Pubblicato in: Gio, Feb 5th, 2015

C’era una volta… Il Carnevale made in Salento

Immaginario fantastico/Tradizioni, leggende, riti e scherzi del folklore locale mascherato.

21

L’atmosfera festosa di Carnevale, i suoi riti, i travestimen­ti, le maschere, gli scherzi, quel pizzico di collettiva follia che lo connotano e lo identificano come il periodo dell’anno in cui, secondo il celebre detto degli antichi romani “licet insanire”, è permesso impazzire, possono agevolmente rimandare a perso­naggi che popolano le credenze popolari della cultura contadina del Salento e in cui coniuga­no nel folklore locale figure dell’immaginario collettivo.

LE FATE

Esseri benefici e meravigliosi affollano le fiabe e di norma hanno un ruolo di aiutanti del protagonista; il nome sembra derivi dal latino fatum, ovvero destino, quindi creature che presiedono al destino. Vestirsi per carnevale da “fatina” è stato ed è tuttora un must per le bambine, benché oggi abbia nei personaggi televisivi, da Peppa Pig a Violetta, un agguerrito concorrente. Tra le più simpati­che della cultura popolare della nostra terra, Luigi Giuseppe De Simone, il magistrato-uma­nista leccese, storico, archeolo­go, studioso del folklore della sua terra, vissuto tra il 1835 e il 1902, cita Carmosina, Morga­na e Cinnereddha. Quest’ulti­ma si lega, per vie ancestrali, al celebre personaggio dell’omo­nima fiaba, conosciuta in circa 300 versioni, dalla più antica, egiziana, del VI sec a.C. a quelle seicentesche di Giovan Battista Basile (La gatta Ce­nerentola) e di Charles Per­rault, a quella dell’Ottocento dei Fratelli Gimm, senza contare gli adattamenti teatrali e cinematografici, tra cui il più celebre quello di Walt Disney. 

IL NINFEO DELLE FATE

La presenza nella cultura salentina di esseri straordinari come le fate si rileva nella to­ponomastica. Un “Ninfeo delle fate” si trova tra Lecce e San Cesario, verso la Masseria Papaleo e richiama nel nome e nella la struttura i ninfei greci e romani, edifici che sorgevano in località ricche di acqua, dedicati alle ninfe, divinità dell’acqua, della terra e destinati al tempo libero. Scavato in un masso monoli­tico, il ninfeo contiene statue di ninfe, corrose dal tempo e dall’umidità, e iscrizioni in pietra calcarea; risale al secolo XVI ed è al centro di varie leggende. Si narra che in questo luogo amassero riunirsi le fate del luogo e che vi avessero nascosto “l’acchiatura”, un oggetto prezioso e antico. Un con­tadino che ritrovò l’ogget­to, ottenne la protezione delle fate che, durante un temporale, lo salvarono da un fulmine che lo aveva colpito. Alle fate, tramuta­te in ninfe, sono dedicati un altro Ninfeo presso Felline e una grotta nelle vicinanze di Specchia su cui è stata eretta la chiesa parrocchiale del paese e un’altra grotta vicino Salve, da cui secondo una leggenda, datata 1580, fu vista uscire una turba di fate.

LU LAÙRU

Particolarmente presente nell’immaginario popolare è Lu Laùru, folletto rappresenta­to come alto circa 60 cm, (tre spanne), bruttino, peloso, vesti­to di panno color tabacco con cappellino in testa. Di solito scalzo, si dice sia desideroso di procurarsi un paio di scar­pette. La tradizione popolare vuole che regali un consistente gruzzolo di monete o indichi il luogo dove è nascosto un tesoro, “l’acchiatura” a chi gliele dona un paio. Un’altra leggenda consiglia di mettere dei sassolini nelle pantofole accanto al letto e il Laùru regalerà ricchezza; lo stesso accadrà a chi tenti di rubargli il cappellino. Un tempo si ritene­va che stesse dietro soprattutto alle ragazze e le proteggesse prima del matrimonio dalle cattiverie di matrigne e pa­drone fino a compiere i lavori di casa al loro posto. Di notte rivolgeva la sua attenzione agli animali strigliando, abbeveran­do, dando la biada ai cavalli e agli asini, ma anche a volte infastidendoli, battendoli, ag­grovigliando i crini ai cavalli. Lu Laùru, infatti è anche un folletto dispettoso: rovescia le padelle, lancia sassi sui vetri; gli si attribuiva la rottura dellu cofanu de la culata, ovvero il recipiente del bucato. In tempi di fame e guerra lo accusavano di svuotare la “capasa” dei legumi, dei fichi, delle friselle, uniche provviste della fami­glia. Si riteneva che rubasse l’olio, il formaggio, polli e galline. Nelle lunghe serate d’inverno tra li cunti davanti al fuoco vi erano le gesta di questi personaggi. Tra gli altri si racconta di una famiglia costretta a traslocare perché infastidita durante la notte da un Laùru che impediva il sonno. La prima notte nella nuova casa fu ugualmente disturbata dai rumori e mentre i componenti della famiglia si interrogavano tra loro sulla ragione, sentirono una vocina stridula che commen­tava “Avevate dimenticato i cesteddhi e la camastra, (la ca­tena per appendere sul fuoco il paiolo, ndr) e ve li ho portati”. Circa l’etimologia, il Rohlfs fa derivare il nome Laùru dal latino volgare “agurium” a sua volta derivato da “augurium”; dunque “l’augurio di casa” quasi un amalgama, secondo lo stesso De Simone tra Lari e Penati di tradizione latina. 

