Carlo Osti, Direttore Sportivo del Lecce /Il Calcio italiano: lo specchio del Paese
Un aplomb esemplare che rivela nei gesti una cordiale riservatezza. Per Carlo Osti, 54enne da Conegliano, l’aver saputo declinare con ampio merito per quasi vent’anni il ruolo di difensore nel calcio professionistico – nella faticosa provincia ma anche alla corte di Trapattoni nella Juve che si appuntò la seconda stella – forse, deve aver lasciato il segno e valorizzato le attitudini anche per il prosieguo della carriera dietro la scrivania di D.S.E così pure lo stile verbale si asciuga e bada al concreto; sempre disponibile al confronto ma mai aperto al contropiede: per un difensore attento, il punto di orgoglio.
Direttore, il campionato ha segnato il giro di boa da poche domeniche e i progressi conseguiti dal Lecce dopo il cambio dell’allenatore e gli acquisti nel calciomercato di gennaio, di fatto, sembrano sconfessare quanto programmato la scorsa estate.
Non direi sconfessare ma piuttosto andare incontro alle nuove esigenze tattiche di Cosmi che ha impostato la squadra secondo lo schema del 3-5-2; di conseguenza con il mercato di gennaio abbiamo cercato di reperire elementi capaci di inserirsi il più in fretta possibile in squadra per raggiungere l’obiettivo della salvezza che resta sempre lo stesso, adesso come ad inizio anno.
Ma allora che cosa non ha funzionato prima, a giugno? E perché si è arrivati al cambio di Di Francesco?
Per dare un’inversione di tendenza al nostro campionato: una scossa al gruppo e all’ambiente. Di Francesco ha svolto il suo lavoro con grande professionalità e in modo inappuntabile, per certi aspetti; però inevitabilmente si è arrivati al cambio perché la squadra, in quel momento, faceva fatica ad avere una propria identità.
Esiste una relazione tra il cambio di guida tecnica, le operazioni di mercato e l’attualità che riguarda a vario titolo la società?
Mettiamo in chiaro, la proprietà è la proprietà e può fare quello che vuole, nel senso che ha messo in vendita il club da maggio dell’anno scorso e questo non è un aspetto di mia competenza. Il mio ruolo è quello di Direttore Sportivo, il mio obiettivo è mantenere la categoria. Sono due strade completamente diverse.
Ad inizio anno aveva puntato sui giovani, intendeva creare delle condizioni, sia pur di prospettiva, anche per attingere dalle giovanili?
Sono convinto che i giovani rappresentino comunque il futuro e ogni club medio piccolo deve necessariamente cercare di attingere al serbatoio del settore giovanile; allora parlai di giovani calciatori per via dei costi meno elevati che questi hanno rispetto ad atleti con più anni di esperienza nella massima divisione; poi un conto sono i giovani in prima squadra, altro il cosiddetto vivaio: come in ogni club professionistico il vivaio ha una propria organizzazione, programmazione, struttura; non farei quindi, un collegamento così diretto sebbene per il Lecce vi siano dei ragazzi di prospettiva, attualmente impegnati in altre categorie, ma che in un futuro possono pensare di rientrare al Lecce per dare un contributo significativo.
Il record negativo di spettatori paganti stabilito domenica scorsa in casa contro il Bologna evidenzia anche una difficoltà di rapporti con il pubblico?
Lecce è di per sé una città accogliente, mai opprimente, straordinaria sotto il profilo artistico e della vivibilità, con tratti identificativi unici, ma in merito al rapporto con il pubblico dello stadio credo che tutto il mondo sia paese, nel senso che anche a Lecce come su altre piazze calcistiche si viva una alternanza di momenti più o meno positivi. Per quanto riguarda il numero di spettatori non sono preoccupato più di tanto perché sono convinto che, se questa squadra dovesse far vedere un buon calcio, inanellare risultati positivi, la gente ritornerebbe sugli spalti. Del resto il tifoso vuol vedere la propria squadra giocare bene, vincere, è comprensibile. Comunque anche quando non è stato numeroso il pubblico del Via del Mare ha sempre dato una grande mano alla squadra, l’ha sostenuta con entusiasmo ricordo ancora gli applausi tributati alla fine del match perso con la Lazio. E poi c’è da registrare che sono tanti, ormai, gli stadi che registrano molte meno presenze rispetto al dato di soli due anni fa.
Sembra una crisi diffusa quindi, ma in cosa individuare le cause di questa disaffezione?
Sono molteplici, tra queste in primo piano quelle legate alla trasmissione in tv delle partite, poi l’inadeguatezza degli stadi, per quanto riguarda il contesto italiano, e, inoltre, più in generale la crisi economica e finanziaria che si riflette pesantemente su più settori, calcio compreso.
E in che misura incidono le notizie di combine, il rincorrersi di voci e smentite che rischiano di gettare fango in maniera indistinta su società e singole carriere?
È evidente che ci troviamo in un passaggio in cui i giornali riportano tante cose e non mi sembra corretto esprimere valutazioni in questo momento, al di là di quello che possa essere un giudizio morale secondo il quale si vorrebbe che i fatti al centro di tali inchieste non debbano esistere nella maniera più assoluta, aspettiamo dunque di vedere quelle che saranno le sentenze, dopo che saranno celebrati i processi e poi valuteremo. Adesso credo sia prematuro parlarne.
In altri Paesi, come ad esempio la Gran Bretagna o di cultura di area occidentale, la tradizione legata alle scommesse sugli eventi sportivi fa parte da molto tempo di un vissuto quotidiano lecito, secondo lei perché in Italia invece l’intero apparato che riguarda le scommesse sembra in molti casi strutturarsi al limite dell’illecito, della frode, del penale.
Le rispondo con una domanda: “Secondo lei i politici italiani sono uguali a quelli inglesi?” La politica – continua il D.S. Osti – dovrebbe essere espressione di alti valori; se noi invece siamo abituati a scandali pressoché quotidiani, a partire da chi ci comanda e a qualsiasi livello, locale o nazionale, è chiaro che viviamo un degrado sociale e culturale, valoriale che probabilmente in altri Paesi esiste in misura minore; a me è chiaro che questo degrado di valori, che parte dall’alto, arrivi dappertutto. Ci possiamo tranquillamente scandalizzare, sia ben chiaro, però se poi andiamo a ben vedere quello che succede in tanti altri settori, alla fine non possiamo che constatare che la dimensione dell’Italia è esattamente ricondotta alla descrizione svilente di ciò che la rappresenta in queste misere circostanze: un Paese che dovrà cercare di ritrovare i valori partendo dall’alto. Non sembra affatto un’impresa facile perché questa perdita di valori è diffusa in tutti i livelli, a cominciare anche dalle scuole, a livello di formazione dei giovani, laddove mancano strutture di aggregazione, come i centri di patronato di mia personale memoria e frequentazione, all’interno dei quali venivano trasmessi valori e insegnamenti che poi ognuno portava con se. Il calcio, purtroppo fa anche vedere uno spaccato del Paese che in linea con altre situazioni non proprio edificanti, ne riproduce a livello popolare, istintivo, di pancia indicazioni e attitudini ampiamente diffuse sul territorio nazionale.
Paolo Lojodice















