Chiamati al Sacerdozio… Può servire lo psicologo?
Il percorso per gli aspiranti al ministero sacerdotale e religioso è periglioso. Le moderne indicazioni all’orientamento vocazionale insistono sull’importanza della psicologia. Quando e come si deve inserire il supporto psicologico in tale iter?
Sicuramente il cammino che i candidati al sacerdozio decidono di intraprendere è impegnativo, in particolar modo nella società odierna piena di contraddizioni, fragilità, caratterizzata da forte individualismo e interesse per la vita materiale. È importante quindi sostenere la persona, accompagnandola ad affrontare le difficoltà che può incontrare lungo il percorso. Lo psicologo può fornire il proprio aiuto intervenendo sia prima dell’ammissione al seminario, sia lungo il percorso formativo, offrendo supporto a vari livelli: a livello puramente diagnostico, nel caso si sospetti la presenza di eventuali disturbi psichici nel soggetto. Ma senza dubbio il contributo più significativo è rappresentato dall’aiutare l’individuo nella propria crescita personale, affinché raggiunga una piena conoscenza di sé basata sulla consapevolezza dei propri punti deboli e dei propri punti di forza, sviluppando e potenziando qualità umane e relazionali, indispensabili nell’esercizio del ministero. È importante inoltre sostenere il soggetto perché impari ad integrare i diversi aspetti della personalità con quelli spirituali.
Possono essere le stesse guide spirituali ad aiutare i novizi o occorre una figura esterna?
Innanzi tutto è bene tener presente che si tratta di figure che hanno competenze diverse. La guida spirituale svolge un ruolo fondamentale nel cammino dell’aspirante sacerdote e il suo ruolo è insostituibile. Tuttavia, pur possedendo una preparazione psicologica adeguata, questi potrebbe trovarsi in difficoltà in alcuni casi, per esempio in presenza di traumi irrisolti o disagi attuali che richiedono un intervento più specifico. In queste situazioni il padre spirituale o l’educatore del seminario possono suggerire all’individuo una consulenza psicologica ad un professionista esperto, il cui intervento è da intendersi sempre come integrazione e supporto e non in sostituzione alla guida spirituale.
Come si fa a capire se la vocazione è reale o se è dettata da secondi fini? Uno psicologo dopo aver concluso il percorso con l’aspirante sacerdote può azzardare di concludere se ha una personalità matura alla vocazione?
Si è di fronte ad una vocazione autentica quando la persona ritiene di poter ritrovare il senso della propria esistenza solo rispondendo all’amore di Dio servendo gli altri e non per raggiungere la gloria personale. Non sempre la vocazione è reale; a volte si può decidere di intraprendere questo cammino attratti da dettagli secondari. Esempi di questo tipo possono essere: ottenere prestigio sociale, fuggire da alcune difficoltà relazionali, ottenere l’approvazione della famiglia. Anche un’eccessiva idealizzazione della figura sacerdotale può creare problemi lungo il cammino e rischiare di far sviluppare un “falso sé”, che porta il soggetto a reprimere difficoltà e sentimenti negativi, mascherando la sua vera identità. Valutare l’autenticità della vocazione permette, quindi, di evitare illusioni e delusioni importanti in momenti successivi. Se lo psicologo al termine di un percorso di sostegno psicologico dovesse ravvisare ancora nel soggetto la presenza di rigidità psichiche, difficoltà interpersonali, instabilità emotiva, incapacità ad autocontrollarsi e ad integrare i vari aspetti della personalità, può ipotizzare un’immaturità della vocazione dal punto di vista psichico, affettivo, umano.
L’intervento psicologico potrebbe essere utile anche al sacerdote maturo al fine di supportare il suo ministero o la decisione è opzionale e dettata dai casi specifici?
Essendo il sacerdote prima di tutto una persona, la sua crescita – come quella di chiunque altro – non si esaurisce ad alcune fasi della vita ma riguarda tutto l’arco della sua esistenza. Pertanto, anche in questi casi, sarebbe opportuno pensare ad una “formazione permanente”. Senza dubbio i sacerdoti oggi possono vivere situazioni di disagio legate alla quotidianità del loro operato fino a sperimentare veri e propri sintomi di stress. Dedicando la propria vita al servizio degli altri, anche il sacerdote come altre professioni di aiuto, è soggetto al fenomeno del burnout caratterizzato da perdita di entusiasmo, da momenti di stanchezza e di crisi, non sempre percepiti come tali e che possono portare ad un indurimento emotivo. È importante poter riconoscere questi segni e ritrovare le motivazioni, gli stimoli e la tensione emotiva che dovrebbe caratterizzare il rapporto con i fedeli. In questi casi è consigliabile aprirsi e confrontarsi con i confratelli o con quelli che sono stati i propri formatori, evitando di rimanere in silenzio; se ciò non fosse sufficiente a superare la crisi, sarebbe auspicabile che il sacerdote si potesse avvalere anche dell’aiuto dello psicologo. Un supporto psicoterapeutico ovviamente sarebbe di grande aiuto soprattutto al sacerdote che si trova in situazioni particolarmente critiche e delicate che richiedono l’intervento di un professionista esperto. Lo stesso Papa Francesco non esclude il ricorso allo psicologo per il prete in difficoltà “anche se prima deve ricorrere alla Madonna e alla vigilanza spirituale”.
Pagine a cura Fatima Grazioli
















