Carità è bellezza. Caritas italiana, da quarant’anni al fianco degli ultimi
Quarant’anni di attività a fianco degli ultimi, in Italia e nel mondo, che hanno contribuito a dare speranza e migliorare, in parte, il volto della società. I quarant’anni dell’organismo pastorale voluto da Paolo VI si stanno celebrando in questi giorni a Fiuggi con grande solennità, durante il 35° convegno nazionale delle Caritas diocesane, che dal 21 al 23 novembre riunisce oltre 600 direttori e operatori delle 220 Caritas diocesane e di Caritas italiana, per parlare del tema: “La Chiesache educa servendo carità ‘…Si mise ad insegnare loro molte cose’ (Mc 6,34)”. Culmine delle celebrazioni sarà l’udienza con Benedetto XVI nella basilica di San Pietro il 24 novembre, con oltre 10.000 partecipanti da tutte le Caritas. Anche il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha inviato un messaggio, constatando che le Caritas diocesane presenti su tutto il territorio nazionale “rappresentano una risorsa di alto valore etico per la coesione sociale e lo sviluppo economico del Paese”, perché “operano attraverso una capillare azione di sostegno e di ascolto, per offrire integrazione e accoglienza a tutti, con una particolare attenzione alle componenti più deboli della società, alle giovani generazioni e al loro percorso educativo”.
“Una nuova etica pubblica”. “In presenza di palesi limitazioni della giustizia e dell’uguaglianza, si rende urgente il rilancio di un concetto di legalità che non si riduca alla pur necessaria osservanza delle norme giuridiche, ma implichi una nuova etica pubblica come indispensabile cornice entro cui le leggi stesse devono essere fatte e osservate”. Lo ha affermato il 22 novembre mons. Mariano Crociata, segretario generale della Cei, nel suo intervento a Fiuggi. In passato, ha osservato il vescovo, la cosiddetta “questione morale” passava “per il tema della legalità”: “Oggi questa battaglia appare ancora quanto mai necessaria, ma insufficiente”. A suo avviso “bisogna che i cittadini s’impegnino a rispettare” le leggi e che “esse siano conformi alle reali esigenze del bene comune e della giustizia”. “Per una rinnovata legalità – ha sottolineato – è necessaria un’educazione al bene comune che è compito di tutti i cristiani, e a un titolo speciale della Caritas”. Da questa formazione a una “cittadinanza responsabile” potranno venire “cittadini capaci di esprimere una classe politica sempre più attenta alla dignità di ogni persona e alle esigenze della vita intera di tutti e di ciascuno”.
“Recuperare il senso della bellezza”. Mons. Crociata ha invitato i convegnisti a “recuperare il senso della bellezza del bene, della carità, e del bene e della carità come fonte della vera bellezza”. Nella sua relazione sull’“educare alla vita buona del Vangelo” ha ricordato che “il grande compito che abbiamo dinanzi è quello di superare la dissociazione tra carità e bellezza. Una dissociazione tutta moralistica, che ha fatto percorrere strade separate a un bene privo di fascino e a una bellezza ridotta a vuota esteriorità”. “Le persone che amano – ha precisato – sono anche belle persone, e le persone che vivono la pienezza d’amore nella carità conoscono e conducono una vita buona, una vita buona che è anche bella. L’attrazione di una tale vita mette sulla strada di una vera educazione non solo alla carità, ma anche alla riuscita personale in tutti i suoi aspetti”. In una prospettiva profetica, ha continuato il vescovo, educare a una “cultura della carità” significa “non fermarsi ad astratti discorsi, ma aprire nella nostra società spesso senza misericordia, dove gli individui si agitano e si scontrano come solitari atomi impazziti, degli spazi di reale comunicazione fra le nostre povertà”. “Non si tratta soltanto di realizzare la carità in specifiche iniziative a favore di determinate categorie di persone – ha sottolineato mons. Crociata –, ma di contribuire a creare un clima, una mentalità e uno stile, diffusi a livello collettivo, che siano ‘caritatevoli’ e che si riflettano sui singoli orientandone i pensieri, i sentimenti, le scelte, così da sviluppare, a tutti livelli, un tessuto di relazioni umane caratterizzate dalla fraternità”.
“Nuova progettualità nella politica”. Un invito a coltivare “l’idea di una politica – così come di un’economia – a servizio dell’uomo” per “guardare in modo nuovo la vita della società civile e delle istituzioni”: lo ha detto, aprendo il convegno il 21 novembre, mons. Giuseppe Merisi, vescovo di Lodi e presidente di Caritas italiana e della Commissione episcopale per il servizio della carità e la salute. “Le questioni nodali che nell’ultimo periodo hanno pericolosamente allargato la forbice tra società e istituzione – ha osservato mons. Merisi – riguardano l’equilibrio tra i poteri, lo sviluppo di un autentico federalismo unitario, responsabile e solidale; la stabilizzazione dell’assetto del sistema politico”. Il vescovo ha esortato a “recuperare progettualità nella politica, che comporta una rettifica di atteggiamenti e di comportamenti” e un “rinnovamento in termini di ricchezza di contenuti”, a partire dal “riconoscimento e dalla tutela dei diritti fondamentali che sono espressione di una dignità personale che permane in ogni fase e in ogni condizione della vita umana”.
