Don Giovanni… I suoi poveri al centro della Missione
In memoria cordis…
“Evangelizare pauperibus misit me” (Lc 4, 18). Queste parole del profeta Isaia, pronunciate da Gesù nella Sinagoga di Gerusalemme, furono scelte da don Giovanni Sammarco per il ricordino della sua ordinazione sacerdotale, avvenuta in Lecce il 11 agosto 1946. Sin da allora, e per ben 69 anni di ministero, don Giovanni ha voluto rendere i “poveri” destinatari privilegiati della sua missione sacerdotale, seguendo “l’esempio indimenticabile e inoppugnabile di Cristo, Lui stesso povero, e annunciatore ai Poveri della sua buona novella, quando ricorda e a sè attribuisce il vaticinio di Isaia: “Evangelizare pauperibus misit me”, lo Spirito del Signore mi ha mandato ad annunciare ai Poveri la buona novella (Luc. 4, 18)” (Beato Paolo VI, 9 novembre 1964).
Innumerevoli le testimonianze che narrano, non senza un filo di commozione, la non comune generosità a favore dei figli e delle figlie di Dio in angustie: il decennale supporto, con risorse economiche proprie, alle attività della Caritas parrocchiale per il sostegno delle famiglie bisognose; la proverbiale delicatezza d’animo con cui accompagnava, con un carezza sul volto o una vigorosa stretta di mano, la consegna dei doni materiali agli amati poveri, che per lui avevano un unico nome, Gesù, e il medesimo volto, quello del Cristo “che non ha dove posare capo” (Lc 9, 58).
Consapevole che “la liberazione che il Messia è venuto ad annunciare riguarda anche la schiavitù più radicale che l’uomo può sperimentare, quella del male morale, del peccato” (San Giovanni Paolo II, Omelia del 18.09.1980) don Giovanni Sammarco è stato umile dispensatore della grazia che deriva dal sacramento della Riconciliazione quale privilegiato momento per curare le ferite dell’anima e del cuore e ridonare fiducia alle stanche membra del Corpo Mistico di Cristo (Romani 12, 5). Nell’esercizio della paternità spirituale, ancor prima che guida amorevole e paziente, si è fatto modello del gregge a lui affidato al punto che non pare ardito poter porre sulle sua labbra le parole del Buon Pastore: “Le mie pecore ascoltano la mia voce ed io le conosco ed esse mi seguono” (Gv 10, 27).
Marco Ruggio


















