Borgo S. Nicola/“Verso un regime detentivo più umano”
Rita Russo, nuova Direttrice del supercarcere di Lecce, conclude il colloquio sul suo impegno di rinnovamento.
Carcere significa sofferenza. Tanti problemi burocratici e ambientali acuiscono, poi, le sofferenze dei detenuti. Di recente, comunque, è stata avviata l’esperienza del “regime aperto”: com’è iniziata e quale ne è la sua valutazione?
Il reparto di Lecce è riuscito, in poco tempo, a comprendere che il carcere doveva cambiare per cui in maniera ragionata ma quasi naturale si è passati da una situazione di chiusura dei detenuti ad un regime detentivo aperto per più di più di otto ore al giorno. La Polizia Penitenziaria è stata motore propulsore di questo cambiamento e di una rinnovata “complicità” tra l’area sicurezza e l’area educativa per un regime penitenziario più aperto e rivisitato nei contenuti trattamentali. A Lecce, la scelta dei “regimi aperti” ha trovato terreno fertile, quasi fosse un’evoluzione naturale di un maturato convincimento e non già come un’ imposizione giunta dall’alto: gli obiettivi raggiunti sono stati molti, molti i progetti rapidi volti a migliorare la struttura dell’istituto e delle sezioni, sono diminuite le aggressioni agli agenti, e sono diminuiti i procedimenti disciplinari perché in tutti vi è una radicata consapevolezza di quanto il carcere possa essere migliore. Si è così concretizzata la volontà di cambiare, e non può esserci punto di partenza migliore.
In tale contesto opera pure il volontariato penitenziario. Come esso s’inserisce nella vita carceraria?
Si dimostra valido strumento di collaborazione: si tratta di persone senza grosse pretese, disposte anche a sopportarci sapendo già di inserirsi in un ambiente difficile e pieno di difetti: il carcere è un elefante che si muove e non proprio una libellula: ogni cosa deve essere autorizzata ed i contrasti sono quotidiani. La Comunità Speranza ne è un esempio che da sempre è presente egregiamente nel nostro Istituto, i volontari fanno parte dell’organizzazione e rappresentano una “costola” tanto per i detenuti quanto per il personale. Esiste una corrispondenza di amorosi sensi, anche se spesso sono i volontari a dover subire le nostre ansie e le nostre paure. Cooperano in molte attività e il successo di iniziative importanti si deve al loro supporto.
Quant’è importante il progetto “regime aperto”?
Il “regime aperto” ha favorito un dialogo più proficuo con i detenuti, i quali hanno percepito il crollo di un muro ideale che prima li separava da tutto e da tutti. Essi hanno compreso che si tratta di un valore, di una conquista da tutelare in tutti i modi. Il regime aperto interessa oggi soltanto i detenuti di media sicurezza, ma presto con l’impegno di tutti e con programmi trattamentali adeguati vi è la volontà di poter ammettere anche i detenuti sottoposti al regime di alta sicurezza ad un regime di maggiore apertura. Ovviamente questo richiede la condivisione di idee e proposte con ogni ambito giurisdizionale ed in particolare con la magistratura di sorveglianza e la Procura di Lecce, che costantemente sostengono il processo di cambiamento che è stato avviato dal carcere di Lecce.
Paolo VI, quando scrisse agli “uomini delle Brigate Rosse” fece leva, infatti, sul senso della famiglia insito in ognuno di noi, sull’amore verso i propri genitori e familiari, auspicando una componente d’amore e di positività. Anche lei riesce a intravedere nei suoi detenuti quel significativo tocco di umanità?
Non solo noto questo, ma oserei dire che sempre più tutti noi che operiamo qui dentro abbiamo modo di sperimentarlo ogni giorno. Certo, non dobbiamo sottacere il dolore delle vittime che serbano rabbia e rancore nei confronti di chi ha turbato l’intimità della propria famiglia, privandoli spesso di persone amate…, ma chi vive la detenzione in maniera ragionata deve fare i conti e farsi carico anche di questo, dimostrando di aver compreso gli errori commessi senza aspettare nulla in cambio, tanto meno il perdono delle loro vittime: devono essere disposti a cambiare, senza mai dimenticare di non poter essere assolti da tutti.. Il senso di umanità c’è, è presente in tutti e con l’approccio giusto lo si può scovare, facendolo divenire chiave di volta atta a sbloccare il futuro di tanti anche se non di tutti.
C’è un qualche problema in particolare, oltre quello della socializzazione, per il quale lei ha già iniziato ad impegnarsi particolarmente?
L’obiettivo di ogni buon direttore penitenziario non può prescindere dalla mission dell’Amministrazione penitenziaria, che è quella di fornire al carcere una dimensione umana, poiché all’interno delle nostre mura vi si trovano persone che hanno affrontato già un giudizio e devono metabolizzare una sentenza che grava su di loro come un macigno. È un impegno primario e non semplice dovendo vivere in maniera positiva con chi sta espiando una condanna. Proprio per questo occorre vigilare affinché essi non perdano la propria dimensione di uomini, padri e mariti. Sarebbe auspicabile che in qualche modo nel loro isolamento dalla società mantenessero vivo almeno il senso della famiglia, entrando nell’ottica di dover educare i propri figli nel miglior modo possibile, affinché non cadano nei loro stessi errori. Un obiettivo possibile incrementando i rapporti con i congiunti. Occorre, poi, far vivere loro il senso della quotidianità in un contesto normale dove si cerca di farsi carico delle difficoltà e delle gioie dei propri familiari, attraverso incontri più frequenti non solo interni ma spero presto anche esterni. Di fatto, i figli di molti detenuti si laureano e si diplomano e sarebbe bello permettere a loro di vivere appieno questi momenti di gioia. Personalmente ritengo che la famiglia sia uno degli elementi imprescindibili per far scaturire in ognuno di loro i valori di una vita socialmente corretta. Se anche il nostro legislatore ha inserito i rapporti familiari negli elementi del l trattamento non è un caso, è bene insistere su questo elemento che può davvero indurre la persona a cambiare. Molto spesso si dice loro che la sofferenza che stanno vivendo adesso è volta a dare un futuro migliore per i loro figli. E già soltanto questo dovrebbe spronarli verso un cambiamento del proprio essere, proiettandoli verso un avvenire diverso, concentranti sull’amore che nutrono nei riguardi della famiglia: solo attraverso un valido incremento dei rapporti familiari questo esperimento potrà dare i frutti sperati. Molto spesso sono loro stessi a tenere i figli lontani dalla realtà carceraria perché se ne vergognano; invece, sono convinta che essi debbano partecipare di più alla vita del proprio genitore recluso, perché occorre far loro comprendere quanto brutto sia il carcere e quanto migliore stia divenendo il loro papà o la loro mamma.
A cura di Christian Tarantino

















