Catena Fiorello/Scrittrice a tempo pieno… ma a scrivere ci vuole coraggio
Il suo ultimo romanzo…
Incontro spesso Catena Fiorello a Lecce. Ti inonda con la sua affabilità tutta siciliana e riconosci subito certe affinità familiari. Provi a rendere formale l’appuntamento per un’intervista, ma non c’è niente da fare: è talmente disponibile da rendere ogni occasione un momento di affettuosa di convivialità. Iniziamo subito dall’ultimo libro edito dalla Rizzoli “Un padre è una padre”, la storia di una figlia, Paola, che incontra suo padre quando ormai è diventata donna.
Brandelli di vita vera, viaggi interiori e reali in una storia che parte da Catania e si estende anche a Milano. Non un’autobiografia, sebbene tracce del suo vissuto personale sono riconoscibili, ma una inedita riscoperta del rapporto tra padre e figlia in cui ciascuno riscopre il proprio ruolo senza dare nulla per scontato. Padri, madri e figli in un affresco rinnovato con una prosa asciutta e accattivante dove, come sempre, ampio spazio ha la famiglia, declinata attraverso una riflessione profonda, ma mai cattedratica, pedante o strappalacrime.
Catena, hai detto che scrivere è un mestiere che ti permette di unire pensiero, osservazione e viaggio. Quando hai compreso l’importanza e la necessità della scrittura?
Penso di averne avuto sempre coscienza, mancava il coraggio. Mi sembrava persino arrogante pretendere di immaginarmi “scrittrice a tempo pieno”. Poi, mi sono lanciata, ed eccomi qua. Il pensiero, l’osservazione e il viaggio fanno parte del mio vissuto più profondo. E proprio dalla casuale osservazione, durante una passeggiata a Roma, di un padre e una figli ho sentito la necessità di riflettere su questo legame mai abbastanza approfondito e per niente scontato.
Le donne fragili, solide, borghesi esploratrici, amanti, tradite: cosa ti affascina di questo universo?
La capacità dell’essere umano di essere tutto, e il contrario di ciò che vuol far credere agli altri. In pratica una visione molto vicina al pensiero arguto di Pirandello, che non cessa mai d’essere attuale e crudele al tempo stesso. Anche in questo ultimo libro c’è un’adesione al mondo femminile, alla forza della madre Angela, alla magia dell’incognito e della sfida in Paola e alla figura della nonna della protagonista, tutte orientate alla ricerca personale della loro libertà. Figure speciali che ho avuto la fortuna di incontrare nella mia vita: mia madre, che ci ha cresciuto modestamente facendoci comprendere l’essenza vera del bisogno non effimero (ndr. Per approfondire, leggere il libro di Catena “Dacci oggi il nostro pane quotidiano” Rizzoli, 2013) e mia nonna Catena D’Amore che mi ha dato il gusto della libertà, perché agli inizi del ‘900, in una Sicilia chiusa, lei viveva liberamente facendo cose strane per l’epoca come fumare il sigaro, frequentare osterie o andare in giro da sola.
La Sicilia e la Puglia ma anche Milano e Roma: quanto conta l’ambientazione come sfondo alle tue storie?
Fondamentale. Come si fa a non essere influenzati dal posto in cui ambientiamo le nostre storie? Parto dalla Sicilia, dalla mia terra, perché è il luogo per antonomasia dei sentimenti estremi e perché la storia familiare tra Paola e suo padre vede la luce in questi luoghi di estrema bellezza e calore umano. I miei libri seguono le mie orme. Milano dove ho vissuto e poi Roma che ho scelto come residenza ormai da anni. Due città molto belle, diversamente stimolanti pur nella loro difformità. Ed ancora la Puglia direi sorella della Sicilia (ndr Casca il mondo, casca la terra, Milano, Rizzoli, 2012) per la sua luce che rende i contrasti in forti chiaroscuri, per i suoi luoghi profumati e per l’aspro contrasto tra il mare e la terra.
La musica si incontra molto spesso nei tuoi romanzi. Ha avuto un ruolo importante nella tua vita?
La musica è pane per l’anima. Senza musica siamo come un bel quadro senza cornice… certo, l’opera è bella comunque, però manca sempre qualcosa. Nei miei libri non manca mai la musica: in “Picciridda” trovi Le mille bolle blu o Dadaumpa, mentre la bellezza del canto brasileiro regna in “Casca il mondo…”, ancora Domenico Modugno con “Piange il telefono”, “Amara terra mia”,“E vui dormiti ancora!”. Canzoni che adorava mio papà: quando qualcuno in paese doveva riconquistare la propria donna, veniva contattato proprio lui, un vero maestro di serenate…!
A chi vorresti dire grazie?
A mia madre e a mio padre. Lui mi ha insegnato moltissimo. “Lascia che tutto accada, e offri sempre un sorriso” ci diceva. “È gratis!”. Già, vero. Quanto aveva ragione. Poi penso che a tutte le persone che ci sono state vicine nella vita bisognerebbe dire grazie. Indietro nel tempo direi grazie a mia nonna Catena D’Amore.
E il tuo rapporto con la fede?
È un rapporto molto profondo… ed anche per questo devo ringraziare mio padre che ci ha fatto vedere e vivere un cattolicesimo molto liberale, nessun ostruzionismo. Ci ha spiegato la religione modernamente, non ho mai subito forzature. Mio padre ci ha spiegato che esistono due tipi di rapporto con Dio: uno che passa attraverso la Chiesa ed un altro libero attraverso il rapporto diretto con Dio. Purtroppo molti hanno fatto della seconda scelta un escamotage per vivere un cattolicesimo senza direttive precise. Personalmente penso che il filtro che passa attraverso la chiesa, mi da sicurezza e tranquillità spirituale, mi fa capire che nel rapporto con Dio bisogna avere dei limiti.
L’Etna che è in te sta già meditando qualcosa per il futuro?
Il vulcano che ho dentro, mi spinge a raccontare la vita così com’è. Senza filtri, senza ipocrisie. E dunque, nelle mie storie, inevitabilmente si troverà il dolore, la speranza, la gioia e l’umiliazione. Conoscete qualcuno che non abbia provato questi sentimenti? Impossibile, direi.
Maria Agostinacchio

















