Pubblicato in: Ven, Mag 23rd, 2014

“Dirigere un’orchestra è come guidare una comunità”

“La capacità di rendere indimenticabile la musica è ciò che rende ‘indimenticabile’ un direttore d’orchestra: egli deve sapere ciò che vuole, volere ciò che è giusto, sapere come ottenerlo”.

michele_nitti

Il ciclo de “I Concerti del Conservatorio” conti­nua con un importante appuntamento che si terrà sabato 24 maggio alle ore 20.45 presso il Teatro Antoniano di Lecce. Sarà protagonista la Giovane Orchestra “Tito Schipa” di­retta dal maestro Michele Nitti. “L’Ora del Salento” ha intervistato, in esclusi­va, il giovane direttore.

Quali sono i brani e/o le opere che preferisce dirigere?

Per formazione e sensibilità per­sonale, sin dai tempi dell’Università, quando ho avuto modo di indagare i rapporti fra tradizione e innovazione nelle concezioni armoniche di Gustav Mahler, avverto una naturale inclina­zione per il repertorio romantico e tar­do-romantico. Tuttavia non disdegno di accostarmi anche alla produzione settecentesca, specialmente quella del teatro mozartiano dal quale ogni mu­sicista ha la possibilità di trarre inse­gnamenti fondamentali sulla relazione tra musica e drammaturgia. Infine, in diverse occasioni sono stato invitato a dirigere “prime assolute” alla pre­senza dei compositori, lavori composti su commissione. Devo ammettere che anche queste circostanze costituiscono per me ragione di grande arricchimen­to umano ed artistico.

Come affronta la partitura della musica che deve dirigere?

Il primo passo è far crescere in me l’idea stessa di dovermi accostare ad una nuova partitura. Già da qual­che mese la partitura è in bella vista accanto al pianoforte, e nel frattempo leggere ed ascoltare tutto ciò che può contribuire ad una sua comprensione più approfondita diventa la principale occupazione mentale. Poi lo studio si fa vivo. Inizio a leggere ed analizzare la partitura talvolta al pianoforte, talvol­ta “nonostante” il pianoforte: in que­sta fase bisogna cercare di penetrare problematiche quali armonia, forma, stile. Si delinea così un’idea globale dell’opera, direi ermeneutica, quella che dà un senso a ciò che ci si accinge a ri-creare. Come per la letteratura di Carlo Emilio Gadda, credo si possa parlare di euresi, di ricerca della ve­rità attraverso un groviglio di parven­ze. Una volta elaborato un significato del brano, conscio del fatto che l’ori­ginale non esiste ma è solo un ideale cui tendere costantemente, non resta che interrogarmi sul come trasmettere all’orchestra questo significato. E qui subentra l’aspetto tecnico: capire an­zitutto le problematiche gestuali che la partitura mette in rilievo. Ci si deve in­terrogare su cosa sarà necessario dire o fare per poter realizzare l’idea musi­cale maturata in me. Infine, bisognerà esser pronti, una volta sul podio, a ri­modellare quanto pensato e studiato in precedenza, alla luce di una infinità di nuovi fattori. La musica è un continuo divenire. a

Cosa rende “indimenticabile” un direttore d’orchestra?

La sua capacità di rendere indi­menticabile la musica. Il vecchio Tul­lio Serafin diceva che il buon direttore deve sapere ciò che vuole, volere ciò che è giusto e sapere come ottenerlo. Di questi direttori non ci si dimentiche­rebbe facilmente.

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