Pubblicato in: Ven, Nov 6th, 2015

Don Giovanni… I suoi poveri al centro della Missione

In memoria cordis…

“Evangelizare pauperibus misit me” (Lc 4, 18). Queste pa­role del profeta Isaia, pronun­ciate da Gesù nella Sinagoga di Gerusalemme, furono scelte da don Giovanni Sammarco per il ricordino della sua ordi­nazione sacerdotale, avvenuta in Lecce il 11 agosto 1946. Sin da allora, e per ben 69 anni di ministero, don Giovanni ha voluto rendere i “poveri” de­stinatari privilegiati della sua missione sacerdotale, seguen­do “l’esempio indimenticabile e inoppugnabile di Cristo, Lui stesso povero, e annunciato­re ai Poveri della sua buona novella, quando ricorda e a sè attribuisce il vaticinio di Isaia: “Evangelizare pauperibus mi­sit me”, lo Spirito del Signore mi ha mandato ad annunciare ai Poveri la buona novella (Luc. 4, 18)” (Beato Paolo VI, 9 novembre 1964).

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Innume­revoli le testimonianze che narrano, non senza un filo di commozione, la non comune generosità a favore dei figli e delle figlie di Dio in angu­stie: il decennale supporto, con risorse economiche proprie, alle attività della Caritas parrocchiale per il sostegno delle famiglie bisognose; la proverbiale delicatezza d’animo con cui accompagnava, con un ca­rezza sul volto o una vigoro­sa stretta di mano, la consegna dei doni materiali agli amati poveri, che per lui avevano un unico nome, Gesù, e il mede­simo volto, quello del Cristo “che non ha dove posare capo” (Lc 9, 58).

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Consapevole che “la liberazione che il Messia è venuto ad annunciare riguarda anche la schiavitù più radicale che l’uomo può sperimentare, quella del male morale, del peccato” (San Giovanni Paolo II, Omelia del 18.09.1980) don Giovanni Sammarco è stato umile dispensatore della grazia che deriva dal sacra­mento della Riconciliazione quale privilegiato momento per curare le ferite dell’a­nima e del cuore e ridonare fiducia alle stanche membra del Corpo Mistico di Cristo (Romani 12, 5). Nell’esercizio della paternità spirituale, ancor prima che guida amorevole e paziente, si è fatto modello del gregge a lui affidato al punto che non pare ardito poter porre sulle sua labbra le parole del Buon Pastore: “Le mie pecore ascoltano la mia voce ed io le conosco ed esse mi seguono” (Gv 10, 27).

Marco Ruggio

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