Campi Salentina/Il quadro miracoloso: quella mano che si abbassò in segno di protezione
Nella chiesetta che sorge di rimpetto alla collegiata, il dipinto del pittore Carlo Rosa.
La Peste che imperversò nel Regno di Napoli in quegli anni non toccò la Provincia di Lecce. Miracolo attribuibile al Santo? La religiosità popolare ne fu convinta a Lecce e Provincia: S. Oronzo era un degno intercessore presso Dio, sicuro avvocato a favore di una umanità laboriosa, che chiedeva riparo dalle calamità naturali, la peste, ma anche i terremoti e gli spaventosi temporali. “Santu Ronzu miu, bidegnu (o ‘binignu’?), fuesti natu te lu Regnu, te lu Regnu, miu Gesù, Santu Ronzu, iutame tu”: recitava mia madre, e ci invitava imperiosamente a ripetere più volte tale invocazione, accendendo una candela ed esponendo il “pane benedetto” davanti all’immagine del Santo, mentre fuori un cielo plumbeo era solcato da lunghi fulmini e squarciato da paurosi tuoni; la campana della chiesetta dedicata alla SS. Trinità, ma nota come Chiesa di S. Oronzo, suonava frenetici rintocchi per richiamare alla preghiera il popolo devoto. In questa Chiesetta, che sorge di rimpetto alla Collegiata Insigne, tanto da sembrarne una naturale appendice, sull’altare maggiore si conserva un dipinto miracoloso, opera del pittore C. Rosa, raffigurante S. Oronzo in atto di intercedere dall’alto: indossa i paramenti del Presule, schiaccia coi piedi gli idoli pagani, benedice con la mano destra, mentre protende la mano sinistra in atto protettivo sulle due città di Lecce e di Campi, presentategli su un piatto da un angelo: un altro angelo regge il Pastorale. È credenza popolare che la mano di S. Oronzo nel dipinto si sia miracolosamente abbassata, rispetto alla posizione datale dall’artista, a maggiore tutela delle città protette.
Il fervore religioso è tanto più sentito quanto più è intimo e soggettivo. Oro, argento e pietre preziose stridono con la rappresentazione del Sacro: è pur vero tuttavia che niente più della preziosità materiale può dare l’idea visibile di quanto forte può essere un sentimento, almeno nell’immaginario collettivo. Ed è così che nel 1754 al simulacro ligneo di pregevole fattura, tanto quanto quello di S. Agostino, il precedente Patrono, se ne aggiunse uno d’argento. Furono spesi 1300 ducati per un mezzo busto in argento fuso e cesellato, commissionato alla più importante oreficeria napoletana. Si racconta che più volte i ladri blasfemi tentarono di trafugare il bello e prezioso simulacro, ma desistettero dell’impresa perché lo trovarono o troppo leggero per giustificare l’azione criminosa o pesantissimo oltre la forza congiunta di braccia sacrileghe. Non così la notte del 15 settembre 1976: tolto dal suo piedistallo scolpito in legno e coperto di lamine d’oro, lo splendido simulacro fu trafugato senza mai più tornare all’adorazione dei devoti fedeli. La materia, il peso dell’argento, l’ebbe vinta su ogni significato da essa rappresentato: il lavoro e la creatività dell’artista, l’impegno economico di una comunità laboriosa e credente, ma soprattutto la fede tramandata dai padri, quella religiosità che, per chi è umile come la nostra gente, già pertiene al legame affettivo con l’oggetto, con le piccole cose di famiglia, e che rivolta verso un simulacro assume un valore incommensurabile quale simbolo identitario di una comunità. Fare violenza contro tale sacralità è una profanazione che umilia chi la subisce e lascia impotenti… non resta che tentare di ricomporre per quel che è possibile i frammenti di un culto vilipeso: un artista autodidatta di Campi, A. Sirsi, restituì, ricavandola da immagini fotografiche del celebre busto una copia autentica in gesso, e nel 2003 lo stesso artista consegnò ai fedeli la copia in argento, che posizionata sul piedistallo prezioso, orfano del primitivo simulacro, rimargina in qualche modo la profonda ferita.
I festeggiamenti, che culminano il 31 di agosto ed il primo di settembre, non hanno più lo sfarzo di un tempo ma risentono del clima generale di laicismo imperante, più che del richiamo della Chiesa a privilegiare gli aspetti di vera fede, partecipando alle funzioni e riflettendo sugli esempi di santità che provengono da uomini forti, che hanno testimoniato col martirio il loro cristianesimo, quale è S. Oronzo: la sagra popolare tende a riempirsi di contenuti estranei al senso di festa, che giustificava, nel recente passato, il detto “sfarzo”. Era lo sfarzo della festa in famiglia, con la tavola imbandita con la tovaglia di pizzo, con il servizio “buono” di piatti, bicchieri e posate, che è la forma tangibile dell’accoglienza… non trovo altri esempi più calzanti per descrivere a chi non l’ha vissuto il clima di festa che c’era in Chiesa Madre con la raccolta di tutte le statue dei Santi ivi convenute, cioè portate in processione ed esposte sotto le arcate delle navate laterali intorno allo splendido trono occupato da S. Oronzo, in occasione della Novena in suo onore… e poi la processione, con tutti i Santi portati a spalla a gara da grandi e meno grandi… e l’accompagnamento ordinato e composto degli affiliati delle Confraternite al completo, ciascuna con lo stendardo col drappo disteso… la statua del Santo portata a spalla affiancata da due carabinieri in alta uniforme, quella col pennacchio, e due bande che chiudevano il corteo, le quali alternandosi marcavano il clima di festosità pura lasciando negli orecchi i motivi, che per diversi giorni, dopo la festa, alleggerivano le menti dalle quotidiane angustie.
Più di recente la venerazione del Santo è stata portata nei Rioni: intorno alla statua lignea, ivi trasferita a turno nelle zone, si raccoglie in preghiera la gente del luogo e non si esclude una certa competizione del tributo in suo onore. Oggi, sopravvive il rito, che si tenta di rivitalizzare con adattamenti, a mio avviso discutibili, perché privi di giustificazioni storiche, e non è del tutto spento il fervore religioso. Anzi, nel clima generale di dissacralizzazione del post-moderno, sopravvivono gli insegnamenti dei padri per di più depurati di alcuni residui di superstizione. Nessuno crede più che i Santi siano vendicativi o che puniscano la tepidezza di fede mandando flagelli su una umanità indegna. Piuttosto l’indegnità tipica della preghiera cristiana fa da sfondo alla bella invocazione di intercessione a S. Oronzo: “Ave Oronti, serve Dei… precor Te, Protector meus, ne me perdat iustus Deus… Tu, qui sanguinem fudisti ob amorem Jesu Christi, deprecare pro me pie Jesum, filium Mariae…etc.”. E non è poco se possiamo ancora attingere ad un patrimonio prezioso della nostra identità storica.
Ennio Monastero


















