Carlo Calcagni: “Ora mi batto per chi soffre come me”
La Commissione Parlamentare d’Inchiesta sull’esposizione a possibili fattori patogeni, presieduta dal Sen. Costa ha individuato quattro poligoni italiani a rischio. Tra questi Torre Veneri, a due passi da Lecce.
Intervista Esclusiva/Parla il Colonnello originario di Guagnano contaminatosi in una missione all’estero.
UN MESSAGGIO DA LONDRA:
“CHI COMPIE IL PROPRIO DOVERE PER LA PATRIA MERITA ONORE E RISPETTO”
“Dopo cinque anni di battaglie contro la malattia e contro il sistema, ho ricevuto il riconoscimento della causa di servizio. Ora, da tempo, mi dedico allo studio delle leggi”.
“Siam pronti alla morte, l’Italia chiamò”… Quante volte l’abbiamo urlato nei campi di calcio? Quante volte abbiamo sorriso pronunciando questa frase? E, soprattutto, quanti hanno meditato sul messaggio che essa racchiude? C’è, però, chi questa frase non l’ha solo intonata dinnanzi ad un tricolore con la mano sul petto, ma si è ritrovato a viverla. Così è stato per il Col. R. O. Carlo Calcagni, il militare originario di Guagnano ammalatosi a seguito di una missione militare all’estero. Quasi stordisce quell’intreccio di decisione e tranquillità con cui ci racconta il suo calvario dalla clinica londinese di Breakspear Medical Group, dove è ricoverano da tre settimane. Pacato, sereno, emotivamente controllato. Di fronte alla malattia mostra quella dignità che lo Stato italiano spesso non riconosce alle vittime dell’uranio impoverito.
Sedici anni fa, la passione per il suo lavoro lo aveva visto in prima linea durante la missione di pace in Bosnia; oggi, la passione per la vita lo mette in prima nella sua personale guerra contro il metallo killer.
Da un documento del 1993 risulta che il Governo USA aveva istruito il comando militare americano (che coordinava la missione in Somalia) circa i rischi connessi all’uranio impoverito. Dalle testimonianze di chi ha prestato servizio in Somalia, Iraq, Bosnia, Kosovo e Afghanistan emerge che mentre i militari americani indossavano tute speciali, guanti, maschere e bombole di ossigeno, gli operatori italiani effettuavano le bonifiche ambientali e maneggiavano materiale radioattivo senza protezione alcuna. Col. Calcagni, l’Italia quando è venuta a conoscenza di questo rischio?
I nostri vertici sapevano che determinate zone potevano essere pericolose per la salute dei militari, eppure questo rischio è stato ignorato, molto probabilmente perché l’Esercito Italiano non disponeva degli equipaggiamenti di protezione necessari. Tremila uomini era l’impegno che l’Italia aveva preso con la Nato; un impegno che i vertici italiani hanno mantenuto, noncuranti del rischio cui i militari venivano esposti. La mia missione internazionale di pace ha avuto inizio in Bosnia nel gennaio 1996, in qualità di pilota elicotterista addetto al soccorso, ed è durata sei mesi. Generalmente, chi opera in un simile contesto si trova ad affrontare tutto ciò per cui è stato addestrato; noi, invece, abbiamo dovuto combattere con un nemico invisibile che ha fatto molte più vittime delle pallottole.
Quando ha scoperto di essere stato contaminato dall’uranio impoverito?
