Borgo San Nicola/La dignità “ristretta” dietro le dure sbarre
La situazione del Carcere di Lecce non si differenzia di molto da quella degli altri Istituti di Pena italiani. Il “tutto esaurito” non dovrebbe appartenere al mondo che vive per lungo tempo dietro le sbarre di una cella.
Esclusivo/Intervista ad Antonio Fullone, direttore della Casa Circondariale di Lecce a sei mesi dal suo insediamento.
Per ridurre il sovraffollamento non bastano né indulti né amnistie.
“Lecce è una delle realtà penitenziarie italiane quantitativamente più importanti in cui sono rappresentate un po’ tutte le tipologie di detenuti: dalla cosiddetta alta sicurezza alla media sicurezza e detenuti precauzionali”.
“Il carcere deve tornare ad essere un presidio di sicurezza ma per la funzione di risocializzazione servono spazi, risorse e una concezione diversa della pena. Noi stiamo investendo molto sulla famiglia”.
Sempre più di rado ci si ferma a riflettere su progetti di vita, sulle occasioni che essa ci offre o, più semplicemente, su quella serie di accadimenti che, seguendo le impari regole della casualità, ci portano a dover gestire situazioni straordinarie o, alle volte, a sbagliare. Amiamo vivere in un mondo pieno di oggetti che rimangono inutilizzati, pieno di persone delle quali troppo spesso non conosciamo che il nome, pieno di bar, negozi e locali perennemente col “tutto esaurito”. Viviamo in un mondo che fatica ad apprezzare ogni cosa, prima fra tutte la libertà.
Appena fuori dal centro cittadino c’è una realtà altrettanto affollata, ma sicuramente meno mondana, quella dell’Istituto Penitenziario “Borgo S. Nicola”. In tutta Italia, oramai, le carceri sono al collasso, le strutture inadeguate e i sistemi giudiziari non consentono un approccio individuale rispetto alla pena. Nonostante le difficoltà, il carcere può ancora offrire ai detenuti un’occasione di cambiamento, di riflessione e di acquisizione di competenze ma, secondo il Dott. Antonio Fullone, direttore dell’Istituto leccese dal dicembre scorso, i servizi vanno migliorati evitando spese inutili e concentrando le risorse su progetti a misura d’uomo.
Dott. Fullone, quale situazione ha trovato nel carcere di Lecce?
In linea con quanto avviene a livello nazionale, anche qui c’è una situazione di grande disagio aggravata dal problema delle risorse che sono insufficienti ovunque… solo che qui gestiamo uomini, quindi i tagli si avvertono di più. Ad oggi, con i suoi 1300 detenuti, Lecce è una delle realtà penitenziarie italiane quantitativamente più importanti in cui sono rappresentate un po’ tutte le tipologie di detenuti: dalla cosiddetta alta sicurezza (appartenenti alla criminalità organizzata) alla media sicurezza e detenuti precauzionali (coloro che hanno particolari problemi con il resto della popolazione detenuta perché sono colpiti da indagini, condannati per reati di violenza o ex appartenenti alle forze dell’ordine). Fatta eccezione per una ristretta quota di appartenenti alla criminalità organizzata e ai “colletti bianchi”, la maggior parte dei detenuti sono quelli che definisco “ultimi”, coloro cioè che appartengono a quelle sacche di povertà in cui è più facile delinquere. La loro permanenza non risponde tanto ad un’esigenza di sicurezza, quanto piuttosto alla difficoltà ad uscire fuori dal meccanismo, a reinserirsi nella società e questo accade o per mancanza di volontà o perché non si hanno gli strumenti oggettivi, in primis il lavoro che permette un affrancamento da determinati ambienti che potrebbero creare ricadute; per alcuni di loro il carcere diventa una sorta di regola del gioco, una parentesi quasi ordinaria della vita.
La capacità ricettiva del nostro sistema carcerario è fortemente compromessa. Secondo Lei l’amnistia può essere una soluzione adeguata?
