Pubblicato in: Gio, Ott 31st, 2013

Archivio Diocesano/Mons. Di Milia ringrazia per l’accoglienza

Il “paniere” di Piazza Duomo/La “spasa” di Monsignore 

Questo è il titolo di uno scritto che il XXI secolo più non accetta essendo cambiati quasi in un baleno usi e costumi della società contemporanea. Oggi il famoso paniere di Piazza Duomo è solo uno sbiadito ricordo di tempi passati. Eppure per oltre due secoli a noi leccesi segnava il ritorno di un autunno piovoso ed uggioso. Così come la Chiesa di S. Irene ai Teatini a soli pochi passi da questa piazza ricordava a noi tutti, dal 3 al 5 maggio, l’inizio di una già rinnovata primavera.

Più volte su queste colonne abbiamo accennato a detti eventi di casa nostra, quando tanti tra la povera gente lavoravano in un intero anno per guadagnare un piccolo gruzzolo di monete sì da stentare la vita in dette occasioni. Si trattava di esporre quasi unici e attesi fanciulleschi giocattoli che facevano bella mostra di se, trastullando i nostri piccoli con variopinti colori che spiccavano su giocattoli prevalentemente in legno su carrozzelle a trazione manuale.

Forse fino a un secolo fa, o quasi, queste inusitate esposizioni artigianali si accompagnavano alla spasa di monsignore. Era questa un vassoio ovale di prege­vole fattura – a dire dello Zingarelli – significato da un linguaggio arcaico e dialettale; offerto al presule della nostra città/diocesi ad espressione di sudditanza e quasi sempre di riconoscen­za per la prestazione della piazza che a lui si appar­teneva. Un vassoio ovale contenente frutta prescelta e prelibate e succulenti leccornie. Ciò premesso passiamo alla conoscenza della seconda ermetica parola del titolo.

Di Milia

Si trattava di una spasa da offrire a Monsignore. Senza dubbio si riferiva al nostro vescovo non ancora insignito del titolo di arci; se è vero che questo prenome come tutti sanno è venuto fuori il 20 ottobre del 1980 con la meritata e a lungo attesa promozio­ne di Lecce a sede arcivescovile e metropolitana. In povere parole, a Lecce c’era un solo Monsignore, della gerarchia di giurisdizione. Gli altri ecclesiastici appartenenti alla prelatura onoraria erano tutti monsignorini: o a dir meglio bonsignorini, come suggeriva il gergo volgare. Da protonotari apostolici a prelati domestici; da cappellani comuni a camerieri segreti.

Ora sembra che tutti questi titoli debbano scomparire, con rispetto però dei diritti acquisiti: come sottolineano i giornali ecclesia­stici e laici. Ma monsignori sono pur anco i presuli insigniti del carattere episcopale; almeno nel discorso diretto, come legifera il decreto della segreteria di stato del 31 marzo ’69. Ma, a pre­scindere da altri titoli, giuridici e non, a noi sembra il più bello ed opportuno quello di padre, preceduto o seguito da un osse­quiente “reverendissimo”.

Un titolo liturgicamente riscoperto nel rinnovato rito della resurrezione fin dal 1952. Allorché il diacono ministrante dà il lieto annunzio al vescovo presidente con le seguenti parole: “Reverendissimo padre, vi annunzio una grande gioia che è l’alleluia pasquale”.

Oronzo De Simone

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