Pubblicato in: Sab, Ott 24th, 2015

Dal bisogno di cambiare nasce l’Utopia

“Homo utopicus. La dimensione stori­co antropologica dell’utopia”, edito da Dedalo, è l’ultima fatica del Prof. Cosimo Quarta. Fondatore, nel 1982, di un cen­tro interdipartimentale di ricerca sull’utopia, è sorprendente come, seguendo i suoi studi, si comprenda quanto ci sia ancora da dire su un argomento che i più considerano, per dirla con le sue parole, “in termini alquanto approssimativi e in genere sostanzialmente negativi”. Il libro, articolato in 10 capitoli racchiusi in 3 parti, è un affascinante viaggio fin nei meandri più nascosti di un termine che racchiude in sé una storia secolare nata prima ancora che Thomas More lo coniasse. I principali propositi di Quarta sono due: 1. spazzare via tutti i pregiudizi che intendono racchiudere l’utopia nella “categoria ludico-onirica delle cose belle ma impossibili” o peggio ten­dono a considerarla come la spinta propulsiva per “l’illusione della so­cietà perfetta” per ottenere la quale si usano “la menzogna, l’inganno, l’intolleranza e la violenza”; 2. porre in evidenza le 3 dimensioni che la costituiscono: letteraria, antro­pologica e storica. Tutti sappiamo che uno degli stadi dell’evoluzione umana è quella di homo sapiens, ma è proprio per questo che l’uomo può a buon diritto essere considerato utopicus. L’u­topia infatti “alimenta la speranza progettuale ed è una potente forza di mutamento sociale che, sia pure in forme diverse, è sempre presente nella storia umana”.

90  quarta

Il prof. Quarta raffronta il concetto di utopia a quelli di paradigma, ideale, ideologia, mito e lo fa proprio per sgomberare il campo da ogni tipo di equivoco che potrebbe dar luogo a improprie sino­nimie. Ma in quale momento evolu­tivo nasce l’utopia? Essa è generata dal costante e umano bisogno di cambiamento, intendendo con ciò la necessità di ognuno a vivere meglio; a sua volta tale necessità è nutrita da una coscienza critica del reale. Come ben sottolinea l’autore “la coscienza utopica, se si configuras­se solo nella duplice dimensione critico-progettuale. La progettazione, infatti, perché possa dirsi autentica­mente utopica, deve essere orientata verso il bene, ossia deve essere sor­retta da una volontà di bene, la quale ha come suo fondamento la coscien­za etica. A generare l’utopia è quindi una profonda spinta morale”. L’utopia, attraversando la storia, ha rischiato di essere confusa con il ter­mine rivoluzione. Persino l’illustre filosofo Popper è incorso in questo errore nel momento in cui non ha separato l’utopia dalla distopia, vera culla della mentalità rivoluzionaria laddove la si intende con il suo baga­glio di terrore e violenza. Una vera e propria lectio magistralis quella dell’ultimo capitolo in cui il professore, analizzando il rapporto tra utopia ed ecologia riconosce le cause della crisi ambientale nell’il­limite del sapere, del profitto e del desiderio evidenziando come il più urgente progetto utopico da portare a termine sia proprio quello di una nuova coscienza ambientale che tra­sformi, in senso ecologico, le nuove società umane.

Valentina Polimeno

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