“Dirigere un’orchestra è come guidare una comunità”
“La capacità di rendere indimenticabile la musica è ciò che rende ‘indimenticabile’ un direttore d’orchestra: egli deve sapere ciò che vuole, volere ciò che è giusto, sapere come ottenerlo”.
Il ciclo de “I Concerti del Conservatorio” continua con un importante appuntamento che si terrà sabato 24 maggio alle ore 20.45 presso il Teatro Antoniano di Lecce. Sarà protagonista la Giovane Orchestra “Tito Schipa” diretta dal maestro Michele Nitti. “L’Ora del Salento” ha intervistato, in esclusiva, il giovane direttore.
Quali sono i brani e/o le opere che preferisce dirigere?
Per formazione e sensibilità personale, sin dai tempi dell’Università, quando ho avuto modo di indagare i rapporti fra tradizione e innovazione nelle concezioni armoniche di Gustav Mahler, avverto una naturale inclinazione per il repertorio romantico e tardo-romantico. Tuttavia non disdegno di accostarmi anche alla produzione settecentesca, specialmente quella del teatro mozartiano dal quale ogni musicista ha la possibilità di trarre insegnamenti fondamentali sulla relazione tra musica e drammaturgia. Infine, in diverse occasioni sono stato invitato a dirigere “prime assolute” alla presenza dei compositori, lavori composti su commissione. Devo ammettere che anche queste circostanze costituiscono per me ragione di grande arricchimento umano ed artistico.
Come affronta la partitura della musica che deve dirigere?
Il primo passo è far crescere in me l’idea stessa di dovermi accostare ad una nuova partitura. Già da qualche mese la partitura è in bella vista accanto al pianoforte, e nel frattempo leggere ed ascoltare tutto ciò che può contribuire ad una sua comprensione più approfondita diventa la principale occupazione mentale. Poi lo studio si fa vivo. Inizio a leggere ed analizzare la partitura talvolta al pianoforte, talvolta “nonostante” il pianoforte: in questa fase bisogna cercare di penetrare problematiche quali armonia, forma, stile. Si delinea così un’idea globale dell’opera, direi ermeneutica, quella che dà un senso a ciò che ci si accinge a ri-creare. Come per la letteratura di Carlo Emilio Gadda, credo si possa parlare di euresi, di ricerca della verità attraverso un groviglio di parvenze. Una volta elaborato un significato del brano, conscio del fatto che l’originale non esiste ma è solo un ideale cui tendere costantemente, non resta che interrogarmi sul come trasmettere all’orchestra questo significato. E qui subentra l’aspetto tecnico: capire anzitutto le problematiche gestuali che la partitura mette in rilievo. Ci si deve interrogare su cosa sarà necessario dire o fare per poter realizzare l’idea musicale maturata in me. Infine, bisognerà esser pronti, una volta sul podio, a rimodellare quanto pensato e studiato in precedenza, alla luce di una infinità di nuovi fattori. La musica è un continuo divenire. a
Cosa rende “indimenticabile” un direttore d’orchestra?
La sua capacità di rendere indimenticabile la musica. Il vecchio Tullio Serafin diceva che il buon direttore deve sapere ciò che vuole, volere ciò che è giusto e sapere come ottenerlo. Di questi direttori non ci si dimenticherebbe facilmente.
















