Carlo Calcagni: “Ora mi batto per chi soffre come me”
CASI E MORTI
PER PATOLOGIE NEOPLASTICHE
dal 1991 al 2012
3761
698
missioni all’estero
DECESSI
479
96
missioni all’estero
Fonte: Osservatorio epidemiologico della Difesa
Parla l’on. Falco Accame/Responsabilità politiche e militari: leggerezze fatali
Dal 1983 l’on. Falco Accame, ex ufficiale superiore di Marina ed ex-deputato alla Camera, opera per la tutela dei militari impegnati nelle varie operazioni estere. Con l’Anavafaf – Associazione Nazionale Assistenza Vittime Arruolate nelle Forze Armate e Famiglie dei Caduti – di cui è presidente, si occupa tra l’altro delle conseguenze dell’uso di proiettili contenenti uranio impoverito nelle campagne a cui hanno partecipato soldati italiani. Secondo quanto egli stesso afferma, “era possibile intuire la pericolosità dell’uranio impoverito già all’epoca della prima Guerra del Golfo (1990-1991), soprattutto in seguito all’allarme che suscitò l’incidente dell’11 luglio 1991 a Camp Doha in Kuwait quando, a causa di un incendio, esplosero una grande quantità di proiettili e carri armati all’uranio impoverito”. Di certo, ben informati sul rischio erano gli americani.
A dimostrarlo, il loro equipaggiamento durante la missione in Somalia del 1993: tute, maschere e guanti per proteggersi dalle micro polveri letali in grado di provocare l’insorgere di linfomi e tumori. Al fianco dei soldati americani, in Somalia, c’era però l’esercito italiano che, ignorando del tutto i pericoli della sostanza, lavorava a mani nude. Stando ai documenti ufficiali, infatti, l’Italia è venuta a conoscenza degli effetti devastanti che l’uranio impoverito poteva avere sulla salute dei militari, solo nel novembre 1999. Un ritardo di ben sei anni rispetto agli americani. “Quello dell’uranio impoverito – continua l’On. Accame – è un problema di responsabilità politiche e militari per non aver applicato tempestivamente le norme di precauzione necessarie; una leggerezza che ha messo a rischio la salute di moltissimi militari italiani coinvolti nelle operazioni all’estero. Stando agli studi sinora effettuati, il legame tra i tumori e l’uranio impoverito rimane nel campo probabilistico, al pari del nesso tra tumori e fumo. Questo, comunque, non giustifica la mancata precauzione”. Quanto alle cifre, Accame si attiene ai dati esposti dal col. Medico Roberto Biselli, Direttore dell’Osservatorio epidemiologico della Difesa.
Durantela Commissione Parlamentare d’inchiesta del 22 febbraio scorso, infatti, il col. Biselli fa presente che il numero dei casi di malattia e decessi notificati dalle singole Forze Armate all’Osservatorio, relative alle patologie neoplastiche occorse nel personale militare dal 1991 al 21 febbraio 2012, ammontano in totale a 3761 unità: 698 di essi riguardano il personale che ha preso parte a missioni all’estero e 3063 riguardano militari che non hanno mai effettuato attività fuori area. I decessi, invece, sono complessivamente 479, di cui 96 verificati per persone che hanno operato in missioni all’estero e 383 per persone che sono rimaste in Patria.
L’on. Accame, però, sottolinea si tratta di dati “parziali perché considerano solo i militari in servizio, escludendo sia i militari in congedo (ricordiamo che un tumore può avere un periodo di latenza di 15-20 anni) che tutti i civili che hanno partecipato alle missioni estere con Onlus o altre organizzazioni quali il Ministero dell’agricoltura, la Presidenza del Consiglio, la Croce Rossa e così via”.

