mela

SCAZZAMURIEDDHU, MO­NICEDDHU, SSCIACUDDHRUZZI

Oltre a Laùru, il folletto viene indicato con altri nomi quali Scazzamurieddhu, da verbo “cazzare” e il suffisso “mahr” di origine germanica che significa “incubo”; Moniceddhu, “muna­ceeddhu” nella variante nereti­na, derivato da “monaco”; Car­caluru nomignolo che gli deriva forse dall’abitudine di visitare di notte le persone, saltare sul dormiente, raggomitolarsi sullo stomaco, producendo un senso di pesantezza e di pressione (dal latino carcare che significa opprimere). La versione di Ara­deo, chiamato Ssciacuddhruzzi, che Rohlfs fa derivare dal greco “σκιαούλιον”(schiaùlion) che significa “piccolo spettro” è diventato dal 1999 emblema del Carnevale locale. È rappresenta­to con lunghe orecchie a punta, come i folletti della tradizione celtica, le scarpe, il mantello e il copricapo rossi, munito di un bastone per i suoi scherzi.

LE MASCIARE E LU NANNERCU

Nel Salento personaggi simili alle streghe dei Romani pren­dono il nome di Masciare o Striare. Secondo tradizione, sono immaginate mentre caval­cano di notte su un manico di scopa, discendono nelle case dal camino, secondo l’icono­grafia che attribuisce queste caratteristiche alla strega per eccellenza, la Befana. Esperte nella preparazione di magiche pozioni, danzano e costringo­no i contadini a danzare fino allo sfinimento, si tramutano in gatte e lupi; possono fare e eliminare gli incantesimi di “fascinazione”, molto temuti nell’arcaica civiltà contadina. Tra le più famose Mamma Serena che abita nelle profon­dità del mare, in un palazzo di conchiglie e pietre preziose e rapisce le fanciulle che si avvicinano alle sponde. Sul fronte maschile Lu Nannercu, o Nanni Ercu (nonno Orco, non­no nel senso di uomo anziano) vive invece sottoterra, tenendo fuori uno degli enormi orecchi dalla forma di un cavolfiore. Se una fanciulla va in campagna e cerca di cogliere il cavolfiore può far uscire lu nannercu che potrebbe mangiarla o portar­la con sé per servire lui e la moglie, la Nannorca. Solo la regina delle fate può liberare queste fanciulle prigioniere.

LE MUTATE

La credenza popolare le rite­neva le Masciare responsabili di fenomeni meteorologici di rifrazione, frequenti un tempo in terra d’Otranto per la presen­za di molte zone paludose, per cui al mattino allo spirare lo scirocco sulla superficie della terra o delle acque, si mani­festavano forme particolari (castelli, torri, velieri….), in una specie di miraggio conti­nuamente mutevole. Questi fe­nomeni denominati in dialetto salentino, Mutate, Scangiate, Scangiatole somigliano alla cosiddetta “Fata Morgana”, dal nome della popolare strega della mitologia celtica, feno­meno presente nello stretto di Messina. Considerare queste figure mitiche che incarnano ed esorcizzano paure inconsce, si fanno carico di desideri e forniscono spiegazioni esote­riche di fenomeni naturali e psichici, significa riscoprire e rendere consapevoli le proprie radici contadine, valorizzarle e coglierne i collegamenti con altre culture e tradizioni.

Lucia Buttazzo

Lascia un commento

XHTML: You can use these html tags: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

 

Gli articoli più letti