C’era una volta… Il Carnevale made in Salento
Immaginario fantastico/Tradizioni, leggende, riti e scherzi del folklore locale mascherato.
L’atmosfera festosa di Carnevale, i suoi riti, i travestimenti, le maschere, gli scherzi, quel pizzico di collettiva follia che lo connotano e lo identificano come il periodo dell’anno in cui, secondo il celebre detto degli antichi romani “licet insanire”, è permesso impazzire, possono agevolmente rimandare a personaggi che popolano le credenze popolari della cultura contadina del Salento e in cui coniugano nel folklore locale figure dell’immaginario collettivo.
LE FATE
Esseri benefici e meravigliosi affollano le fiabe e di norma hanno un ruolo di aiutanti del protagonista; il nome sembra derivi dal latino fatum, ovvero destino, quindi creature che presiedono al destino. Vestirsi per carnevale da “fatina” è stato ed è tuttora un must per le bambine, benché oggi abbia nei personaggi televisivi, da Peppa Pig a Violetta, un agguerrito concorrente. Tra le più simpatiche della cultura popolare della nostra terra, Luigi Giuseppe De Simone, il magistrato-umanista leccese, storico, archeologo, studioso del folklore della sua terra, vissuto tra il 1835 e il 1902, cita Carmosina, Morgana e Cinnereddha. Quest’ultima si lega, per vie ancestrali, al celebre personaggio dell’omonima fiaba, conosciuta in circa 300 versioni, dalla più antica, egiziana, del VI sec a.C. a quelle seicentesche di Giovan Battista Basile (La gatta Cenerentola) e di Charles Perrault, a quella dell’Ottocento dei Fratelli Gimm, senza contare gli adattamenti teatrali e cinematografici, tra cui il più celebre quello di Walt Disney.
IL NINFEO DELLE FATE
La presenza nella cultura salentina di esseri straordinari come le fate si rileva nella toponomastica. Un “Ninfeo delle fate” si trova tra Lecce e San Cesario, verso la Masseria Papaleo e richiama nel nome e nella la struttura i ninfei greci e romani, edifici che sorgevano in località ricche di acqua, dedicati alle ninfe, divinità dell’acqua, della terra e destinati al tempo libero. Scavato in un masso monolitico, il ninfeo contiene statue di ninfe, corrose dal tempo e dall’umidità, e iscrizioni in pietra calcarea; risale al secolo XVI ed è al centro di varie leggende. Si narra che in questo luogo amassero riunirsi le fate del luogo e che vi avessero nascosto “l’acchiatura”, un oggetto prezioso e antico. Un contadino che ritrovò l’oggetto, ottenne la protezione delle fate che, durante un temporale, lo salvarono da un fulmine che lo aveva colpito. Alle fate, tramutate in ninfe, sono dedicati un altro Ninfeo presso Felline e una grotta nelle vicinanze di Specchia su cui è stata eretta la chiesa parrocchiale del paese e un’altra grotta vicino Salve, da cui secondo una leggenda, datata 1580, fu vista uscire una turba di fate.
LU LAÙRU
Particolarmente presente nell’immaginario popolare è Lu Laùru, folletto rappresentato come alto circa 60 cm, (tre spanne), bruttino, peloso, vestito di panno color tabacco con cappellino in testa. Di solito scalzo, si dice sia desideroso di procurarsi un paio di scarpette. La tradizione popolare vuole che regali un consistente gruzzolo di monete o indichi il luogo dove è nascosto un tesoro, “l’acchiatura” a chi gliele dona un paio. Un’altra leggenda consiglia di mettere dei sassolini nelle pantofole accanto al letto e il Laùru regalerà ricchezza; lo stesso accadrà a chi tenti di rubargli il cappellino. Un tempo si riteneva che stesse dietro soprattutto alle ragazze e le proteggesse prima del matrimonio dalle cattiverie di matrigne e padrone fino a compiere i lavori di casa al loro posto. Di notte rivolgeva la sua attenzione agli animali strigliando, abbeverando, dando la biada ai cavalli e agli asini, ma anche a volte infastidendoli, battendoli, aggrovigliando i crini ai cavalli. Lu Laùru, infatti è anche un folletto dispettoso: rovescia le padelle, lancia sassi sui vetri; gli si attribuiva la rottura dellu cofanu de la culata, ovvero il recipiente del bucato. In tempi di fame e guerra lo accusavano di svuotare la “capasa” dei legumi, dei fichi, delle friselle, uniche provviste della famiglia. Si riteneva che rubasse l’olio, il formaggio, polli e galline. Nelle lunghe serate d’inverno tra li cunti davanti al fuoco vi erano le gesta di questi personaggi. Tra gli altri si racconta di una famiglia costretta a traslocare perché infastidita durante la notte da un Laùru che impediva il sonno. La prima notte nella nuova casa fu ugualmente disturbata dai rumori e mentre i componenti della famiglia si interrogavano tra loro sulla ragione, sentirono una vocina stridula che commentava “Avevate dimenticato i cesteddhi e la camastra, (la catena per appendere sul fuoco il paiolo, ndr) e ve li ho portati”. Circa l’etimologia, il Rohlfs fa derivare il nome Laùru dal latino volgare “agurium” a sua volta derivato da “augurium”; dunque “l’augurio di casa” quasi un amalgama, secondo lo stesso De Simone tra Lari e Penati di tradizione latina.
