Disabili 3.0/L’handicap, molto più di una provocazione
Oltre i convegni e gli studi poca attenzione concreta verso chi è costretto a condizioni di vita disagiate a causa della salute.
Presentarsi allo sportello bancomat per effettuare un semplice prelievo di denaro, per i disabili è un’impresa impossibile. Diversi sportelli automatici, infatti, nella città di Lecce, candidata a Capitale Europea della Cultura 2019, non sono progettati secondo le norme vigenti riguardanti l’accessibilità ai diversi luoghi e servizi da parte dei portatori di handicap. Se la ricerca di lavoro in Italia è dura per tutti, per un disabile lo è ancora di più. È di qualche tempo fa la notizia di un giornalista non vedente, il quale dopo aver presentato domanda d’iscrizione a una delle più importanti scuole di giornalismo d’Italia, si è visto respingere la sua richiesta solo perché disabile. Nel 2008 l’esperienza che lo farà uscire dalla spirale dell’anonimato e della disoccupazione: offerta di collaborazione con la prestigiosa emittente inglese Bbc a Bruxelles. Ed è nella città sede del Parlamento europeo che il giovane disabile inizia la sua vera carriera giornalistica. Nella sede giornalistica francese, infatti, la mentalità è nettamente differente rispetto a quella italiana: alla Bbc anche per una formazione di due giorni gli hanno messo a disposizione un computer con screen reader, programma di lettura dello schermo fatto apposta per i non vedenti.
La stessa maturità non è presente in Italia, dove il novello giornalista nella sua breve esperienza in Rai ha dovuto portare con sé al lavoro il suo pc con lo screen reader. Queste due fotografie che presentano uno spaccato del Belpaese in generale e della città di Lecce, dicono la mancanza di maturità che ha come conseguenza la spersonalizzazione dell’uomo; una depersonalizzazione che colpisce appunto le persone con disabilità. Un errore commesso oggi, infatti, è identificare la persona con disabilità come facente parte di una “massa” o meglio di un “ceto sociale”; un tentativo, questo, di settorializzare la realtà della disabilità, quasi che fosse solo una sottolineatura del limite di pochi per i quali non c’è interesse da parte della società. Al contrario, il disabile deve essere definito “persona”, la quale ha coscienza di sé e relazione con sé, col mondo, con gli altri e con Dio secondo la propria personalità. Nel corso dei secoli, il termine “persona” però riferito al disabile, come si è potuto già intuire nelle riflessioni precedenti, è stato surclassato dal vocabolo “individuo” teso questo a identificare il singolo che ridotto a ente – soprattutto nel contesto odierno della globalizzazione – non ha personalità, sentimenti; è solo un numero. La dimensione del limite è al contrario una realtà esistenziale che appartiene a tutti e che non spersonalizza, ma arricchisce.
Se c’è un impegno da parte della società civile e delle istituzioni in favore dei disabili è solo quello di organizzare di tanto in tanto, in occasione di Giornate della disabilità, convegni e studi. Questo vortice tumultuoso e talora insignificante di simposi rende la persona con disabilità oggetto di studio, perdendo di vista ciò che invece è stato affermato anche da San Giovanni Paolo II nel Giubileo della disabilità: “Con la vostra presenza carissimi fratelli e sorelle (disabili ndr.) voi riaffermate che la disabilità non è soltanto bisogno, è anche e soprattutto stimolo e sollecitazione. Certo, essa è domanda di aiuto, ma è prima ancora provocazione nei confronti degli egoismi individuali e collettivi, è invito a forme sempre nuove di fraternità”.
La sola presenza fisica quindi delle persone con disabilità invoca il bisogno di rendere accessibili comunità civili ed ecclesiali in cui ciascuno trovi un posto per esprimersi al meglio delle proprie possibilità, per crescere e maturare come cittadini e nella fede, per condividere la propria vita e comunicare i propri doni. L’impegno nel garantire questo consentirà alle persone con disabilità di sentirsi realmente persone umane costituite da anima e da corpo che devono poter volare, librarsi sull’oceano della civiltà. L’idea di partenza per realizzare tutto ciò è che garantire i diritti di tutti è un dovere non procrastinabile della società e l’altra idea per la Chiesa è che il Vangelo è per tutti. Memori dunque di ciò e per chi crede in ciò che il Signore dice “Chi viene a me non lo respingerò”, bisogna riscoprire l’autenticamente umano che è in noi. Solo così gli interventi sociali, giuridici, architettonici avranno un senso.
Simone Stifani

















