Pubblicato in: Gio, Giu 12th, 2014

Dramma Sociale/Contro la Disoccupazione ci sarà un rimedio?

Il bene comune passa inevitabilmente attraverso le occasioni di lavoro. 

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GRAVE ALLARME/VENDOLA: PUGLIA AL COLLASSO

A prima vista, la gra­vissima situazione sociale provocata dalla mancanza di lavoro per tanti pugliesi, non sembra essere direttamente collegata con il grido d’allarme lanciato dal Governatore Vendola, giorni fa, a proposito del “collas­so” in cui versa la Regione Puglia a causa del divieto di sforare il Patto di stabilità. Ha dichiarato il Presidente a margine di una Giunta regio­nale straordinaria in cui si è discusso del Patto di stabilità e della mancata “nettizza­zione” della spesa: “Vorrei comunicare ufficialmente che, per assicurare prima di tutto l’incolumità dei cittadini ed i livelli minimi di assistenza sociale, la Regione Puglia non è più in condizione di ga­rantire il cofinanziamento dei fondi comunitari e pertanto è obbligata a rallentare la spe­sa dei fondi comunitari”. Ma di cosa si parla? Che cos’è il Patto di stabilità? Rivela Wikipedia: “Il patto di stabilità è un accordo, stipulato e sot­toscritto nel 1997 dai Paesi membri dell’Unione europea, inerente al controllo delle rispettive politiche di bilancio pubbliche, al fine di mantene­re fermi i requisiti di adesione all’Unione economica e mo­netaria dell’Unione europea (Eurozona)”. In altre parole, lo Stato italiano (sia l’Ammi­nistrazione centrale che le autonomie locali) nel rispetto di quel Patto e in presenza di deficit interno superiore al 3% rispetto al Prodotto interno lordo (Pil) e di debito pubbli­co superiore al 60% rispetto al Pil, pur avendo in cassa i fondi necessari al finanzia­mento di iniziative proget­tuali a vantaggio dei cittadini (spesso a sostegno delle fasce sociali più fragili), non possono spendere per non “tradire” quel Patto, violare i parametri di Maastricht e non rischiare di uscire dall’Euro­zona.

Puglia

Ancora il Governatore: “Oggi concretamente la Regione Puglia non è più in grado di spendere risorse per il cofinanziamento della spesa comunitaria. Se non ci liberano da questa pietra sepolcrale – ha proseguito il Presidente – la Puglia non ha più futuro. Se non cambia qualcosa nelle prossime settimane, noi, puniti mentre siamo stati i più bravi di tutti nella spesa, saremo costretti a restituire soldi a Bruxelles. Questo è un fatto che non può essere scoperto domani da chi non si è accorto di come stanno le cose oggi”. E poi avverte, “Oggi tocca alla Regione Puglia perché i più bravi sono i primi ad essere penalizzati, ma domani a ruota seguiranno tutte le altre regioni”. A cominciare dall’al­lentare o meglio “nettizzare” i divieti posti dal Patto. A cominciare dall’esclusione del cofinanziamento comunitario dal calcolo dei vincoli alla spesa pubblica che permette­rebbe di sbloccare tanti pro­getti approvati e mai portati a realizzazione con la conse­guente ricaduta sull’occupa­zione e sull’implementazione dei servizi ai cittadini pugliesi. Nelle prossime settimane L’Ora del Salento intrapren­derà un viaggio alla scoperta delle “incompiute” pubbliche e private che giacciono in attesa dello sblocco dei finan­ziamenti e, al momento, non alcuna certezza sui tempi di erogazione.

Vincenzo Paticchio 

LETTERA APERTA/L’UNICA RISPOSTA POSITIVA: “TI FAREMO SAPERE” 

Sono un 31enne, credo “giovane”, disoccupa­to. Dico “credo” perché non ho ben capito cosa significhi la parola “giovane”. Quando compro un paio di jeans mi danno del “ra­gazzino”, quando mi diverto del “giovane” e quando cerco lavoro dell’“adulto”. Chi sono i giovani disoccupati? Quelli di 20/30 anni o quelli di 35/45? Conta l’età anagrafica? Forse no, forse i primi sono i disoccupati giovani ed i secondi sono i giovani disoccu­pati, cioè chi era occupato sino a poco tempo fa. E sino a quanto tempo fa? Perché un certificato di disoccupa­zione può essere di 6 mesi, 1 anno, due o tre. Siamo la generazione che ha studiato di più nella storia, ma che non riesce a trovare un impiego. Un terzo degli under 24 non studia e non lavora, un terzo dei giovani impiegati nel mondo industrializzato e un quarto nei Paesi in via di sviluppo ha un contratto a tempo determinato o flessibi­le. Risultato: la metà dei giovani contribuisce meno di quello che potrebbe alla produttività del proprio Paese. E sì, perché il problema è anche questo, se non lavoro non contribuisco. E anche se mi dessero la possibilità di contribuire, aiuterei lo Stato a pagare la pensione a mio nonno, contentissimo per carità, ma a me chi la pagherà? Dicono che c’è la crisi, va bene, ma la crisi da sola non basta a spiegare questa situazione.

Report

La prima spiegazione, ha a che fare con le barriere del mercato del lavoro: un mercato rigido, con politiche del lavoro che rendono im­pegnativo assumere e impossibile licenziare. Un secondo elemento riguarda la distanza tra le competenze acquisite durante il percorso di studi e quelle richieste dai datori di lavoro. Le aziende criticano una formazione poco ef­ficace: la preparazione superiore e universitaria è spesso troppo teorica (per non dire esclusivamente), ma solo il 30% delle università apre le porte per un miglioramento ai fini dell’inserimento lavorativo. “Salve, sono laureato in Economia”. “Bene, cosa sa fare?”. “Ehm…”. Per non parlare poi dei canali di accesso alle imprese: l’università dovrebbe essere il primo. La Germania per esempio si è distinta offrendo corsi di orientamento di alto livello, un efficiente apprendistato e legami con l’industria al fine di creare un canale di accesso al mondo del lavoro. Ma qui, con la crisi, le aziende sono meno disposte ad investire in training. E quando lo fanno evidenziano un concetto strano di training, tipo: la nostra formazione prevede un contratto da 40 ore settimanali a 350€ al mese. Ehm… Ah, perdoni l’omissis, straordinari inclusi! Il gradino più basso del podio lo darei al tempo. L’uno su mille che ce la fa, e trova un impiego, entra nel vortice dei contratti precari e la sua posizione tenderà ad essere più a rischio rispetto a quella di lavoratori che sono entrati in azienda prima di lui, i quali, avendo più esperienza e responsabi­lità, verranno tutelati maggiormente dall’impresa. Ma noi non ci rassegniamo e … vi faremo sapere.

Domenico Matarrese 

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