Dopo il Voto/Echi nelle aule delle Elezioni Europee
Ci si è chiesto in aula perché quest’Europa lascia indifferente quasi il 40% degli uomini italiani, e ispira parole di scarsa simpatia europea ad un ulteriore 20% della popolazione? Eppure, la parola Europa, un tempo, ha richiamato un mitico ideale di avvenenza e di bontà, come può dedursi dal prefisso greco eu, al cui fascino non poté sottrarsi neppure il prolifico padre degli dei di Omero. Si crede che sarebbe stato illusorio pensare che le urne avrebbero confermato un grado di fiducia popolare verso l’Europa che richiamasse l’entusiasmo che, nel marzo del 1957 portò in Roma i Capi di Governo delle sei Nazioni fondatrici per gettarne le fondamenta.
Certo, se oggi vi sono tanti giovani che lasciano i loro paesi per cercare altrove opportunità di lavoro; se piccoli e medi imprenditori continuano ad avvertire il freno di un’imposizione fiscale sempre più gravosa; se un diploma di scuola superiore, e persino una laurea magistrale, non consentono di realizzare un valido progetto di vita, ebbene, dinnanzi ad una situazione del genere, è parso davvero un fatto sorprendente che in Italia non siano prevalse scelte antieuropee. Non può sottovalutarsi, però, la circostanza che al sospiro di liberazione, che lunedì mattina è stato avvertito nelle voci e ne i commenti degli editoriali dei quotidiani, ha fatto eco il silenzio di giovani studenti che, dai banchi liceali, sembrava portassero effuso sui volti un pallore che richiamava quello dell’Alfieri foscoliano. Per loro testimonianza, sino a domenica, quei giovani – non erano molti in verità – hanno sperato che un vorticoso turbine avrebbe potuto rivoluzionare l’attuale organizzazione comunitaria, in modo che una nuova classe politica, meno irretita di quella attuale dalla disciplina di bilancio, avrebbe potuto dare all’Europa nuove regole, capaci di realizzare una reale politica di coesione sociale fra gli Stati, che si sarebbe potuta tradurre, poi, nella creazione di lavoro dignitoso per tutte le persone in grado di prestarlo.
All’apparir del vero, sul volto silenzioso di quei pochi studenti si è potuta leggere soltanto la preoccupazione che il gran successo dei partiti europeisti italiani potrebbe lasciar disattesa ancora per lungo tempo la speranza di veder realizzato anche quel minimo di riforme economico-sociali, senza il quale l’antico sogno di un’Europa abitata da cittadini con pari opportunità economiche si scioglierebbe come neve al sole di primavera. Ma altri occhi, quelli della gran maggioranza dei diplomandi, non esprimeva sensazioni. Giovanette e compagni d’aula guardavano immobili il professore di storia allo stesso modo in cui i senatori in Campidoglio fissavano i guerrieri di Brenno.
Non vedevano l’ora che il suono della campanella della ricreazione li soccorresse, liberandoli dall’imbarazzo di esporre le sensazioni provate nell’apprendere i risultati delle elezioni europee. Quasi a giustificazione implicita del silenzio della gran parte della classe, sulla parte inferiore della lavagna interattiva dell’aula si potevano leggere ancora memorabili endecasillabi: Ma un asin bigio, rosicchiando un cardo,/rosso e turchino, non si scomodò:/ tutto quel chiasso ei non degnò d’un guardo/ e a brucar serio e lento seguitò.
Fabio Scrimitore
