Senza dubbio l’amnistia, ora, potrebbe risolvere il problema del sovraffollamento e creare condizioni più dignitose. Tuttavia, non può essere “la” soluzione perché non elimina quelle che sono strutturalmente le motivazioni per cui gli Istituti Penitenziari sono sovraffollati. L’indulto del 2006, seppure nella sua diversità di misura, ha dimostrato la scarsa efficacia del provvedimento: nel giro di qualche anno, infatti, siamo ritornati agli standard precedenti e, in alcuni casi, persino superato gli stessi. Dal mio punto di vista, va ripensato tutto il discorso penale-penitenziario perché spesso la nostra Legislazione vede il carcere come risposta a problematiche troppo diverse tra loro; il carcere, invece, dovrebbe essere restituito a quella extrema ratio propria delle Legislazioni occidentali. Se si vuole deflazionare le strutture, l’unica strada è quella di alleggerire le fattispecie penali non prevedendo come soluzione il carcere, ma ampliando lo spazio delle misure alternative alla detenzione (affidamento ai servizi sociali, semi-libertà, ecc) misure che, oltretutto, permettono una più intensa attività di riparazione sociale.
L’art. 27 della Costituzione Italiana sancisce che le pene “devono tendere alla rieducazione del condannato”. Il carcere è realmente utile a correggere una socialità pericolosa?
Il carcere può offrire chance di cambiamento, ma si può essere rieducati solo se lo vuole, quindi, gli unici educatori sono i detenuti stessi. Noi cerchiamo di assolvere a questo compito con numerose attività, ma le esigue risorse e il modo in cui è concepito oggi il carcere rendono impossibile intervenire con programmi individualizzati: nel nostro caso dovremmo offrire 1300 chance diversificate perché 1300 sono le persone, 1300 vite e storie diverse. Tra i nostri detenuti, ci sono soggetti con problematiche psichiatriche, problematiche familiari, tossicodipendenti; c’è chi uccide e chi semplicemente disturba, c’è chi ha problemi e chi ha scelto quella “professione”. A tutti questi il carcere offre risposte indifferenziate e così com’è non ha più senso. Il carcere deve tornare ad essere sicuramente un presidio di sicurezza ma per la funzione, costituzionalmente prevista, di ri-socializzazione servono spazi, risorse e una concezione diversa della pena. Noi stiamo investendo molto sulla famiglia perché crediamo che incidendo su di essa si possano creare quelle precondizioni ideali per un ripensamento e, dunque, una rieducazione. D’altra parte, questo intervento mira a far sì che la pena non venga patita anche da chi è fuori e in particolare dai minori che, più di tutti, da incolpevoli, subiscono la detenzione dei genitori. Il carcere è anche questo. Certo, non bisogna dimenticare che per alcuni il carcere è stare 19 ore chiusi in cella e mi rendo conto che, in tal caso, diventa più difficile parlare di efficacia della pena detentiva.
A tal proposito, cosa prevede il progetto “Genitori sempre” presentato il 27 aprile scorso?
È un progetto a favore dei detenuti che hanno figli minori per lo più ristretti in strutture protette o Case Famiglia. Per loro sono messe a disposizione delle stanze, cosiddette “spazio neutro”, molto più accoglienti rispetto a quelle tradizionali del colloquio. Rilevante sarà la presenza degli assistenti sociali dell’UEPE (Ufficio Esecuzione Penale Esterna) e del Centro Famiglie che cercheranno di ricucire il trauma della frattura, ma soprattutto offriranno un supporto affinché si concretizzi una riappropriazione del senso della genitorialità e un riavvicinamento del figlio. Questo intervento segue la convinzione secondo cui il discorso sulla responsabilità dell’essere genitore è sicuramente una delle leve più importanti per poter recuperare il detenuto, uomo o donna che sia.
Borgo San Nicola in cifre:
660 Capienza dell’Istituto.
1278 presenze nel 2009,
1377 nel 2010 (si è toccato anche il picco delle 1500 presenza)
1362 nel 2011
1298 nel 2012
Questi dati sono riferiti ai detenuti ristretti, ma dal carcere ogni anno “passano” non meno di 2000 persone.
