Pubblicato in: Gio, Mar 27th, 2014

Don Gigi Fanciano: 40 anni di “carcere”… Missione Liberazione

Com’è la convivenza tra persone diverse per lingua, religione, cultura e abitudi­ni?

Esistono sezioni che rag­gruppano detenuti della stessa etnia, estrazione sociale e cul­turale. Recentemente, un Papas greco–ortodosso ha voluto visitare i detenuti appartenenti alla sua confessione. Così an­che ai Testimoni di Geova è data questa possibilità. Forse per i musulmani la situazione è più precaria. Ma alcuni di loro assistono alla mia celebrazione eucaristica, prescindendo dalle oggettive difficoltà linguistiche e comunicative.

In generale sono poche le carceri o troppi i detenuti?

Spesso vengono comminate pene per reati ininfluenti. Nelle normative c’è una forte tenden­za verso il carcere preventivo. Il 23 ottobre 2013 abbiamo avu­to la gioia di incontrare Papa Francesco in udienza privata nell’Aula Paolo VI con 151 cap­pellani d’Italia. Il nostro nuovo ispettore generale don Virgilio Balducchi ci ha dato l’oppor­tunità di vedere e di toccare il Papa tanto che nel suo discorso ha esordito con un: “Caro Papa Francesco mi sento autorizza­to a rivolgermi a lei con tanta confidenza”. Durante il suo di­scorso, il Santo Padre ha detto: “Vi prego, dite ai carcerati che Gesù sta in cella con loro. Pur­troppo i deboli sono quelli che pagano, perché i pesci grossi nuotano liberamente”. È stata un’esperienza esaltante. Anche perché il Papa ha voluto salu­tare ad uno ad uno tutti gli in­tervenuti. Egli ha pure parlato delle carceri in Argentina dove le condizioni dei detenuti sono estremamente più disumane ri­spetto alle nostre.

Perché  è diventato Cap­pellano carcerario?

Perché mons. Minerva me lo ha chiesto espressamente. Volle che io subentrassi a pre­cedenti cappellani don Ugo de Blasi, don Franco Lupo e a don Antonio Ingrosso. Per­sonalmente, sono sempre stato al penale dove vi sono i reclu­si, mentre don Sandro d’Elia svolge il suo compito nel bloc­co circondariale che accoglie i detenuti in attesa di giudizio. Non ho mai incontrato difficoltà nell’approcciarmi con i reclusi, li ho sempre trattati con i miei modi disinvolti e gioviali, con la pacca sulla spalla, qualche ge­sto fraterno o saluti scherzoso del tipo: “Ueh, delinquente!” , sempre con affetto ed amicizia. Attualmente un grosso lavoro è portato avanti dalla Comuni­tà Speranza, in quanto vi sono sempre coloro che hanno biso­gno di parlare, di confidarsi, di riprendersi pure dall’isola­mento interiore di cui, spesso, si sentono vittime. Anche con il direttore intesso buoni rapporti, come la Polizia Penitenziaria e i Giudici. Ricevo sempre tanti attestati di stima…

DON GIGI - PAPA

Cosa chiede all’opinione pubblica per i carcerati?

Più attenzione, perché i re­clusi non devono essere consi­derati esclusi. Il pericolo è che la gente dica: “Buttate la chia­ve a mare. Lasciateli là dentro”. Devono scontare la pena che il giudice ha inflitto, ma a nessuno è lecito aggravarne il peso.

La pena dovrebbe esse­re retributiva, rieducativa, emendativa e preventiva. Ma è così?

Il numero di persone in pri­gione a volte non lo consente: dovrebbe essere così, perché sono disponibili gli educatori, ma essi sono insufficienti come i medici, con tanti casi che bi­sognerebbe affrontare singolar­mente.

Quale messaggio vuol mandare a chi legge que­sto articolo?

Di rammentare il capitolo 13,3 della Lettera agli Ebrei: “Ricordatevi dei carcerati come se foste loro compagni di carce­re”. 

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