Dagli scritti del Servo di Dio/Don Ugo, meditazione sulla fedeltà
Il prossimo 6 febbraio si ricorda il Trentunesimo Anniversario della sua morte
“Gesù è un sì vivente, dunque il cristiano deve essere anch’egli sì, una fedeltà vivente. C’è una doppia lezione per noi: Gesù è interpretato… e noi interpretiamo Gesù […]. Crediamo di avere in Lui una fede docilissima e semplice. Invece non è così, perché vi sono diversi modi di credere. Si può credere con lo spirito, come quelli che – dopo una serie di deduzioni – giungano ad aderire a Gesù, perché la sua dottrina è la migliore.
Altri hanno quella che si chiama la fede del cuore: conquisi dal fascino di Gesù, colgono in Lui la risposta all’ansioso tormento del loro cuore. è già molto meglio; ma chi si affretta qui non ha ancora la vera fede in Gesù. Questa consiste nel vivere come Gesù ha detto che bisogna vivere. è la fede dei Santi, di quelli, cioè, che con tutta la loro buona volontà, con tutta la loro generosità cercano di vivere veramente l’ideale di Gesù, di rinunciare in spirito a tutto, di essere crocifissi come Lui e di consacrarsi interamente all’opera di salvezza del mondo: questi solo credono a Gesù; gli altri discutono di Gesù e quindi manifestano punti di vista e opinioni personali.
Capita anche a noi “discutere” di Gesù, cioè interpretarlo. Si pensi, per esempio, a quello che Egli ha insegnato del perdono del prossimo, della dolcezza, dell’indulgenza che non devono mai venir meno. Si misuri che cosa viene accattato del suo insegnamento e che cosa, invece, si lascia da parte, come se non fosse tutto vero… Il motivo si è che per credere bisogna far tacere non solo le semplici obiezioni, non solo le emozioni, ma gli istinti più profondi e rafforzati spesso da pregiudizi della natura umana.
La ragione si è che mentre Gesù ha detto: “Bisogna rinunciare a se stessi”, la natura dice: “Bisogna riprendere il proprio io, bisogna risparmiarsi”. Gesù parla di umiltà e non si cerca di essere umili; parla di rinuncia e non si vuol saperne di sacrifici; parla di indulgenza, di perdono, di carità fino all’eroismo e non ci si sforza di essere uniti, di perdonare, di avere il cuore pieno di carità. Si cede agli istinti e così si corre il pericolo di cadere nell’ostinazione, di voler aver ragione contro Gesù, cioè contro la verità […]. è cosa terribile interpretare Gesù! Dovremmo accettare le Sue parole semplicemente e poi cercare dolcemente – anche attraverso molte cadute, anche con molte mancanze – di attuarle nella nostra vita.
Se Egli ha detto: la ricchezza è la povertà, noi dovremmo ripetere: sarò povero per essere ricco. Se ha detto: la gloria è l’umiltà, noi pure dovremmo ripetere: porrò la mia gloria in ciò che mi umilia. Se ha detto: la gioia è austerità, dovremmo dire noi pure: mia gioia sarà l’austerità; e dirlo non con le labbra né col cuore commosso e vibrante di entusiasmo dinanzi alla bellezza di questi ideali ma dirlo con la nostra vita… anche senza dir nulla, talvolta anche senza sentir nulla, talvolta persino sembrandoci di non comprendere nulla, ma continuare, nonostante tutto, a vivere poveri, umili, oscuri, perché Gesù così ha predicato e così è vissuto […]. Gesù non è mai stato né così sicuro della sua opera, né così forte contro le difficoltà, né così pienamente felice, come sul Calvario: non ci resta che prendere il suo esempio e renderlo programma della nostra giornata: senza tentennamenti!”.
(Meditazione sulla fedeltà, 1966)