Nell’ottobre 2002, dopo il controllo annuale effettuato presso l’Istituto Medico Legale dell’Aeronautica di Roma per il rinnovo dell’idoneità al volo, sono stato trasferito a Viterbo per svolgere l’attività di istruttore di volo. Qui ho iniziato ad accusare spossatezza, eccessiva sudorazione e anche nelle gare di ciclismo la mia rendita calava. Decido, così, di fare dei controlli privati a Lecce. Il 18 novembre inizia la mia odissea. Una prima analisi delle urine denota la presenza di una serie di metalli tossici in quantità differenti: alluminio, cadmio, piombo, antimonio, arsenico, bario, cesio, nichel, tallio, stagno, mercurio e tungsteno. In seguito, da esami medici più approfonditi è venuta fuori una diagnosi complessa che vede: mielodisplasia, encefalopatia tossica da metalli pesanti, ipotiroidismo, ipogonadismo, polineuropatia tossica, nitrosamine addotte al Dna, disfunzione del sistema simpatico e parasimpatico, disautomia associata a Sindrome da fatica cronica, ipossia dei tessuti e Hypercapnoea, Sindrome di Gilbert, perdita della funzione vasomotore e di termoregolazione in tre arti, insufficienza renale, miocardite da sostanze tossiche e epatopatia cronica da contaminazione di metalli pesanti. Si trattava, quindi, di un malessere oramai cronicizzato che, pur non essendo stato rilevato in nessun altro controllo precedente, era senza dubbio presente da molto tempo.
Qual è l’iter delle cure cui è costretto a sottoporsi?
Ogni giorno devo fare 6 iniezioni, 4 ore di flebo, 18 ore di ossigenoterapia, 1 ora di infrarossi, la camera iperbarica e ben 300 compresse. Ogni lunedì e giovedì, poi, mi spetta una auto-emotrasfusione.
In seguito alla diagnosi, cosa ne è stato del suo lavoro?
Dopo aver comunicato gli esiti degli esami al mio comandante, ogni comunicazione con il mio reparto è sembrato annullarsi. Nessuna chiamata, nessuno chiede informazioni sulla mia condizione. Sentivo di essere per loro un semplice numero adoperato per colmare questo o quell’altro turno. Tutto questo faceva male, ma feriva più il tentativo, da parte dei vertici, di negare la tossicità dell’uso dell’uranio impoverito. Il 30 ottobre 2007 (giorno del mio compleanno) mi hanno riformato con il 100% di invalidità. Da quel momento, per il Ministero, il Maggiore Carlo Calcagni è deceduto.
Dopo cinque anni di battaglie contro la malattia e contro il sistema, ho ricevuto il riconoscimento della causa di servizio. Ora, da tempo, mi dedico allo studio delle leggi, di circolari e quant’altro per aiutare gratuitamente i miei colleghi e i parenti delle vittime di uranio. Successivamente è nata l’Associazione “Ruolo d’onore Carlo Calcagni” con lo scopo di far conoscere i diritti di chi è stato contaminato dal metallo killer ed aiutare chi era nella mia stessa situazione. È un impegno che, oltre a gratificarmi, sposa fedelmente il mio motto “donarsi, senza mai nulla pretendere”. Nell’ottobre del 2010 è stata istituita la Commissione d’Inchiesta sull’uranio impoverito, di cui io sono stato nominato consulente proprio in virtù della mia esperienza e delle conoscenze normativo-legislative acquisite. Nel frattempo, sono rientrato in servizio grazie ad una legge che mi permette di essere richiamato di anno in anno e, dunque, di avanzare di carriera. Attualmente, sono al mio terzo anno di reimpiego e sono stato promosso a Colonnello.
Nessun funerale di Stato per le vittime dell’uranio impoverito. Cosa ha da dire a riguardo?
In questi anni, purtroppo, mi è capitato di tirar giù dall’aereo qualche collega nel tricolore. Gli sfortunati che muoiono durante le missioni, vengono riconosciuti come figli della patria e proprio dalla madrepatria ricevono onori e medaglie. Chi invece, contaminato dall’uranio impoverito, rientra dalle aree di conflitto con le proprie gambe per poi soffrire in silenzio, è condannato a non ricevere né medaglie, né riconoscimento morale. Ed è triste dal momento che, in ogni caso, si tratta di uomini morti per aver compiuto il proprio dovere.
















