Chiesa Cattedrale/Da Oronzo al ‘Cenacolo’ un cammino di salvezza
La tela restaurata nel 2006 in occasione del Congresso Eucaristico Diocesano.
Protezione dalla peste, soffitto navata maggiore, Cattedrale, Lecce
Al visitatore che entra nel Duomo di Lecce non sfuggirà la magnificenza del soffitto ligneo a cassettoni, realizzato nel 1685, in cui si incastonano quattro tele di grandi dimensioni. Dalla navata al transetto si susseguono tre tele dedicate al Santo Patrono, la Predicazione di S.Oronzo, la Protezione dalla peste e il Martirio di S. Oronzo, mentre all’incrocio con il transetto domina l’Ultima Cena, quasi un percorso di salvezza che dalla biografia del Santo giunge, attraverso il Martirio, al rinnovo della fede che si identifica nel memoriale dell’Eucaristia, istituita nell’Ultima Cena e ripetuto sull’altare-mensa dell’ecclesia. L’Ultima Cena è un soggetto religioso ampiamente documentato nella storia delle immagini in Occidente.
Variamente interpretato dagli artisti nei secoli, pur nella specificità della rappresentazione, ha sempre sintetizzato due momenti essenziali della biografia di Cristo: il tradimento di Giuda Iscariota e l’Istituzione dell’Eucaristia. Le fonti per la rappresentazione sono i Vangeli sinottici di Marco (Mc 14,12) Matteo (Mt 26,17) e Luca (22,7), che identificano l’Ultima Cena nella celebrazione della Pasqua ebraica, mentre Giovanni si sofferma sul dialogo tra Cristo e gli Apostoli non attribuendo all’Ultima Cena un carattere esclusivamente pasquale e sottolineando che la Pasqua si compie sulla Croce dove Gesù è l’agnello al quale “non viene spezzato alcun osso” (Gv 13,1). Gli elementi essenziali dell’iconografia, inalterati nell’interpretazione degli artisti attraverso i secoli, sono legati al racconto evangelico: la scena si svolge in un interno, forse la casa del padre dell’apostolo Marco, e intorno al tavolo, spesso di forma rotonda sia per un riferimento all’ostia sia ad indicare simbolicamente la posizione paritetica dei commensali, è seduto Cristo con intorno gli Apostoli il cui numero varia in relazione alla presenza di Giuda, talvolta collocato in disparte.
Cristo ha un posto d’onore a capotavola o al centro della rappresentazione, posizione frequentemente privilegiata a partire del ‘500 in poi, debitrice del Cenacolo di Leonardo da Vinci. Accanto a Cristo sulla destra si trova San Pietro mentre a sinistra l’apostolo Giovanni rappresentato con il capo chino o dormiente in ossequio alla narrazione evangelica, a testimoniare un rapporto di tenerezza con Cristo che verrà ripreso ai piedi della croce quando piangerà Gesù accanto a Maria. Sul lato opposto a Cristo viene a sedersi Giuda Iscariota, che assume sempre un atteggiamento distintivo rispetto agli altri commensali, sia nella postura che negli attributi. La tela del Duomo di Lecce rispetta tutti i canoni iconografici ampliata di nuovi particolari. L’Ultima Cena si svolge all’interno di un ambiente ricco, testimoniato dalla presenza di servitù sui due lati della scena, e dalla opulenza dell’arredo soprattutto nel particolare della “piattaia” in cui si espone il vasellame e gli argenti più pregiati. Come nella Cena in casa di Levi del Veronese, l’ambiente risulta fastoso, con loggiati afferenti ad un palazzo nobiliare e integrato abilmente con elementi decorativi a carattere simbolico.
Ultima Cena, soffitto navata maggiore, Cattedrale, Lecce
Spicca la presenza di due animali domestici: il gatto scuro ai piedi di Giuda, legato all’infedeltà e al tradimento, a cui fa da contraltare il cane che si abbevera ad una ciotola con l’acqua, evocativa del Battesimo. Ai piedi degli Apostoli una natura morta in cui è protagonista il pane che ritroviamo sulla tavola imbandita, qui in forma rotonda. Il pane allude all’Eucaristia, spesso è coperto, accanto a limoni tagliati e a coltelli, simbolici del martirio, mentre rimanda al vino l’otre in basso in bella mostra. Troneggia sulla mensa un piatto di grandi dimensioni in cui è adagiato un agnello ed in cui pongono le mani Cristo e Giuda riconoscibile per l’attributo della borsa con i denari. Cristo ha un atteggiamento rassegnato, secondo l’iconografia leonardesca, ed è abbigliato con i due colori rosso, in richiamo al martirio, e azzurro, come rimando alla natura divina. È colto nel momento in cui comunica agli Apostoli che uno tra di loro lo tradirà e precisamente colui che intingerà la mano nello stesso piatto. A queste parole ogni Apostolo risponde con atteggiamenti e posture agitate, riflesso delle molteplici tipologie di sgomento ed incredulità.
L’iconografia sembra porre l’accento sull’amore di Cristo, amore più forte del rinnegamento di Pietro e del tradimento di Giuda, non a caso seduti difronte. Questi ultimi esprimono la debolezza e il rifiuto dell’uomo di credere all’amore di Dio. Per contro, l’abbandono fiducioso con cui Giovanni posa il capo verso Gesù vuole indicare la nuova intimità stabilita tra Dio e l’uomo con l’Incarnazione ed il sacrificio della croce. Molto suggestivo e otticamente efficace il drappo retrostante la figura di Cristo che fa da quinta scenografica, delimitando lo spazio visivo del protagonista, memore di tanta pittura veneta che sicuramente l’autore avrà conosciuto.
Forte l’accento manierista nello stile pittorico dell’artista che non lesina sproporzioni anatomiche e allungamenti innaturali, ribaltando le geometrie prospettiche per calibrare una leggibilità maggiore per lo spettatore che si colloca a molti metri dalla tela. Interessante lo scorcio applicato nella figura di Giuda, il cui gomito fuoriesce dallo spazio e sporge la borsa con i denari verso l’esterno. La tela, restaurata nel 2006 in occasione del Congresso Eucaristico Diocesano è stata variamente attribuita a Giuseppe da Brindisi, pittore di cui non si hanno notizie certe, o a Carlo Rosa e bottega, autore della seconda metà del ‘600, molto noto in Puglia, originario di Giovinazzo poi morto a Bitonto dove ha lasciato la splendida testimonianza della chiesa del Crocifisso interamente affrescata con le Storie di Cristo.
Maria Agostinacchio

















