Pubblicato in: Dom, Lug 15th, 2012

Carlo Calcagni: “Ora mi batto per chi soffre come me”

CASI E MORTI

PER PATOLOGIE NEOPLASTICHE

 dal 1991 al 2012

3761

698

missioni all’estero

DECESSI

479

96

missioni all’estero

Fonte: Osservatorio epidemiologico della Difesa

 Parla l’on. Falco Accame/Responsabilità politiche e militari: leggerezze fatali

Dal 1983 l’on. Falco Accame, ex ufficiale superiore di Marina ed ex-deputato alla Camera, opera per la tutela dei militari impegna­ti nelle varie operazioni estere. Con l’Anavafaf – Associazione Nazionale Assistenza Vittime Arruolate nelle Forze Armate e Famiglie dei Caduti – di cui è presidente, si occupa tra l’altro delle con­seguenze dell’uso di proiettili contenenti uranio impoverito nelle campagne a cui hanno partecipato soldati italiani. Secondo quanto egli stesso afferma, “era possibile intuire la pericolosità dell’uranio impoverito già all’epoca della prima Guerra del Golfo (1990-1991), soprattutto in seguito all’al­larme che suscitò l’incidente dell’11 luglio 1991 a Camp Doha in Kuwait quando, a causa di un incendio, esplosero una grande quantità di proiettili e carri armati all’uranio impoverito”. Di certo, ben informati sul rischio erano gli americani.

A dimostrarlo, il loro equipaggiamento durante la missione in Somalia del 1993: tute, maschere e guanti per proteggersi dalle micro polveri letali in grado di provocare l’insorgere di linfomi e tumori. Al fianco dei soldati americani, in Somalia, c’era però l’esercito italiano che, ignorando del tutto i pericoli della sostanza, lavorava a mani nude. Stando ai documenti ufficiali, infatti, l’Italia è venuta a conoscen­za degli effetti devastanti che l’uranio impo­verito poteva avere sulla salute dei militari, solo nel novembre 1999. Un ritardo di ben sei anni rispetto agli americani. “Quello dell’uranio impoverito – continua l’On. Accame – è un problema di responsabilità politiche e militari per non aver applicato tempestivamente le norme di precauzione necessarie; una leggerezza che ha messo a rischio la salute di moltissimi militari italiani coinvolti nelle operazioni all’estero. Stando agli studi sinora effettuati, il legame tra i tumori e l’uranio impoverito rimane nel campo probabilistico, al pari del nesso tra tumori e fumo. Questo, comunque, non giustifica la mancata precauzione”. Quanto alle cifre, Accame si attiene ai dati esposti dal col. Medico Roberto Biselli, Direttore dell’Osservatorio epidemiologico della Di­fesa.

Durantela Commissione Parlamentare d’inchiesta del 22 febbraio scorso, infatti, il col. Biselli fa presente che il numero dei casi di malattia e decessi notificati dalle singole Forze Armate all’Osservatorio, relative alle patologie neoplastiche occor­se nel personale militare dal 1991 al 21 febbraio 2012, ammontano in totale a 3761 unità: 698 di essi riguardano il personale che ha preso parte a missioni all’estero e 3063 riguardano militari che non hanno mai effettuato attività fuori area. I decessi, invece, sono complessivamente 479, di cui 96 verificati per persone che hanno operato in missioni all’estero e 383 per persone che sono rimaste in Patria.

 L’on. Accame, però, sottolinea si tratta di dati “parziali perché considerano solo i militari in servizio, escludendo sia i militari in congedo (ricor­diamo che un tumore può avere un periodo di latenza di 15-20 anni) che tutti i civili che hanno partecipato alle missioni estere con Onlus o altre organizzazioni quali il Ministero dell’agricoltura, la Presidenza del Consiglio, la Croce Rossa e così via”.

Pages: 1 2 3

Lascia un commento

XHTML: You can use these html tags: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

 

Gli articoli più letti