Casa della Carità/Cinque mesi dopo. Rifugio, Pane, Calore
“Sandalì, sandalì!”; “Thank you… Grazie”. Poche e confuse parole si percepiscono nel cortile della Casa della Carità attorno alle 18.30, durante il momento cruciale dell’accoglienza serale degli ospiti. Sono passati cinque mesi dal 24 dicembre, il giorno in cui la struttura, prima in balìa del degrado sociale, è nata ufficialmente come presidio della carità gratuita, e sono numerose, ma tutte ugualmente difficili, le storie di chi è passato da lì. C’è il ventenne afgano, cintura nera di karate, aggredito dai talebani per aver cercato di insegnare alle donne l’arte del difendersi: sul suo collo serpeggiano ancora lunghe cicatrici nei punti in cui è stato accoltellato.
C’è il 23enne iracheno che ha trascorso sette anni in Norvegia, dove ha acquisito il diploma di chef, prima di essere mandato via, e che ora aiuta gli stessi cuochi della mensa nella Casa. C’è l’uomo venuto da Baghdad, che ha pagato circa 7500 euro per arrivare in Italia, nascosto in un furgone durante l’interminabile viaggiogestito dalla mafia turca, prima di arrivare a Milano, passare dal centro accoglienza di Foggia e bussare alla porta della Casa della carità, dopo essere giunto a Lecce.
Tanti volti, differenti vite, decine di giovani immigrati, in alcuni casi appena arrivati in Italia, in cerca di speranza, di un futuro, o molto spesso semplicemente di una sedia su cui rilassarsi di notte. Come quell’uomo che prega più volte il coordinatore dei volontari, il diacono Carlo Mazzotta, di assicurargli un sandalì: così viene chiamato in Afghanistan un tavolino basso su cui è collocata una coperta e sotto al quale viene installata una stufetta o un qualunque impianto di riscaldamento.
Quello che i nuovi ospiti desiderano è dunque un luogo caldo e accogliente in cui riposare, per vivere l’illusione, anche solo per un attimo, di essere tornati a casa. Per molti di loro, però, la casa non c’è più, non ci sono familiari né amici, non c’è nel Paese d’origine l’immagine di alcun progetto di vita, e vorrebbero non avere nemmeno sulle spalle quei ricordi del passato, più o meno recente, che fanno ancora male come una ferita aperta.