La povertà delle famiglie e dei giovani. La crescente vulnerabilità delle persone e delle famiglie, impoverite “dalla crisi economica, ma anche dai processi di globalizzazione, la precarizzazione del lavoro, la crisi del welfare” è stata sottolineata da mons. Merisi. “In un quadro di povertà complesso e multidimensionale, che tocca aree dell’intero Paese – ha osservato –, le famiglie continuano a pagare in misura più elevata la crisi, con prospettive sempre più incerte nel mercato del lavoro e una progressiva erosione di risorse”. Mons. Merisi ha messo in evidenza i problemi delle “famiglie di cinque o più componenti ma anche di famiglie monogenitoriali, quelle residenti nel Mezzogiorno con tre o più figli minori ma anche persone e famiglie prive di risparmi o di capitale sociale, come pure famiglie con redditi da pensione di anziani o che si fanno carico di altre povertà”. “La perdita improvvisa del lavoro o un qualunque altro imprevisto – ha ricordato – può far precipitare facilmente nella povertà”. Anche la precarietà e l’assenza di speranza” tra i giovani è un cruccio perla Caritas italiana, “non solo per gli sviluppi e le preoccupanti forme di protesta in cui spesso trova sbocco esponendosi a manipolazioni e strumentalizzazioni”. Mons. Merisi ha chiesto, inoltre, un’attenzione particolare al Mezzogiorno “da parte della politica, del mondo produttivo e della società” a causa dei “segni crescenti di vulnerabilità economica e sociale”, e del “conseguente depauperamento del capitale umano disponibile”.
Immigrati, Europa si apra. “Un aspetto fondamentale che ha bisogno di maggiore profezia è l’immigrazione, per aprire l’Europa al futuro e a una globalizzazione ‘della’ solidarietà e ‘nella’ solidarietà”: lo ha detto mons. Francesco Cacucci, arcivescovo di Bari-Bitonto e presidente della Conferenza episcopale pugliese. “In questo momento gli immigrati sono gli ultimi della società – ha osservato mons. Cacucci –. L’Europa deve essere perciò un continente aperto e accogliente, continuando a realizzare forme di cooperazione non solo economica, ma anche sociale e culturale”. Anche per mons. Cacucci, il Mezzogiorno d’Italia e i giovani sono due priorità: “Mi dolgo moltissimo che il documento su Chiesa e Mezzogiorno sia stato molto lodato al momento della pubblicazione – ha aggiunto ai giornalisti, a margine della sua relazione –, ma sia caduto nel silenzio totale nella Chiesa e nella società”. E a proposito dei giovani: “Come si fa ad essere profeti – si è chiesto – se i giovani sono completamente disattesi?”.
Essere profezia. La missione “profetica” della Caritas, in questo periodo di grave crisi economica – con 8 milioni di cittadini in povertà relativa, 3 milioni in povertà assoluta e il 25% della popolazione a rischio povertà – è “sollecitare le istituzioni responsabili a realizzare un piano completo ed efficace contro la povertà”. È la raccomandazione di mons. Giovanni Nervo, 93 anni, primo e storico direttore della Caritas italiana incaricato 40 anni fa della sua fondazione, espressa il 22 novembre durante un intervento-intervista con l’inviato di “Avvenire” Paolo Lambruschi. Secondo mons. Nervo, oggi le priorità sono i giovani e gli immigrati. I giovani “perché nella nostra società non contano niente e sono i più esposti al pericolo della povertà: povertà di valori e di prospettive di vita e lavoro”. A questo proposito, sulla base di quella “grande esperienza educativa” che è stata l’obiezione di coscienza e il servizio civile (con 100.000 giovani coinvolti), mons. Nervo ha invitato a valorizzare il servizio civile volontario, oggi in difficoltà per mancanza di risorse. Gli immigrati sono invece “un fatto nuovo molto importante, non solo perché sono braccia che lavorano e teste che riflettono, ma perché nei loro confrontila Chiesa ha il compito preciso di annunciare il Vangelo: non attraverso una evangelizzazione diretta, perché sarebbe proselitismo, ma con la voce della carità che può arrivare nei loro cuori”. Mons. Nervo ha chiesto, perciò, alla Caritas di continuare a svolgere la sua “prevalente funzione pedagogica” nella Chiesa e nella società, così come intuito da Paolo VI quarant’anni fa. Un ruolo da svolgere con “una solida cultura e una profonda spiritualità, per cogliere i segni dei tempi ed essere profezia”.















