Don Gigi Fanciano: 40 anni di “carcere”… Missione Liberazione
Com’è la convivenza tra persone diverse per lingua, religione, cultura e abitudini?
Esistono sezioni che raggruppano detenuti della stessa etnia, estrazione sociale e culturale. Recentemente, un Papas greco–ortodosso ha voluto visitare i detenuti appartenenti alla sua confessione. Così anche ai Testimoni di Geova è data questa possibilità. Forse per i musulmani la situazione è più precaria. Ma alcuni di loro assistono alla mia celebrazione eucaristica, prescindendo dalle oggettive difficoltà linguistiche e comunicative.
In generale sono poche le carceri o troppi i detenuti?
Spesso vengono comminate pene per reati ininfluenti. Nelle normative c’è una forte tendenza verso il carcere preventivo. Il 23 ottobre 2013 abbiamo avuto la gioia di incontrare Papa Francesco in udienza privata nell’Aula Paolo VI con 151 cappellani d’Italia. Il nostro nuovo ispettore generale don Virgilio Balducchi ci ha dato l’opportunità di vedere e di toccare il Papa tanto che nel suo discorso ha esordito con un: “Caro Papa Francesco mi sento autorizzato a rivolgermi a lei con tanta confidenza”. Durante il suo discorso, il Santo Padre ha detto: “Vi prego, dite ai carcerati che Gesù sta in cella con loro. Purtroppo i deboli sono quelli che pagano, perché i pesci grossi nuotano liberamente”. È stata un’esperienza esaltante. Anche perché il Papa ha voluto salutare ad uno ad uno tutti gli intervenuti. Egli ha pure parlato delle carceri in Argentina dove le condizioni dei detenuti sono estremamente più disumane rispetto alle nostre.
Perché è diventato Cappellano carcerario?
Perché mons. Minerva me lo ha chiesto espressamente. Volle che io subentrassi a precedenti cappellani don Ugo de Blasi, don Franco Lupo e a don Antonio Ingrosso. Personalmente, sono sempre stato al penale dove vi sono i reclusi, mentre don Sandro d’Elia svolge il suo compito nel blocco circondariale che accoglie i detenuti in attesa di giudizio. Non ho mai incontrato difficoltà nell’approcciarmi con i reclusi, li ho sempre trattati con i miei modi disinvolti e gioviali, con la pacca sulla spalla, qualche gesto fraterno o saluti scherzoso del tipo: “Ueh, delinquente!” , sempre con affetto ed amicizia. Attualmente un grosso lavoro è portato avanti dalla Comunità Speranza, in quanto vi sono sempre coloro che hanno bisogno di parlare, di confidarsi, di riprendersi pure dall’isolamento interiore di cui, spesso, si sentono vittime. Anche con il direttore intesso buoni rapporti, come la Polizia Penitenziaria e i Giudici. Ricevo sempre tanti attestati di stima…
Cosa chiede all’opinione pubblica per i carcerati?
Più attenzione, perché i reclusi non devono essere considerati esclusi. Il pericolo è che la gente dica: “Buttate la chiave a mare. Lasciateli là dentro”. Devono scontare la pena che il giudice ha inflitto, ma a nessuno è lecito aggravarne il peso.
La pena dovrebbe essere retributiva, rieducativa, emendativa e preventiva. Ma è così?
Il numero di persone in prigione a volte non lo consente: dovrebbe essere così, perché sono disponibili gli educatori, ma essi sono insufficienti come i medici, con tanti casi che bisognerebbe affrontare singolarmente.
Quale messaggio vuol mandare a chi legge questo articolo?
Di rammentare il capitolo 13,3 della Lettera agli Ebrei: “Ricordatevi dei carcerati come se foste loro compagni di carcere”.
















