Pubblicato in: Ven, Set 5th, 2014

Borgo S. Nicola/“Verso un regime detentivo più umano”

Rita Russo, nuova Direttrice del supercarcere di Lecce, conclude il colloquio sul suo impegno di rinnovamento. 

22

Carcere significa soffe­renza. Tanti problemi burocratici e ambien­tali acuiscono, poi, le sofferenze dei detenu­ti. Di recente, comun­que, è stata avviata l’esperienza del “regi­me aperto”: com’è iniziata e qua­le ne è la sua valutazione?

Il reparto di Lecce è riuscito, in poco tempo, a comprendere che il car­cere doveva cambiare per cui in ma­niera ragionata ma quasi naturale si è passati da una situazione di chiusura dei detenuti ad un regime detentivo aperto per più di più di otto ore al giorno. La Polizia Penitenziaria è sta­ta motore propulsore di questo cambia­mento e di una rinnovata “complicità” tra l’area sicurezza e l’area educativa per un regime penitenziario più aperto e rivisitato nei contenuti trattamentali. A Lecce, la scelta dei “regimi aperti” ha trovato terreno fertile, quasi fosse un’evoluzione naturale di un maturato convincimento e non già come un’ im­posizione giunta dall’alto: gli obiettivi raggiunti sono stati molti, molti i pro­getti rapidi volti a migliorare la strut­tura dell’istituto e delle sezioni, sono diminuite le aggressioni agli agenti, e sono diminuiti i procedimenti discipli­nari perché in tutti vi è una radicata consapevolezza di quanto il carcere possa essere migliore. Si è così concre­tizzata la volontà di cambiare, e non può esserci punto di partenza migliore.

In tale contesto opera pure il vo­lontariato penitenziario. Come esso s’inserisce nella vita carce­raria?

Si dimostra valido strumento di collaborazione: si tratta di persone senza grosse pretese, disposte anche a sopportarci sapendo già di inserirsi in un ambiente difficile e pieno di difetti: il carcere è un elefante che si muove e non proprio una libellula: ogni cosa deve essere autorizzata ed i contrasti sono quotidiani. La Comunità Spe­ranza ne è un esempio che da sempre è presente egregiamente nel nostro Istituto, i volontari fanno parte dell’or­ganizzazione e rappresentano una “co­stola” tanto per i detenuti quanto per il personale. Esiste una corrispondenza di amorosi sensi, anche se spesso sono i volontari a dover subire le nostre ansie e le nostre paure. Cooperano in molte attività e il successo di iniziative importanti si deve al loro supporto.

201

Quant’è importante il progetto “regime aperto”?

Il “regime aperto” ha favorito un dialogo più proficuo con i detenuti, i quali hanno percepito il crollo di un muro ideale che prima li separava da tutto e da tutti. Essi hanno compreso che si tratta di un valore, di una con­quista da tutelare in tutti i modi. Il re­gime aperto interessa oggi soltanto i detenuti di media sicurezza, ma presto con l’impegno di tutti e con programmi trattamentali adeguati vi è la volontà di poter ammettere anche i detenuti sottoposti al regime di alta sicurezza ad un regime di maggiore apertura. Ovviamente questo richiede la condi­visione di idee e proposte con ogni am­bito giurisdizionale ed in particolare con la magistratura di sorveglianza e la Procura di Lecce, che costantemen­te sostengono il processo di cambia­mento che è stato avviato dal carcere di Lecce.

Paolo VI, quando scrisse agli “uomini delle Brigate Rosse” fece leva, infatti, sul senso della famiglia insito in ognuno di noi, sull’amore verso i propri genitori e familiari, auspicando una com­ponente d’amore e di positività. Anche lei riesce a intravedere nei suoi detenuti quel significa­tivo tocco di umanità?

Non solo noto questo, ma oserei dire che sempre più tutti noi che operiamo qui dentro abbiamo modo di sperimen­tarlo ogni giorno. Certo, non dobbia­mo sottacere il dolore delle vittime che serbano rabbia e rancore nei con­fronti di chi ha turbato l’intimità della propria famiglia, privandoli spesso di persone amate…, ma chi vive la deten­zione in maniera ragionata deve fare i conti e farsi carico anche di questo, dimostrando di aver compreso gli er­rori commessi senza aspettare nulla in cambio, tanto meno il perdono delle loro vittime: devono essere disposti a cambiare, senza mai dimenticare di non poter essere assolti da tutti.. Il sen­so di umanità c’è, è presente in tutti e con l’approccio giusto lo si può scova­re, facendolo divenire chiave di volta atta a sbloccare il futuro di tanti anche se non di tutti.

C’è un qualche problema in par­ticolare, oltre quello della socia­lizzazione, per il quale lei ha già iniziato ad impegnarsi particolar­mente?

L’obiettivo di ogni buon diretto­re penitenziario non può prescindere dalla mission dell’Amministrazione penitenziaria, che è quella di forni­re al carcere una dimensione umana, poiché all’interno delle nostre mura vi si trovano persone che hanno affron­tato già un giudizio e devono metabo­lizzare una sentenza che grava su di loro come un macigno. È un impegno primario e non semplice dovendo vi­vere in maniera positiva con chi sta espiando una condanna. Proprio per questo occorre vigilare affinché essi non perdano la propria dimensione di uomini, padri e mariti. Sarebbe auspi­cabile che in qualche modo nel loro isolamento dalla società mantenesse­ro vivo almeno il senso della famiglia, entrando nell’ottica di dover educare i propri figli nel miglior modo possibi­le, affinché non cadano nei loro stessi errori. Un obiettivo possibile incre­mentando i rapporti con i congiunti. Occorre, poi, far vivere loro il senso della quotidianità in un contesto nor­male dove si cerca di farsi carico delle difficoltà e delle gioie dei propri fami­liari, attraverso incontri più frequenti non solo interni ma spero presto anche esterni. Di fatto, i figli di molti detenuti si laureano e si diplomano e sarebbe bello permettere a loro di vivere appie­no questi momenti di gioia. Personal­mente ritengo che la famiglia sia uno degli elementi imprescindibili per far scaturire in ognuno di loro i valori di una vita socialmente corretta. Se an­che il nostro legislatore ha inserito i rapporti familiari negli elementi del l trattamento non è un caso, è bene insi­stere su questo elemento che può dav­vero indurre la persona a cambiare. Molto spesso si dice loro che la soffe­renza che stanno vivendo adesso è vol­ta a dare un futuro migliore per i loro figli. E già soltanto questo dovrebbe spronarli verso un cambiamento del proprio essere, proiettandoli verso un avvenire diverso, concentranti sull’a­more che nutrono nei riguardi della famiglia: solo attraverso un valido in­cremento dei rapporti familiari questo esperimento potrà dare i frutti sperati. Molto spesso sono loro stessi a tenere i figli lontani dalla realtà carceraria perché se ne vergognano; invece, sono convinta che essi debbano partecipa­re di più alla vita del proprio genitore recluso, perché occorre far loro com­prendere quanto brutto sia il carcere e quanto migliore stia divenendo il loro papà o la loro mamma. 

 A cura di Christian Tarantino

Pages: 1 2 3

Lascia un commento

XHTML: You can use these html tags: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

 

Gli articoli più letti