Cultura e tempo libero/Corsi e laboratori di ogni genere
Lungi dall’apparire un luogo tetro e sterile, il carcere di Lecce offre ai suoi ospiti una concreta possibilità di ripensamento attraverso attività di vario genere che toccano il piano dell’istruzione, del lavoro, del tempo libero, della cultura. Si tengono corsi di ragioneria, laboratori teatrali e di pittura, ma anche un progetto per la terapia si gruppo
“Made in Carcere”
Negli ultimi mesi, grazie ai finanziamenti ottenuti dal Dipartimento Amministrazione Penitenziaria del Ministero di Giustizia, si sta lavorando per l’implementazione di attività quali il laboratorio di pasticceria “Buoni Dentro” e quello sartoriale avviato dalla Cooperativa Sociale “Officina Creativa”, fondata da Luciana Delle Donne. Quest’ultimo, attraverso la produzione di shopper bags ed altri manufatti tessili confezionati con materiale di scarto, offre alle detenute un percorso che mira al reinserimento nella società. A motivo del successo ottenuto dal marchio “Made in Carcere”.
“Comunità Speranza”
Un’altra cooperativa sociale è nata da quello che, inizialmente, era un semplice laboratorio di scrittura. Da oltre 10 anni, infatti, la cooperativa “Piano di fuga” regala un modo per “evadere” dal contesto carcerario, attraverso la rivista che prende il suo nome. Il periodico bimestrale, redatto impaginato e stampato interamente nell’Istituto Penitenziario, intende costruire un contatto diretto con la società esterna, spesso indifferente alle esigenze di socializzazione degli ex detenuti. Al fianco dei novelli giornalisti opera la “Comunità Speranza” di Lecce, guidata da don Gigi Fanciano.
Ciak si gira
Inoltre, lo scorso mese, il carcere è stato uno dei luoghi del Festival del Cinema Europeo. L’evento, realizzato grazie alla preziosa collaborazione del direttore organizzativo, Alberto La Monica, è stato l’occasione non solo per creare un maggiore legame tra il carcere e il territorio, ma anche una grande opportunità di cultura per quella parte di detenuti che non sono mai venuti a contatto con un bel film, il teatro o la musica.
Polizia Penitenziaria: 730 Unità 24 ore al dì
Rispetto al personale di Polizia Penitenziaria, l’organico stanziato nel 2001 contava 763 unità contro i 730 odierni; una carenza che si dissolve se messa a confronto con altre realtà, a livello nazionale, che presentano una situazione decisamente più critica. Bisogna piuttosto tenere bene a mente l’impegno e la forza d’animo che questo lavoro richiede. Gli agenti di polizia penitenziaria sono a contatto 24 ore su 24 con i detenuti: sono sì i custodi della struttura carceraria, ma sono anche i primi educatori, i primi psicologi, i primi medici. Assorbono le storie dei detenuti, le loro vite e i dolori.
Come spesso accade nelle carceri italiane, anche a Borgo S. Nicola il principale nodo problematico è costituito dal disagio psichico. A tal proposito, i dati riportati dalle cronache riguardano esclusivamente i suicidi portati a termine, ma nell’Istituto leccese quasi ogni giorno l’intervento degli agenti di polizia penitenziaria permette di sventare situazioni critiche: nel 2011, infatti, sono stati ben 178 i gesti di autolesionismo, 33 i tentativi di suicidio e, purtroppo, anche un decesso per suicidio.
