Pubblicato in: Sab, Nov 16th, 2013

Antonio Caprarica/Da Lecce a Londra: Innamorato della vita

A colloquio con il noto Giornalista leccese inviato Rai in Inghilterra. 

Non soffro di nostalgia/Mi trovo bene a Londra e trascorro in Italia dei periodi di relax, di amicizia e di vacanza molto belli, quindi non è una mancanza che posso lamentare. 

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In occasione della presentazione della sua ultima opera sulla dina­stia inglese dei Windsor, il 5 no­vembre si è svolta la visita straor­dinaria presso l’Istituto Marcelline a Lecce di un ospite d’eccezione: il giornalista Antonio Caprarica. Ac­colto dai ragazzi dei licei, salutato dalla superiora, suor Marimena Pe­done e dal corpo docente, rappresen­tato dalla prof.ssa Loredana Marulli, introdotto dal suo grande amico, l’ing. Gianni Epicoco, Caprarica ha esordi­to consigliando di non aver paura di viaggiare, di studiare. Sempre con­tento di incontrare i ragazzi, per un confronto con il futuro, per un’idea di passaggio del testimone, che unisce le generazioni e costruisce la comunità, come avviene in Inghilterra, Caprari­ca ha affermato che quando tre inglesi si incontrano la prima cosa che fanno è formare un club, la seconda cosa è fornire le regole per escludere un quarto. Così si spiegano i meccanismi di inclusione ed esclusione della so­cietà inglese.

“La valigia in mano – dice il gior­nalista – è capire la realtà, cercare di comprendere come sarà. Insomma, è importante viaggiare e non relegar­si nel cantuccio della propria casa. Inoltre, in un Paese moderno occorre il rispetto delle regole, come in Gran Bretagna dove nemmeno il re può pre­scindere da esse”. Durante l’incontro con gli allievi delle Marcelline, Ca­prarica, rispondendo alle loro doman­de ha raccontato la monarchia inglese, in tanti episodi dalle origini fino agli ultimi fatti. “Il rapporto tra William e Kate – ha affermato, ad esempio, su solle­citazione dei ragazzi – è un rapporto vero, non è un matrimonio combinato al pari di quello di Elisabetta e Fi­lippo, intriso di grandissimo amore soprattutto da parte della regina. Le donne pensano che la mamma di Kate abbia combinato tutto il pateracchio, ma è un’ipotesi sbagliata. Perché lei ha fatto quanto è comune a tutte le mamme: mandare le figlie nella scuo­la giusta, senza che ciò significhi, poi, per loro sposare un principe. È nata un’attrazione autentica tra i due giovani, un legame vero. È evidente negli atteggiamenti pubblici di questi due, diversi da Carlo e Diana, come è palese un cambiamento anche della monarchia inglese, che sa adeguarsi ai tempi”.

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“I ragazzi – ha proseguito Capra­rica – sono assolutamente simpatici: Henry, in particolare, è il classico simpatico “mascalzone” cui è impos­sibile negare il sorriso. William è più serio, ma sono ragazzi molto norma­li. Io ho molta stima del principe di Galles, Carlo, che mi è capitato di incontrare più volte e che purtroppo gode di pessima immagine a livello planetario. Però, credo che con un po’ più di equanimità bisognerebbe consi­

londine­ derare che un uomo, divorziato dalla donna più famosa e amata del mondo, è proprio sfortunato, perché dipinto proprio male. Ma è il primo erede al trono laureato, esperto di olio italiano, conoscitore di tutti i santuari dell’Ap­pennino tosco-emiliano e delle tecni­che di affresco e di restauro, dell’arte, della cultura e della gastronomia ed il prince trust è un’associazione che aiu­ta a mettere su attività e aziende dei giovani che non hanno soldi, ma belle idee, e nell’arco degli anni essa ne ha aiutato non meno di 50000 ad avviare un lavoro. Carlo sarà mai re? La coro­na non è nella disponibilità privata del sovrano, la successione è regolata dal­le leggi, pertanto lo scettro va al figlio primogenito o, con l’ultima modifica del governo Cameron, alla primogeni­ta del sovrano regnante. Per cui Carlo sarà re se sopravvivrà alla madre”.

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Dott. Caprarica, lei ha studiato a Lecce sino ai 17 anni. Ricorda un insegnante in particolare?

Mah, ricordane uno, farei del torto agli altri, però ce n’è uno che ho im­presso, profondamente nella mia me­moria: era un padre gesuita, che non doveva essere nemmeno un nostro in­segnante perché venne un anno di sup­plenza in V ginnasio quando la nostra professoressa del liceo statale Palmie­ri si ammalò, padre De Bonis, era sta­to al Collegio Argento, in quanto ven­ne per un anno ad insegnarci greco, latino, italiano, storia, geografia ne ho un ricordo straordinario in quanto era un religioso che non ha mai ten­tato una conversione forzata. Appli­cava, come fanno i gesuiti, il metodo del dialogo, del convincimento e a lui debbo l’amore per lo studio. Gli sono profondamente grato senza togliere nulla agli altri docenti. Però, davve­ro, noi della V ginnnasio A abbiamo sempre detto che quando siamo giunti all’università ci siamo potuti riposare: avevamo lavorato già con De Bonis.

