Pubblicato in: Sab, Mar 29th, 2014

Carla Fracci: “Quando col mio balletto si danzava all’Apollo”

Lei ha dato tantissimo alla danza, ma c’è ancora qualcosa che non è riu­scita a realizzare?

Ci vorrebbe una Compa­gnia soprattutto il nostro talento con or­goglio.

Signora Fracci, come è nata la sua grande pas­sione per la danza?

Ho incontrato questo mon­do per caso. Non sapevo cosa fosse un teatro. Alcuni amici di famiglia, vedendomi ballare il tango e il valzer, dissero ai miei genitori: “perché non la iscrivete alla Scuola di Ballo del Teatro alla Scala? Ha mol­ta musicalità ed anche grazia”. Scoprire questo mondo fu una rivelazione ma è stata una co­strizione anche cominciare gli studi di danza classica. A dodi­ci anni però mentre facevo una comparsa nel balletto “La Bel­la Addormentata”, vidi Margot Fonteyn e dentro di me scattò una molla. In quell’istante ho capito anche l’importanza di studiare e impegnarmi con sa­crificio, per arrivare al livello di Dame Margot Fonteyn. E così ho lavorato tanto, tutti i giorni. Anche ora. Puoi viag­giare, andare ovunque, ma non bisogna mai smettere di studia­re. In molti mi chiedono perché continui a farlo. Ed io continuo a rispondere che è necessario farlo tutti i giorni con il mae­stro che ti corregge. L’insegna­mento e l’esercizio e la discipli­na sono fondamentali.

Tra i tanti, quale aspetto le piace ricordare nella sua carriera?

Danzare il repertorio clas­sico è stato fondamentale, ma ancor di più la mia capacità di rinnovarmi, di trovare nuo­vi personaggi da interpretare e proporre, ovunque. Ho, infatti, sempre frequentato tutti i tipi di teatro, anche quelli piccolissi­mi, di piazze, sono andata per­fino in carcere quando non era di moda rappresentare spetta­coli in quelle sedi. Una volta a Paestum c’era solo prato e abbiamo preso le cabine eletto­rali per creare i camerini. Ho fatto veramente un lavoro da pioniera, ma con orgoglio, per­ché amo il mio lavoro. Ed era mio dovere fare questo. A pre­scindere dalla celebrità, dalla Scala, a tutto il mondo, dove si prostravano e forse lo fanno ancora.

Una persona molto impor­tante della sua vita è il Ma­estro Beppe Menegatti….

Si, mio marito è stata ed è una figura importantissima. Come donna ho avuto la for­tuna di incontrare un uomo di teatro, di grande sensibilità e genialità. Lui andava all’uni­versità con la fotografia della Duse tra le pagine dei libri. Poi all’accademia Zeffirelli segna­lò il suo nome a Visconti come assistente per un balletto che dovevamo fare alla Scala con la coreografia di Leonide Mas­sine. E li ci siamo conosciuti! Beppe mi è stato accanto nella mia carriera, nei viaggi che fa­cevo per lavoro. Durante le mie tournée all’estero, mi portava sempre anche mio figlio. Tutto questo calore familiare ha con­tribuito al mio successo. Molte esperienze di teatro, di cinema e di televisione le ho fatte gra­zie a lui. Come non ricordare lo sceneggiato televisivo su Giu­seppe Verdi in cui interpretavo la Strepponi? Tutte esperienze positive, importanti. Non aven­do studiato recitazione, è stato Beppe ad aiutarmi… ed hanno detto che sono stata brava!

Il suo entusiasmo mi ha sempre contagiata e, se fosse possibile, vorrei regalargli un teatro! La preziosa intervista ter­mina con un’energia creativa talmente intensa da riportare alla memoria i versi di Monta­le dedicati a Carla Fracci nella poesia “La danzatrice stanca” scritta nell’assenza dalle scene dell’ètoile durante la maternità: “poi potrai rimettere le ali non più nubecola celeste ma terre­stre e non è detto che il cielo non se ne accorga”. Basta che uno stupisca che il tuo fiore si rincarna e si meraviglia ed an­cora ci stupiamo della unicità di questa grande donna italiana.

Pagine a cura di Maria Agostinacchio

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