Dibattito… Informare come?
Secondo alcuni studiosi, la lingua italiana degli ultimi secoli si sarebbe rivelata poco espressiva, anzi abbastanza compassata, disseminata da un insieme di replicati stereotipi e inquinata da artificiosi tipi di gergo nei discorsi ufficiali, per cui il turpiloquio aggressivo e focoso avrebbe il merito di offrire un vivace tocco di carica innovativa e favorire un rilancio di effervescente interesse.
Nonostante il mutamento della sensibilità sociale rispetto a numerosi termini triviali, per tanti la parolaccia rimane comunque un comodo supporto, che, oltretutto, può indicare la mancanza di altre argomentazioni dialettiche e d’infiacchita capacità di controbattere.
Un discorso, comunque, diverso dall’utilizzo di qualche termine volgare da parte di poeti che non la usavano come evidente segno di avvilita debolezza e d’inconsistente dialettica verbale. Alcune settimane or sono, proprio sulla tracimante presenza della parola sfrontata e oscena nel linguaggio comune il nostro giornale ne aveva già lamentato l’uso esagerato. Ora diversi, importanti organi di stampa prendono posizione in tal senso. Addirittura in prima pagina. Indicando una sensibilità che registra interessanti sussulti civili.
Ed ecco, allora, sospesa una trasmissione su Rete4 con le scuse della direzione per il programma che “non ha toni adatti” ed anzi costituisce “il nuovo becero tv” (Avvenire, 11 ottobre 2013, p. 22). Anche perché parole volgari sdoganate in tv, bestemmie in diretta, insolenze e parolacce proferite in tanti interventi massmediali plasmano poi diffusi comportamenti che, dato il vasto impiego dei media, rivestono forte interesse sociale influendo sull’uso letterario e sui comuni modi di dire. È, comunque interessante annotare che forse in questo momento forse si procede in chiara controtendenza.
Così, come in ambito etico è interessante il ripensamento riguardo a scelte redazionali che dedicavano pagine e pagine sui delitti che avrebbero meritato molto più rispetto della persona indagata sia se innocente sia se colpevole in quanto essa stessa probabile vittima di un marcato momento di follia. Come non ricordare giornalisti che sono stati ben novantadue giorni inviati a Cogne per la madre accusata dell’omicidio del figlio “per inseguire un’ossessione… Oggi una storia di cronaca nera non potrebbe più tramutarsi in arma di distrazione di massa”, scrive il Corriere della Sera (11 ottobre scorso, p. 47).
Finalmente: stop all’attenzione morbosa, soddisfatta “con virulenza”. Certo, occorre registrare pure che lo stesso giorno qualche altro quotidiano riporta in prima pagina la semplice notizia del lavoro fuori dal carcere concesso a quella madre detenuta e all’interno (per completezza dell’informazione?) pubblica pure la notizia che la famiglia aveva chiesto invece il silenzio stampa… E se, senza assolutamente mettere in discussione la libertà di stampa, giornalisti e educatori riaprissero un serio dibattito sull’etica della comunicazione?
Adolfo Putignano

















