Pubblicato in: Sab, Ago 23rd, 2014

Bozzetto/Il martirio del Vescovo, l’incompiuta del Coppola

La morte del pittore di Gallipoli non permise la conclusione del lavoro preparatorio di una pala.

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G.A. Coppola, Martirio di S. Oronzo, Lecce coll. Privata

Per Giovanni An­drea Coppola la predisposizione alla replica di bozzetti delle sue opere fu una prassi regolare e potrem­mo dire anche necessaria in considerazione dell’eviden­te successo e conseguente richiesta che le sue eleganti sacre rappresentazioni ricevevano tanto in ambito ecclesiastico che privato. Non solo dipinti replicati da lui stesso, e più spesso dalla bottega o dagli allievi, come le grandi pale d’altare raffigu­ranti l’Immacolata, le Anime del Purgatorio, il Martirio di Sant’Agata, e soprattutto il Sant’Oronzo vescovo, ma gli stessi bozzetti preparato­ri che consentivano un più agile adattamenti nei saloni di palazzo.

E se il Martirio di Sant’Agata trovò più facile diffusione nella diocesi di Gallipoli, il Sant’Oronzo vescovo andò oltre la diocesi di Lecce e, per essere la città capoluogo di Terra d’Otranto, trovò ampia diffusione in tutta la provin­cia. Quasi in ogni centro fu innalzato un altare dedicato al santo su cui compariva una inevitabile copia del dipinto del Coppola. Tutto ciò, si sa, avviene nel giro di qualche decennio dopo il 1656, anno in cui il patronato della città di Lecce passa da Sant’Irene a Sant’Oronzo, come da ri­chiesta avanzata dal Capitolo della Cattedrale al papa Ales­sandro VII. Pappacoda ave­va buoni motivi per chiamare Giovanni Andra Coppola a realizzare quella che è diven­tata una vera icona del santo, e certamente non mancò di dare suggerimenti iconografi­ci al pittore. Egli era l’artista più colto e qualificato che la provincia offrisse, e avrebbe saputo certamente coniugare il modello barocco che nel frattempo Zimbalo aveva av­viati in architettura e scultura , con l’esigenza di esprimere la ieraticità iconica di un santo che si apprestava a sostituire nel cuore dei fedeli una santa molto ammirata anche dagli ordini religiosi L’operazione, si sa, è con­siderata dalla storiografia recente, come una riappro­priazione da parte di mons. Pappacoda del ruolo e della funzione che in città doveva spettare al vescovo piuttosto che agli abati o ai padri pro­vinciali degli ordini religiosi.

CASSIANO

Frontespizio della Lecce Sacra di G. C. Infantino, 1634

La scelta di Sant’Oronzo non si prestava ad alcuna discus­sione, egli infatti era stato il primo cristiano, convertito ad opera di San Giusto, che era stato discepolo di San Paolo, era stato il primo Vescovo di Lecce, investito sempre da San Giusto, era stato anche il primo martire e quindi il primo santo leccese. Strana­mente, anche se il santo era noto, non aveva una larga iconografia che lo rappre­sentasse. Compare però nel frontespizio della Lecce sacra di Giulio Cesare Infantino del 1634, in un triangolo al cui vertice è ancora Sant’I­rene che ha in mano la città di Lecce, mentre ai vertici in basso sono San Giusto, a sini­stra, e Sant’Oronzo a destra. Un’altra singolare quanto bella e importante immagine è conservata nella chiesa di Sant’Irene: una statua lignea dorata e argentata dovuta all’intagliatore napoletano Aniello Letizia del 1612 cir­ca, che fa parte di un gruppo di quattro statue reliquiario a grandezza naturale com­prendente ancora Sant’Irene, San Giusto e anche San Fortunato. Ma in questo caso Sant’Oronzo non appare in abiti vescovili, riservati a San Giusto, bensì in quelli di “no­bil cittadino di Leccio”. Era necessario perciò determinare un ciclo di immagini che sintetizzassero con chiarez­za i momenti salienti dell’ agiografia di Sant’Oronzo: la conversione, l’investitura a vescovo, il martirio, il mira­colo, la protezione della città.

