Pubblicato in: Ven, Giu 27th, 2014

“Aiutiamo Papa Francesco a servire i poveri”

A colloquio con Mons. Angelo Becciu, Sostituto della Segreteria di Stato della Santa Sede.

“È  un gesto semplice capace di unire ogni fedele al Successore di Pietro aiutandolo a dilatare la sua carità”. 

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 “L’offerta sia unita alla preghiera per lui. È questo un atto d’amore che il Santo Padre non si stanca mai di chiedere a coloro che incontra”. 

Nella solennità dei Santi Pietro e Paolo, si celebra la giornata di so­stegno alle tante attività di amore solidale da parte del Santo Padre promosse in tutto il mondo. Una pratica molto antica che arriva fino ad oggi, che riman­da alle origini del cristianesi­mo, quando vengono sostenu­ti materialmente “coloro che hanno la missione di annun­ciare il Vangelo, perché possa­no impegnarsi interamente nel loro ministero, prendendosi cura dei più bisognosi”. Abbiamo intervistato mons. Giovanni Angelo Becciu, sostituto per gli affari generai della Segreteria di Stato della Santa Sede.

Eccellenza, l’Obolo di San Pietro è una pratica molto antica che rimanda alle ori­gini del cristianesimo. Quali sono i motivi che la rendono ancora attuale?

Direi che il motivo principale è quello di compiere un gesto semplice, capace però di unire concretamente ogni fedele al Successore di Pietro aiutan­dolo a dilatare la sua carità, quella carità che in ragione del suo ministero abbraccia la Chiesa ed il mondo intero. Aiutare Pietro ad aiutare: è un atto di amore verso il Papa e verso la Chiesa. Naturalmen­te le iniziative di carità sono moltissime, a tutti i livelli, e di questo ci dobbiamo rallegra­re. L’Obolo di San Pietro ha di specifico questo: parteci­pare concretamente alla sol­lecitudine del Papa per tutte le Chiese.

Ci sono delle parole-chiave per comprendere appieno il messaggio di questa prati­ca?

Me ne vengono alla mente due: universalità e comunione. L’universalità si concretizza nei donatori e nei destinatari: in questa Festa le offerte sono raccolte in tutto il mondo cat­tolico, nei cinque continenti, dalle cattedrali delle grandi metropoli alle parrocchie dei villaggi più sperduti. D’altro canto, anche i destinatari del­la carità del Papa si trovano potenzialmente in qualsiasi parte del globo. La seconda parola è comunione, perché al di là della quantità di denaro raccolto, ciò che è importante di questa colletta è il fatto di favorire in tutti i cattolici il senso di apertura alla Chiesa universale.

Gli ultimi anni sono stati de­vastanti a causa della crisi economica. C’è stato un ri­flesso anche sulle donazio­ni all’Obolo?

Un certo calo lo si è notato, specialmente in alcuni Paesi, anche se contenuto, rispetto alla gravità della crisi eco­nomica che li ha colpiti. Tut­tavia, come ho già detto, ciò che è fondamentale non è la quantità del denaro raccolto, ma il fatto di allargare la par­tecipazione. Non ci è possibi­le naturalmente conoscere il numero di quanti hanno dato la loro offerta nelle rispetti­ve parrocchie, ma penso si possa dire, realisticamente, che si contano in parecchie decine di milioni. E qui sta il significato profondo della raccolta dell’Obolo. Dunque l’invito che faccio è quello di partecipare tutti, ciascuno nei limiti di quanto può dare, e di vivere questo semplice ge­sto come un atto di amore al Papa.

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