Lei ha intervistato personaggi importanti da Gorbaciov a Carlo d’Inghilterra, a Tony Blair. Vuole menzionare qualcuno in partico­lare?

Uno che ricordo con grande nostalgia e malinconia è stato Isaac Rabin, che intervistai quando ero in Medio Oriente, un uomo di visione e di coraggio, purtroppo ammazzato barbaramente, come spesso succede ai grandi leader.

Gli inglesi come vedono gli ita­liani? Esistono ancora le 4 effe: food, fashion, football, Ferrari?

Le quattro effe non ci sono più, perché per quanto riguarda Ferrari e football siamo un po’ scarsi. Ma gli inglesi guardano noi italiani con gran­de ammirazione, ci ritengono maestri nell’arte di goderci la vita e apprezza­no la nostra intelligenza.

Il suo primo romanzo è stato un thriller. Come mai si è imbarcato con il suo amico Giorgio Rossi in quell’avventura?

Il mio primo romanzo fu un diver­timento che però dava sfogo a quello che sentivamo. Noi all’epoca ci occu­pavamo di politica interna. Io ero il notista politico dell’Unità e Giorgio di Repubblica in realtà solo coloro che non volevano vedere né senti­re non capivano che eravamo in un mondo e in un tempo dove c’era una puzza terribile di corruzione e noi la sentivamo, la vedevamo e decidemmo di comporre un romanzo o meglio di raccontarla con lo stile di un romanzo piuttosto che di un saggio: uno scritto profetico, perché era il 1986, manca­vano sei anni all’operazione “mani pulite”, Bettino Craxi era a palazzo Chigi e noi immaginammo che fosse in esilio ad Hammamet.

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Quale tipo di informazione pre­dilige?

Tra i media non ho preferenze par­ticolari, però, essendo vecchio, sono per la carta stampata e la televisione.

Quale viaggio vorrebbe fare e non ha mai fatto?

Credo nella Terra del Fuoco, ma lo farò appena sono in pensione.

E che cosa non manca mai nella sua valigia?

I libri.

Lei manifesta profondo legame affettivo con il Salento, che cosa le manca quando è lontano da qui?

Mi verrebbe da dire il pasticciot­to e il rustico. Ho scelto nella vita di essere molto sincero. Io vivo molto bene a Londra, amo molto quella cit­tà, la sento come la mia seconda Pa­tria. Confesso anche che avrei molte difficoltà a ricominciare a vivere in Italia, perché la mancanza di regole, che vige qui, mi sconvolge. Con tutta la nostra crisi e difficoltà la qualità di vita di un italiano medio è sempre lar­gamente superiore al corrispettivo di un inglese medio; non di un londinese. Londra è un mondo a parte, è una megalopoli con 12 milioni di abitanti, quindi è una nazione a sé ma se an­date nell’Inghilterra profonda la gente non è agghindata ed elegante come voi qui, non mangia la frutta, la verdura, non ha la dieta sana che molti di noi ancora possono permettersi nel nostro Paese.

Per non parlare del tempo. Mi mancano gli amici, però li vedo, li sen­to qui, i vecchi compagni di scuola con l’effusione calorosa di queste parti. Diciamo che non soffro acutamente di nostalgia, grazie a Dio, altrimenti non avrei vissuto tanto a lungo in giro per il mondo. Sono molto contento, invece, nella mia vita di affermare che lavo­ro bene a Londra e trascorro in Italia dei periodi di relax, di amicizia e di vacanza molto belli, quindi non è una mancanza che posso lamentare, ma ho invece dei ricordi molto piacevoli che porto nel cuore.

Il giornalismo sta morendo o è già morto?

Il giornalismo che offre più pro­spettive è sulla rete e contribuisce ad ammazzare il giornalismo tradiziona­le. Il citizen journalism soffre un difet­to fondamentale: non è professionisti­co. Il giornalismo è una professione che consiste nell’ascoltare opinioni diverse nel garantire che vengano ri­prodotte in maniera oggettiva, ma il citizen journalism è, un punto di vista molto parziale e che non tollera il con­traddittorio. Non garantisce l’essenza del servizio, che è l’offerta di un re­port imparziale su posizioni diverse. Questa è la definizione di giornalismo. Quello tradizionale è un’attività seria­mente a rischio: nel caso del giornali­smo italiano non solo il numero delle copie cala, non solo la pubblicità è sempre più ridotta, ma le redazioni stanno chiudendo, quelle che si sal­vano sono falcidiate da licenziamenti. Purtroppo è un dato di fatto.

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