Dopo l’approvazione e il gradimento del Sant’Oronzo vescovo di cui si diffondo­no copie in tutto il Salento ma da cui si realizza anche una produzione di stampe e incisioni in modo che la sua immagine possa “essere mandata in molte parti anche fuori dal regno ove essa è arditissimamente desiderata”, il Pappacoda fa eseguire il secondo dipinti, San Giusto converte Sant’Oronzo che viene posizionato in un altare della navata destra. Dipinto da molti ritenuto l’ultimo del pittore gallipoli­no, che anzi non lo avrebbe terminato e che fu completato da Antonio Verrio. Ma almeno un’altra opera del ciclo non doveva mancare all’appelloe cioè il Martirio di Sant’Oronzo soggetto troppo importante in anni in cui si applicavano ancora con passione le indicazioni di mons. Paleotti che incitavano al culto e alla venerazione dei santi soprattutto perché “exempla virtutum”.

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D. Gigante, S. Oronzo, Lecce Museo Diocesano

Ed infatti il bozzetto di un Martirio di Sant’Oronzo del Coppola, rintracciato in una collezione privata lecce­se sembra confermare che l’avvenuta morte del Coppola abbia non solo lasciata in­compiuta la pala raffigurante San Giusto converte Sant’O­ronzo, ma lo stesso bozzetto del martirio che perciò non fu mai realizzato. Il dipinto faceva parte in origine di un gruppo di quattro bozzet­ti di martirii (Sant’Agata, San Pietro, San Sebastiano, Sant’Oronzo), tutti ascri­vibili a bottega o mano di Coppola. Sicuramente di sua mano appare il Martirio di Sant’Oronzo, visibilmente non finito. Tutta compiuta è la parte bassa del dipinto con la folla che assiste al martirio, mentre la parte superiore è dominata dalla solita larga e classicheggiante architettura con cui il Coppola usa orche­strare la scena, quasi teatrale, in cui si svolge la tragedia. Un tempio sulla sinistra e un ampia balconata preludono ad una folla di astanti che però non è stata realizza­ta, così come tutta la parte destra di cui vediamo solo la preparazione. In alto in un lacunoso triangolo di luce i puttini tra le nuvole scendono con la palma del martirio. Il Coppola dunque preparava il bozzetto per il terzo episodio della vita di Sant’Oronzo quando improvvisamente morì lasciando incompiute diverse imprese, tra cui anche il Martirio di San Sebastiano e quello di San Pietro.

Tuttavia nel giro di qualche decennio la cattedrale di Lecce completò il ciclo oron­ziano attraverso due differenti imprese, incastonando tra i lacunari del soffitto della navata centrale i dipinti, attribuiti a un Giuseppe da Brindisi, raffiguranti Sant’O­ronzo converte i pagani con il Crocifisso, il Martirio di Sant’Oronzo, Sant’Oronzo investito del patronato di Lecce e commissionando un busto d’argento a Domeni­co Gigante che lo realizzò a Napoli e che fu trasferito nella cattedrale leccese con una solenne processione nel 1691, come narra con ricchezza di riferimenti Giuseppe Cino nelle sue Cronache. Sul basamento in argento si susseguono scene e decorazioni. Nei cantonali incantati puttini reggono la mitria, la palma e gli attributi del santo m mentre sulla zona frontale il santo vola su un ampio profilo della città. Sul retro è raffigurata la decolla­zione, mentre nelle due scene laterali, Sant’Oronzo, con abiti vescovili, nella prima frantuma un idolo pagano, nella seconda innalzando un crocifisso converte i pagani in adorazione davanti a un idolo. Il Vescovo Pappacoda nel 1656 aveva dichiarato il santo nuovo protettore della città; con questo mirabile busto d’argento trentacinque anni dopo il nuovo vescovo Michele Pignatelli ribadisce e consacra la scelta.

Antonio Cassiano

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