SCAZZAMURIEDDHU, MONICEDDHU, SSCIACUDDHRUZZI
Oltre a Laùru, il folletto viene indicato con altri nomi quali Scazzamurieddhu, da verbo “cazzare” e il suffisso “mahr” di origine germanica che significa “incubo”; Moniceddhu, “munaceeddhu” nella variante neretina, derivato da “monaco”; Carcaluru nomignolo che gli deriva forse dall’abitudine di visitare di notte le persone, saltare sul dormiente, raggomitolarsi sullo stomaco, producendo un senso di pesantezza e di pressione (dal latino carcare che significa opprimere). La versione di Aradeo, chiamato Ssciacuddhruzzi, che Rohlfs fa derivare dal greco “σκιαούλιον”(schiaùlion) che significa “piccolo spettro” è diventato dal 1999 emblema del Carnevale locale. È rappresentato con lunghe orecchie a punta, come i folletti della tradizione celtica, le scarpe, il mantello e il copricapo rossi, munito di un bastone per i suoi scherzi.
LE MASCIARE E LU NANNERCU
Nel Salento personaggi simili alle streghe dei Romani prendono il nome di Masciare o Striare. Secondo tradizione, sono immaginate mentre cavalcano di notte su un manico di scopa, discendono nelle case dal camino, secondo l’iconografia che attribuisce queste caratteristiche alla strega per eccellenza, la Befana. Esperte nella preparazione di magiche pozioni, danzano e costringono i contadini a danzare fino allo sfinimento, si tramutano in gatte e lupi; possono fare e eliminare gli incantesimi di “fascinazione”, molto temuti nell’arcaica civiltà contadina. Tra le più famose Mamma Serena che abita nelle profondità del mare, in un palazzo di conchiglie e pietre preziose e rapisce le fanciulle che si avvicinano alle sponde. Sul fronte maschile Lu Nannercu, o Nanni Ercu (nonno Orco, nonno nel senso di uomo anziano) vive invece sottoterra, tenendo fuori uno degli enormi orecchi dalla forma di un cavolfiore. Se una fanciulla va in campagna e cerca di cogliere il cavolfiore può far uscire lu nannercu che potrebbe mangiarla o portarla con sé per servire lui e la moglie, la Nannorca. Solo la regina delle fate può liberare queste fanciulle prigioniere.
LE MUTATE
La credenza popolare le riteneva le Masciare responsabili di fenomeni meteorologici di rifrazione, frequenti un tempo in terra d’Otranto per la presenza di molte zone paludose, per cui al mattino allo spirare lo scirocco sulla superficie della terra o delle acque, si manifestavano forme particolari (castelli, torri, velieri….), in una specie di miraggio continuamente mutevole. Questi fenomeni denominati in dialetto salentino, Mutate, Scangiate, Scangiatole somigliano alla cosiddetta “Fata Morgana”, dal nome della popolare strega della mitologia celtica, fenomeno presente nello stretto di Messina. Considerare queste figure mitiche che incarnano ed esorcizzano paure inconsce, si fanno carico di desideri e forniscono spiegazioni esoteriche di fenomeni naturali e psichici, significa riscoprire e rendere consapevoli le proprie radici contadine, valorizzarle e coglierne i collegamenti con altre culture e tradizioni.
Lucia Buttazzo

















