Pubblicato in: Gio, Mag 16th, 2013

Comunicazione e violenza verbale/Alla ricerca della sobrietà perduta

IL VOSTRO PARLARE SIA SÌ SÌ, NO NO.

Mentre una comunicazione trasmette un’idea, la relazione trasmette un giudizio dell’identità dell’interlocutore.

Quello che sorpren­de della violenza verbale, è la sua capacità di generare consenso. Segno che il problema si pone non soltanto sul versante di chi la pratica, ma anche su quello di chi la subisce. La forma che più di altre ricorre negli attuali vituperi non è l’insulto, ma la derisione esasperata e volgare dell’interlocutore. Non l’etichettare l’altro con parole offensive, ma quello di mettere in ridicolo i suoi sforzi, il suo impegno, le sue idee, le sue convinzioni, allo scopo di farle apparire inconsistenti, quando non anche in malafede. Una violenza, dunque, che si infligge attraverso il potenziale dissacratorio e delegittimante della risata. Sarà forse per que­sto, che essa sembra prendere consistenza sulle tracce della comicità. Il potere comunica­tivo dell’aggressione verbale si ravvisa, comunque, nei pre­supposti che la sostengono e la rendono possibile. In essa, per dirla con la teoria della comu­nicazione, acquista rilievo non soltanto quello che il soggetto dice (il contenuto), ma anche il come lo dice (la relazione).

Mentre il contenuto di una comunicazione trasmette un’idea, la relazione trasmette un giudizio ed una valutazione dell’identità dell’interlocu­tore. Sicché, quando ognuno di noi afferma qualunque cosa, non sta semplicemente, manifestando un’idea; in quel momento sta anche sostenen­do un giudizio sul modo di essere dell’altro (“Ecco come ti vedo”; “Ecco chi sei tu per me”). Suscitare il riso su “qualcosa detta da qualcuno” equivale, per questo, a “susci­tare il riso su quel qualcuno”; sicché ridere di lui diventa il modo più facile per togliere va­lore alla sua identità. Chiunque sia investito da questa sorte è spacciato: quello che dice, che afferma, che sostiene è privo di valore non “in se stesso”; bensì perché viene da lui… Perché viene, cioè, da qualcuno che l’aggressione verbale, sfruttan­do il potere della comunica­zione, ha etichettato agli occhi di tutti come ridicolo: inaffi­dabile e indegno di fiducia.

La violenza verbale che nasce dalla derisione e dallo sberleffo è di gran lunga più devastante di quella che si genera dalla minaccia e dall’insulto: essa implica un’incapacità di gene­rare il bene, pari soltanto alla sua potenza distruttiva. La sua perniciosità deriva dal fatto di privare di credibilità, cioè della dignità di persona, colui che ne è investito: è un modo di dirgli: tu non vali niente, attraverso un modo comunicativo capace di condensare il consenso di tutti su questa affermazione. Certo è che quando la violenza verbale di tal fatta diventa strumen­to comunicativo prevalente nella comunità civile, allora lo scenario che si apre è molto simile a quello della guerra di tutti contro tutti; ci si sente minacciati non per ciò che si comunica, ma per il fatto stesso che si comunica.

E poiché, come dicono i teorici della comunicazione, non è possibile non comunicare, il passaggio dalla democrazia (fondata sul diritto di parola) alla demago­gia (fondata sulla prepotenza della parola), il passo è breve. In tempi di crisi, la deriva della comunicazione è dietro l’angolo. Comunicare significa anche “mettere in comune”. Ma perché ciò sia possibile di questi tempi, forse sareb­be più opportuno, pur senza rinunciare al divertimento, ritrovare un po’ di sobrietà e lasciarsi conquistare dal dettato evangelico che, più di altri, sembra restituire alla parola la sua portata salvifica: il vostro parlare sia sì sì, no no. Allora, buona con-versazione a tutti.

Marco Piccinno

Docente Unisalento

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