Casalabate/La Marina dimenticata nel mosaico di Giangrande
Il pescatore mostra orgoglioso i frutti di mare, l’enorme dentice ancora ansimante, il piatto di ricci in una mescolanza di profumi e sapori.
Il mare è foriero di naufragi, ma lo spavaldo impavido avventuriero, che ignora i venti e si avventura al largo senza conoscere la bussola o il cielo stellato, non valuta la presenza di secche.
Dopo l’inno alla madre terra portatrice di ricchezza e benessere per chi crede nel lavoro e per chi sa con sapienza e religiosità utilizzarne le risorse infinite, lungi dall’idea di sfruttamento e di violenza… o di accaparramenti illeciti, Alberto Giangrande ci invita, con questo nuovo pannello musivo sgargiante di colori, meravigliosamente accostati in sfumature e bagliori di luce a puntare l’attenzione sul mare, il primo elemento, ancor prima della terra, datore di vita.
Di che cos’altro si può parlare se non di inno, canto religioso, dolente e propiziatorio, vocativo, rivolto all’elemento, ma indirizzato all’uomo con un richiamo perentorio a cessare di guardare alla natura con occhio famelico e a sfidarne la potenza a fini consumistici o di sfacciato “godimento”. I luoghi sono quelli dell’infanzia e della prima giovinezza dell’autore e di molti di noi, le spiagge di Casalabate, la marina contesa, e per questo non oggetto di cura da parte delle istituzioni, lasciata all’abbandono e allo spontaneismo costruttivo, che ne ha snaturato l’amenità con l’abbattimento delle dune e l’edifi- cazione sulla sabbia a pochi metri dalla spiaggia di case irrispettose dell’ ambiente e della statica.
Al centro della composizione, incastonata in una meridiana è raffigurata la vecchia torre, che dà il nome a tutta la marina e ne è stato sempre il simbolo, oggi traballante e puntellata, caparbiamente resistita ai marosi di tramontana che sferzano lo scoglio su cui sorge e che molti di noi hanno nella memoria, essendo il primo edificio che si scorgeva dopo l’ultima curva della stretta e tortuosa via, quando dall’entroterra ci avventuravamo, anche in bicicletta alla scoperta del mare… incastonata nella meridiana, cioè inscritta nella stretta, soffocante morsa del tempo, che compiaciuta dei frutti del mare da parte del pescatore, l’enorme dentice ancora ansimante, il piatto di ricci in una sinestesia di colori e profumi, la figura del vecchio che rattoppa le reti, perché tutto consuma e avvolge nella cupa notte, ma che, come mi sembra di scorgere nell’intenzione dell’artista, le fa da velo protettivo.
Nel motto si esprime la gratitudine dei viventi nei confronti di una natura che si rigenera nella forza vitale, che vince sul nulla, infusa misteriosamente negli esseri, indipendentemente dal nome che le si voglia dare, misteriosa, incommensurabile, divina…
onde il compiacente sorriso del mare, primiera via di comunicazione, ma per conoscere, per unire, per esultare ed inneggiare alla vita in un afflato universale in uno scenario di pace, in cui cessano le tempeste, l’aria è serena, il sole caldo e luminoso. Ecco allora l’esibizione compiaciuta dei frutti del mare da parte del pescatore, l’enorme dentice ancora ansimante, il piatto di ricci in una sinestesia di colori e profumi, la figura del vecchio che rattoppa le reti, perché la vita del mare dà lavoro a tutti….e nel vecchio marinaio consumato dalla salsedine si è rappresentata dovunque la sapienza che non deriva dalle pagine di un libro, ma che si innesta sulla dura esperienza della vita: dura quella del contadino, ma assai di più quella del marinaio!
Una sinfonia di luci, di colori e di suoni, che dà unità a tutta la composizione e che si fa notare visivamente nelle figure dei musicanti, che non sono, quindi, zeppe fuori contesto, anzi, sono anch’essi elemento evocatico, ma nello stesso tempo metaforico, della vita risolta in canto. Il pannello di Giangrande è un Inno alla vita… il linguaggio è quello stesso del paganesimo entusiasta della grandezza e della varietà delle forme, che l’artista coglie ed esprime, ma che non restringe nei limiti di una “cultura” o di un “credo”, essendo l’opera d’arte creazione pura ad essendo il linguaggio dell’arte.
Ennio Monastero