Le richieste dei parenti/Limitazioni e carenze
Superato il cancello d’ingresso di Borgo S. Nicola, è impossibile rimanere indifferenti alle voci dei parenti dei detenuti che non mancano di esprimere amarezza per i disagi vissuti dai loro cari. La solidarietà nei confronti di chi vive all’interno di quelle mura, seppur non dichiarata, è tacitamente visibile nell’ordine di elencazione delle problematiche relative all’Istituto che i parenti dei detenuti fanno ai nostri microfoni. Lamentano, in primis, l’assenza di acqua in alcuni periodi e lo scarso utilizzo dei riscaldamenti nei mesi invernali, il sovraffollamento che rende la detenzione più difficile, i limiti sul numero di ospiti (massimo 3 adulti e 2 minori) e, solo in ultimo, mettono sul banco degli imputati le lunghe ore di attesa che sono patiscono per accedere al colloquio con il parente detenuto.
D’altra parte, riconoscendo che le responsabilità della situazione odierna sono da ricercarsi a livello legislativo, gran parte degli intervistati si mostra riconoscente alle attività proposte dal carcere che, appagando l’esigenza del detenuto di sentirsi utile, si propongono come una sorta di terapia contro lo stress che la detenzione genera. “Forse dovremmo lamentarci di meno – afferma la moglie di un detenuto – ma, per chi trascorre intere giornate nel carcere, ogni minima carenza (a partire dalle limitazioni per l’utilizzo dell’acqua in estate) è vissuta come una frustrazione”. E non mancano le proposte. “Capisco che con il sovraffollamento che c’è il carcere non può offrire di meglio, ma – continua – ci sono tanti spazi verdi inutilizzati che si potrebbero rendere accessibili per il colloquio all’aperto con i bambini”.
La risposta del carcere: un campo attrezzato
Oramai da anni, questa struttura si vede costretta ad ospitare oltre il doppio dei detenuti per cui era stata pensata. Per questo motivo è necessario utilizzare al meglio le limitate risorse a disposizione dell’ Istituto Penitenziario di Lecce, evitando quanti più sprechi possibili. Questa situazione, però, sarà in piccola parte risanata da quelli che potremmo definire mini-finanziamenti, ottenuti dalla “Cassa delle Ammende”, con i quali, a breve, saranno avviati i lavori relativi ai progetti di rifacimento della struttura e di parte dei servizi sanitari delle celle dei detenuti.
Inoltre, grazie al sostegno e all’aiuto materiale di alcune associazioni private – socialmente attive sul territorio leccese – che hanno messo a disposizione una serie di attrezzature, già dal prossimo mese è prevista la riapertura di uno spazio verde che potrà essere utilizzato come luogo per il consueto colloquio tra i minori e il parente detenuto. Sempre nel corso della stagione estiva è previsto il ripristino del campo sportivo che, come più volte denunciato dai parenti dei detenuti, è inutilizzato da troppo tempo. Questi e altri interventi, tesi a favorire un miglioramento delle condizioni di detenzione, saranno possibili grazie all’assidua collaborazione di associazioni che si prodigano in ambiti sociali. “Sono piccoli ma concreti segnali di attenzione nei confronti della popolazione detenuta e, soprattutto – sottolinea il direttore di Borgo S. Nicola – non si tratta di promesse ma di attività già finanziate che andremo a realizzare nell’immediato”.
Progetto con la Provincia di Lecce/Genitori sempre e comunque
“Genitori sempre” è un progetto pilota che investe il carcere di Borgo San Nicola e che è tutto incentrato sul concetto di genitorialità intesa come diritto del detenuto. Per questo sono state attrezzate due sale della casa circondariale nelle quali i genitori detenuti possano incontrare i propri figli senza i vetri divisori.
Dignità al collasso
“La salute e la dignità dei detenuti è minata ogni giorno dal sovraffollamento e da condizioni che rendono più che mai pesanti e angoscianti le loro giornate. Non possiamo restare indifferenti. Come cristiani non possiamo non denunziare tutto ciò che offende e mortifica la dignità di questi nostri fratelli, tali sono e rimangono. C’è un’assunzione di responsabilità che è richiesta a tutti noi”. (dal Messaggio 2011 dell’Arcivescovo D’Ambrosio per la festa dei Santi Patroni)
a cura di Serena Carbone















