‘Conosco le mie Pecore’/L’Arcivescovo riflette sul primato educativo
Dalla Lettera Pastorale di mons. Domenico D’Ambrosio, Conosco le mie pecore, emerge l’urgenza di ritrovare il baricentro dell’esperienza educativa. La comunità cristiana ha la responsabilità di tornare a parlare di “vocazione educativa” tenendo presente che, per educare, occorre l’invocazione del senso della vita, l’evocazione della persona ad immagine di Dio e l’appello ai valori per definire ciò che veramente conta per essere felici. Il Vescovo riflette sull’importanza del primato educativo, nei capitoli 3- 4-5, in ordine ai quali, lunedì 26 settembre, nel corso del terzo convegno diocesano, il prof. Marcello Tempesta ha tenuto una relazione. Nel commentare il terzo capitolo, Educare alla vita buona del Vangelo, il prof. Tempesta, Docente di Pedagogia Generale presso l’Università del Salento, ha evidenziato, innanzitutto, che il Vangelo e l’educazione si intersecano e il loro punto d’intersezione consiste nel proporre “all’altro” ragioni di vita e di speranza. Ma cosa significa educare? Significa costruire un rapporto interpersonale che implichi non solo la trasmissione e l’acquisizione di conoscenze, ma, soprattutto, il coinvolgimento affettivo dei sentimenti. Questa è, d’altronde, la pedagogia di Dio che con il suo grande amore, ha parlato agli uomini come amici e si è intrattenuto con essi per invitarli e ammetterli alla comunione con se (Cfr. Dei Verbum n 2). Oggi più che mai, ha precisato il prof. Tempesta, chi educa deve volgere lo sguardo verso Gesù che è il primo Maestro e pedagogo, così come si legge in Educare alla vita buona del Vangelo al n 16 : “Gesù per noi non è un maestro ma il Maestro. La sua autorità, grazie alla presenza dinamica dello Spirito, raggiunge il cuore e ci forma interiormente, aiutandoci a gestire, nei modi e nelle forme più idonee, anche i problemi educativi”. A proposito di problemi educativi, poi, il docente ha messo in risalto che è desiderio del Vescovo, in sintonia con la Chiesa italiana, cogliere quella sfida educativa che ci aspetta per il decennio 2010-2020. Per far ciò, occorre investire sulla formazione degli educatori che devono essere alieni dal paternalismo e capaci di autorevolezza.
Come maestri di vita, inoltre, sono chiamati a testimoniare in prima persona ciò che insegnano agli altri, con le parole. Il “mestiere” dell’educare, ha fatto notare il noto Pedagogista, a volte è ostacolato da talune fragilità che riguardano l’ambiente, ma soprattutto, il rapporto tra educatore ed educando. Il primo, spesso è pessimista e rifugge dalle responsabilità, mentre il secondo è incerto nelle scelte fondamentali da compiere. Altre volte, inoltre, ha difficoltà a restare fedele, nell’attesa di realizzare un desiderio. Il professor Marcello Tempesta nel proseguire il suo commento, tra le fragilità ha incluso, anche, quel “disagio sano” che è insito nell’uomo del nostro tempo e che consiste nello sforzo di mettersi in ascolto delle cause che determinano la crisi della ricerca di senso. A questo punto è inevitabile chiedersi: come supportare queste fragilità? Quali i rimedi? La risposta nelle parole di mons. Domenico D’Ambrosio “Si tratta di camminare insieme verso ciò che vale, di coinvolgersi personalmente con la vita dell’altro per sostenere il suo bisogno di crescita e di scoprire la realtà” (Conosco le mie pecore n 22). Commentando il quarto capitolo, Il primato educativo della famiglia, Marcello Tempesta ha ravvisato un contrasto stridente tra l’autoritarismo della famiglia di ieri e la forte deresponsabilizzazione di quella odierna. La famiglia non è una forma storica superata, in quanto è una comunità educante importantissima perché in essa l’uomo inizia a diventare se stesso e fa l’ esperienza di essere accolto e amato. Non si può negare, tuttavia, che “educare in famiglia è oggi un’arte veramente difficile” (Conosco le mie pecore n 23). Allora, come aiutarla? Sicuramente questo può avvenire attraverso un’osmosi di famiglie che attingono dalla fede. Nel quinto capitolo Educare le nuove generazioni, il docente ha riferito il pensiero del Vescovo, secondo il quale, i giovani devono essere preparati ad entrare nel mondo attraverso un forte impegno della comunità cristiana, capace di porre al centro dell’attenzione l’ascolto doveroso delle loro domande. Marcello Tempesta ha ultimato la sua relazione facendo notare che la Conclusione della lettera pastorale, è una Conclusione – apertura, in quanto propone di intraprendere un cammino per la Chiesa di Lecce, incentrato sull’annuncio più che su uno sterile efficientismo. La lettera di mons. D’ambrosio è uno scrigno di gemme preziose che aiutano a riflettere su come educare le nuove generazioni. Ci viene suggerito, tra le righe, di coltivare i giovani al “bene di se”, in una dimensione di gratuità e di verità, educandoli alla virtù della speranza che dà la forza di andare avanti, quando gli altri si rassegnano. Chi leggerà la lettera pastorale di mons. Domenico D’ambrosio, Conosco le mie pecore, avrà modo di cogliere il desiderio del Vescovo di attuare, nella nostra diocesi, alcune scelte di fondo, quali il primato dell’annuncio che è profondamente legato al primato educativo; l’impegno per una pastorale che ponga attenzione “all’incontro con l’altro”; la testimonianza di vita di chi è chiamato ad educare, perché, come suggerisce la saggezza popolare, “si insegna con la parola ma si educa con l’esempio”.
Silvia Quarta Serafino
















