Commemorazione dei Fedeli Defunti/“Ai bambini la Morte va spiegata”
Il Pedagogista/A colloquio con il Prof. Nicola Paparella.
“Soprattutto dopo i tre anni è bene portare i bambini al cimitero, senza mai cedere alla tentazione di banalizzare”. Queste e altre sono le considerazioni che il Prof. Paparella, esperto di educazione, offre alla nostra riflessione.
Professore, come possiamo spiegare la Morte ai bambini?
La Morte è un mistero, al pari della vita. Possiamo parlarne; anzi, dobbiamo parlarne; ma non riusciremo mai a spiegare ciò che in ogni caso resta un mistero. Il primo atteggiamento è allora quello dell’accettazione. C’è un tempo per ogni stagione; c’è un luogo per ogni condizione; e c’è una certezza per ogni speranza. Questo è importante: cerchiamo di spiegare come si sopravviva nel ricordo di chi rimane. Facciamolo continuamente: quando ci capita di adoperare l’oggetto donatoci da uno zio tanto simpatico, che ora non c’è più, quando ricordiamo la folla di uomini illustri che continua a vivere accanto a noi: quelli che hanno dato il nome delle strade, quelli presenti nelle foto che custodisce la nonna, il lungo elenco dei Santi, i parenti dei nostri genitori, gli amici dei nostri parenti… Non ci sono più; ma vivono nel ricordo e negli affetti di chi ne conserva la memoria.
È giusto allora andare al Camposanto con i bambini?
Certamente, soprattutto dopo i tre anni. Senza mai cedere alla tentazione di banalizzare: evitiamo di far pensare ad una passeggiata fra piccole casette e aiuole fiorite… No, al camposanto si va in silenzio; si parla sottovoce; si tiene un comportamento corretto, perché là, abbiamo un compito da svolgere: mantenere in vita il ricordo di coloro che non ci sono più. Là, più che altrove, ci si mette in ascolto del mistero, che parla attraverso le parole che vengono dal cuore.
Però, qualche volta il bambino si ribella alla Morte: la trova ingiusta…
La Morte è un mistero terribile, diceva San Giovanni Damasceno. Per questo è sempre difficile accettarla. Anche quando la consideriamo alla luce della fede, come passaggio da questa vita alla vita eterna; anche allora non è facile accettarla e “spiegarla”… perché è un mistero. E’ scorretto dire: vedrai, ora sei piccolo, ma un giorno capirai. Non serve e nel bambino crea confusione. C’è invece da prendere atto del dolore che la morte procura in coloro che rimangono: un dolore che va accolto con affettuosa partecipazione e che può essere mitigato soltanto dall’impegno di ricordare chi è scomparso. Nell’ottica della fede, c’è poi da coltivare la speranza della resurrezione.
Qual è la stagione propizia per preparare il bambino al mistero della Morte?
Ogni giorno dell’anno. Purtroppo nella cultura contemporanea la morte è un evento di cui nessuno vuol parlare: anche soltanto a nominarla, si dice che porti male, meglio escluderla dai discorsi… Non se ne deve parlare e non si deve vedere: quando accade, si chiamano gli esperti, ai quali consegniamo il compito di provvedere, con l’attenzione e la discrezione che servono. E a pensare che la nostra cultura, nelle sue radici ebraico-cristiane e nelle sue matrici greco-romane interpretava la morte come evento sociale, come momento di grande responsabilità, perché spettava alla comunità accostarsi alla persona morente per accompagnarla nei suoi ultimi momenti di vita.
È giusto far vedere il cadavere ad un bambino?
Con prudenza, per pochi istanti e in un contesto di silenziosa commozione. Se ci sono persone che non riescono a contenere la propria disperazione, è meglio evitare. Se invece si riesce a creare il clima di un sereno saluto, del dono di un fiore come segno dell’impegno a coltivare la memoria del defunto, e di una grande famiglia che con la preghiera accompagna il defunto all’incontro con il Padre, allora i bambino può partecipare. Per pochi minuti. Avendo cura di farlo parlare, quando, più tardi, avrà voglia di chiedere e di commentare.


















