Comunione, il nuovo nome della Chiesa di Lecce
L’Omelia dell’Arcivescovo D’ambrosio a conclusione di un ‘tour’ per le parrocchie durato quasi 3 anni.
SE UNO MANGIA DI QUESTO PANE…
Cristo Signore ci raggiunge con la sua Parola che consegna a ciascuno di noi perché di essa siamo non semplici ascoltatori ma esecutori, facitori, realizzatori. Impresa ardua e difficile! Le nostre povere forze hanno bisogno di un sostegno e di una garanzia per non soccombere e scoraggiarci di fronte ai molti fallimenti. Ed ecco ancora per noi il Pane di vita: “se uno mangia di questo pane, vivrà in eterno” (Gv 6,51).
Siamo in tanti. È tutta la nostra Chiesa che vuole riconsegnarsi al Pastore e guardiano delle nostre anime Cristo Gesù nella rinnovata, totale, generosa fedeltà resa ancora più vera e salda dopo il suo grande passaggio nel tempo della Visita Pastorale, aperta in questa Ecclesia maior et mater nell’anniversario della sua dedicazione domenica 6 novembre 2011 e che questa sera si chiude con il grande rendimento di grazie e la solenne professione di fede che muove tutti noi a metterci in viaggio verso le periferie esistenziali e materiali con la forza della Parola viva ed efficace e l’Eucaristia, pane che alimenta e sostiene il cammino attraversando e superando ogni ostacolo per giungere al monte di Dio.
VI HO CONOSCIUTO CHIESA IN CAMMINO
Ben conoscete l’istanza principe della Visita Pastorale. Non la fedeltà a una stringente norma canonica imposta al Vescovo nel suo servizio alla Chiesa che il Signore gli ha affidato, ma, come ho scritto nella lettera pastorale, l’impegno ad “approfondire la conoscenza del popolo di Dio affidato alle mie cure pastorali per guidarlo lungo i sentieri della speranza in un rinnovato e concreto cammino di fede” e “valutare, guidato non dall’efficientismo del burocrate ma dalla carità pastorale i vari aspetti della vita di fede delle nostre comunità”.
Al termine del mio camminare ed entrare di casa in casa, posso ben dire e ringraziare il Signore: questa carità ha intriso e testimoniato il mio venire a voi, fermarmi, incontrarvi, lodare, invocare e benedire il Signore. è il grande dono che ho ricevuto ma è anche quello che vi ho donato. Ora di sicuro posso dire di avere chiara e definita l’immagine di questa nostra Chiesa che il Signore ha reso e rende specchio che rifrange e dona il suo amore. Un amore concreto che sa accogliere, condividere, chinarsi su attese, miserie, privazioni, angosce… Chiesa che si lascia raggiungere e giudicare dalla sua Parola. Chiesa che ha bisogno di interrogarsi sulla qualità e sulla fedeltà del suo “dinamismo di uscita”, della sua missionarietà.
DIVENIRE COMUNITÀ SENZA CONFINI
Ho visto, ascoltato, mi sono reso conto, a fronte di questa missionarietà senza confini, della preoccupazione di molti fra voi presbiteri, di chiarire, definire, rivedere i confini delle nostre parrocchie. Non è questa per me una priorità né è al centro del mio quotidiano impegno per essere ad immagine del Buon Pastore. La Chiesa oggi è una Chiesa che non vuole i confini: li abbatte! Non vuole le riserve di caccia in cui pochi privilegiati, con passaporti e autorizzazioni varie, possono entrare. Dobbiamo abbattere gli steccati garantisti e difensivi.
C’è una urgenza a cui con insistenza ci richiama Papa Francesco: “la trasformazione missionaria della nostra Chiesa” (cf. cap. I della Evangelii gaudium). La comunione con Gesù non è statica: “è un’intimità itinerante e la comunione, scrive Papa Francesco citando Giovanni Paolo II, “si configura essenzialmente come comunione missionaria” (EG 23). è questa, come ha scritto qualcuno di voi la sfida che ci attende: la comunione.
LA NOSTRA META SIA LA COMUNIONE
A una domanda dell’intervista che il nostro settimanale ha voluto farmi quale prima immediata lettura della situazione pastorale delle nostre comunità, ho detto che ‘se c’è una meta che ci attende è l’obiettivo per la comunione, la corresponsabilità, la condivisione, il metterci insieme. Bisogna uscire dal piccolo guscio dei confini parrocchiali e impostare una reale pastorale di comunione.
Ritengo che su questo dovremo misurarci e non poco nei prossimi anni. Non possiamo rimanere fermi a un’azione pastorale che la storia, i numeri, l’odierna facilità di aggregazioni ci stanno chiedendo, non dimenticando che bisogna anticipare oggi con scelte libere e pensate quello che domani potrebbe essere una scelta costretta e imposta che i numeri, le ristrettezze, l’abbassamento vertiginoso delle nascite, l’invecchiamento, il calo delle vocazioni e delle presenze ministeriali, il procedere del complesso processo di secolarizzazione, inteso come interruzione dei processi di trasmissione intergenerazionale della fede, ci chiederanno senza sconti e senza rimandi.




















