Pubblicato in: Ven, Set 26th, 2014

Dino Boffo/Karol, gli spazi segreti della sua Santità

Al Teatro Antoniano ha raccontato gli anni della sua collaborazione con Giovanni Paolo II.

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È stata una settimana intensa quella appena trascorsa. Voluta dall’Arcivescovo di Lecce mons. D’Ambrosio, ha visto il susseguirsi di manifestazioni e celebrazioni litur­giche tese a commemorare la Visita Pastorale di San Giovanni Paolo II a Lecce tenutasi il 17 e 18 settembre 1994. Tra le diverse celebrazioni ed eventi, il 18 settembre nel Teatro Antoniano la preziosa testimonianza di Dino Boffo, già direttore di Avve­nire e di Tv2000, sulla sua personale amicizia e la profonda collaborazione con Giovanni Paolo II. “Si deve andare nelle Chiese locali come a visitare il santuario vivo del Signore, con il capo chino e il cuore grato”. Così ha esordito il dott. Boffo nel ringraziare la Chiesa di Lecce e il suo Pastore per l’accoglienza che sempre gli viene riservata.

E quasi a motivare la sua presenza in quel giorno, ha evidenziato che ricordare i pontefici del passato non è un’azione nostalgica, bensì significa riempire l’anima delle meraviglie di Dio. Meraviglie che il Signore ha operato nel Papa fin da quand’era giovane sacerdote tanto da dare la sensazione in chi gli stava vicino che lui fosse già santo da vivo. A questo proposito il giornalista, che non si pregia di chiamarsi amico del Papa, racconta che il pontefice, quand’era a Cracovia, fu inviato come vicario parrocchiale in una remota e piccola parrocchia della diocesi. I fedeli di quella parrocchia narrano che il giovane sacerdote tra­scorreva la notte disteso sul pavimen­to, in chiesa, per adorare e supplicare il Signore. La sua, infatti, continua il dott. Boffo, era una tensione assoluta alla santità che permeava tutti i momenti della sua giornata. Ciò che alimentava questa tensione era la convinzione di essere contemporaneo dei santi. Era, questo, il reticolo a cui Giovanni Pao­lo II si aggrappava continuamente.

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L’apertura al Mistero lo ha accompa­gnato per tutta la vita, anche da Papa. Non era raro che chiedesse ai suoi collaboratori che lo lasciassero solo nella cappella sita nell’appartamen­to pontificio, in modo che nessuno sentisse che cantava e nessuno lo vedesse prostrato sul nudo pavimento ai piedi del Tabernacolo. Ecco gli spazi segreti della sua santità. Un elemento degno di nota e sottolineato durante il magistrale intervento, è il suo rapporto con i gio­vani i cui albori sono da individuarsi nell’episcopato esercitato a Cracovia: con essi egli si “contaminava”; con lui i suoi giovani si sentivano al sicu­ro nonostante la morsa del comuni­smo che attanagliava la Polonia negli anni della sua cura pastorale in quei luoghi. Immensa era la sua fiducia nei giovani. Non era raro che rivolto ad alcuni che dubitavano dell’attenzione e dell’assenso che i giovani avrebbe­ro potuto manifestargli e prestargli, esclamasse “Voi non credete nei giovani quanto ci credo io”.

“Quel 2 aprile 2005, non morì una persona per la cui anima si doveva pregare, si doveva piangere, ma la sua morte fu il beato transito di Lui dalla terra a Dio, e il momento della sua glorificazione. Per chi rimase fu il momento di cantare il Te Deum e ringraziare e lodare Dio perché aveva donato un uomo così straordinario. Come Cristo, servo obbediente del Padre, non considerò un privilegio essere vicario di Cristo, successore del principe degli Apostoli, vescovo di Roma, ma spogliò se stesso fino alle bave assumendo la condizione abbruttente della malattia e della vecchiaia, e la mostrò senza rete di protezione. Fu il povero che chiede senza la sicurezza previa di fare bella figura. Assunse su di sé la tensione più tenace tra la parola enunciata e l’accoglienza e il perdono vissuti. Questa è la grandezza di Giovanni Paolo II e la sua eredità. Questo è il Papa vestito di glorie”, ha concluso il relatore.

Simone Stifani

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