-stop al momento giusto, non un minuto prima non uno dopo. Partecipare ad un Gran Premio da protagonista è un’esperienza molto intensa perché l’attenzione deve essere massima in ogni istante, non certo soltanto nel momento in cui le vetture sono in pista: la vittoria è il massimo, ovvio, ma subito dopo si deve pensare alla gara successiva e tutto ricomincia.
Che cosa le ha lasciato in eredità Jean Todt?
Ho lavorato a fianco di Todt per tutta la sua permanenza nella Scuderia e da lui, come dal Presidente Montezemolo, ho imparato tantissimo. Metodo di lavoro, attenzione ai dettagli, determinazione e desiderio di vincere sono stati tratti fondamentali del suo carattere che hanno influenzato tutti coloro che gli sono stati vicini a lungo. A me è spettato il compito di guidare una squadra che ha fatto la storia di questo sport in un quadro economico e regolamentare che è completamente mutato: un compito tanto affascinante quanto impegnativo ma che sto affrontando con la stessa determinazione che aveva lui.
La Ferrari è il simbolo dell’Italia nel mondo. Lei si sente un po’ come un ambasciatore?
Credo che chiunque porti addosso il marchio del Cavallino Rampante si senta in qualche modo parte di un’eccellenza italiana riconosciuta in tutto il mondo, sia che si tratti di un membro della famiglia Ferrari sia che si tratti di un nostro tifoso. Per me personalmente è un motivo d’orgoglio e di fierezza poter dire di rappresentare la Ferrari nel mondo.
















