Pubblicato in: Gio, Giu 12th, 2014

Dramma Sociale/Contro la Disoccupazione ci sarà un rimedio?

SOLUZIONI/1

LA PRODUZIONE DI MACCHINE ED INNOVAZIONE NON COMPENSA I POSTI PERDUTI…

ARGINARE L’AVANZATA TECNOLOGICA 

Diciamolo subito: il bonus di 80€ di Renzi non ha effetti, e non giova per nulla, alla lotta alla disoccupazione. Lode­vole la scelta buono l’impegno ma per far ripartire i consumi e ridurre la disoccupazione ci vuole ben altro (sopratutto scevro da campagne elettorali). Dato lo spazio concesso­mi faccio estrema sintesi: – le “riforme del mercato del lavoro” fin quì fatte da vari governi (ultime Monti/Fornero e Renzi) non hanno avuto (né avranno, a mio parere) alcun effetto sui disoccupati e gli inoccupati: conoscere i dati di occupazione/disoccupazione per convincersene; – serve una politica industriale Nazionale, organica ed effica­ce, che decida (o agevoli) cosa produrre,dove produrre: serve cioè affrontare il problema dei distretti produttivi, delle professionalità/ manodopera presente, delle “vo­cazioni” territoriali insieme ad un intervento vero sui costi dell’energia (30% in più per le aziende Italiane), dei trasporti, dell’approvvigiona­mento delle materie prime; – serve un efficace rilancio della domanda attraverso l’aumento dei consumi delle famiglie e dello Stato (ma le famiglie sono allo stremo, a salari bassi, e lo Stato e gli Enti Locali) ha i famigerati “vincoli di bilancio” che determinano un saldo negativo tra investimenti possibili e tagli inevitabili; – serve affrontare e arginare (se non combattere,semmai possibile) la disoccupazione “tecnologica”. Vi è una certezza: la produzione scende seguita dall’occupazione ma,oggi, non funziona più al contrario! Per­ché, pur generando posti di lavoro per la produzione di macchine e per innovazioni tecnologiche, essi non compensano i posti di lavoro perduti dove si installano le macchine e le innovazioni tecnologiche stesse.

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Si pensi oggi, con l’introduzione dell’informatica, della robotica e dell’automazione quali effetti (deva­stanti) abbiamo sulla ripartizione dei posti di lavoro e, addirittura, degli orari di lavoro. – serve andare oltre “l’egoismo imprenditoriale” come anche quello “lavorativo/individuale”. Cioè: age­volare nuova imprenditoria da parte di chi ha “saturato” la sua azienda, non potendo (o non volendo) conti­nuare l’espansione pur essendoci le potenzialità. Servirebbero i Consorzi, la cosiddetta “imprenditoria di filie­ra”, un ruolo di sviluppo e di lievito territoriale delle stesse associazioni datoriali (Confindustria in primis), ma da noi (nel Salento come in Italia), evidentemente,manca la “cul­tura” del gruppo, del consorzio, della filiera,oserei dire del “far del bene al territorio” al pari della propria azienda. Come si può lavorare per grandi e affidabili marchi della moda, del tessile, del metalmeccanico, del calzaturiero, saturare in termini di fatturato, produzione, occupazione, orari di lavoro la propria azienda e non promuovere, agevolare, svilup­pare nuova imprenditoria territoriale? Come pure promuovere e contrattare, con le aziende e tra i lavoratori, una nuova redistribuzione degli orari non solo per la gestione delle crisi ma, anche, sull’assunto generale del “lavorare meno per lavorare tutti” spronando anche il Governo centrale ad intervenire efficacemente per una seria riforma del lavoro (non del pre­cariato, come le ultime scelte Renzia­ne) e sovvertire il paradosso attuale dove chi ha il lavoro è costretto a lavorare di più e chi è disoccupato è sempre più disperato. Sono sfide che, a mio parere, vanno tutte affrontate affinché la mancanza di lavoro non abbia solo serie conse­guenze sulla distribuzione del reddito ma, come avverte la Dottrina Sociale della Chiesa, anche su quello che rappresenta il lavoro (o la mancan­za di esso) nella vita delle perso­ne; come diritto di cittadinanza,di integrazione sociale, di identità e promozione umana. Papa Francesco ammonisce: “il lavoro è una realtà essenziale per la società, per le fa­miglie e per i singoli” che “riguarda direttamente la persona, la sua vita, la sua libertà e la sua felicità. Il valore primario del lavoro è il bene della persona umana, perché la realizza come tale, con le sue attitudini e le sue capacità intellettive, creative e manuali”. Da qui “deriva che il lavoro non ha soltanto una finalità economica e di profitto, ma soprattut­to una finalità che interessa l’uomo e la sua dignità. E se manca il lavoro questa dignità viene ferita!”. “Chi è disoccupato o sottoccupato – ha affermato Bergoglio – rischia di essere posto ai margini della società, di diventare una vittima dell’esclu­sione sociale”. “La disoccupazione che interessa diversi Paesi europei è la conseguenza di un sistema econo­mico che non è più capace di creare lavoro, perché ha messo al centro un idolo, che si chiama denaro!”.

Sergio Calò

SOLUZIONI/2

INVESTIMENTI CONCRETI E MIRATI UNICO SPIRAGLIO 

I dati sulla disoccupazione dimo­strano quanto sia drammatica la situazione in Italia e nel Meridio­ne. La crisi che ha attanagliato l’Europa ha ormai radicalmente cambiato il nostro sistema produt­tivo. La globalizzazione economica ha spostato la produzione industriale oltre i confini dell’Italia. Nel nostro Salento settori che sino a 10 anni fa davano lavoro a migliaia di persone (tessile, abbigliamento, calzaturiero) sono praticamente scomparsi. In realtà, la produzione industriale non è scomparsa. Gli imprenditori continuano a produrre dopo aver delocalizzato all’estero (Albania, Turchia, India). Ciò che da noi è scomparso è il lavoro. La perdita di migliaia di posti di lavoro ha prodotto il collasso della nostra economia. Il mantra della necessità di qualificare la nostra pro­duzione industriale non è la panacea di tutti i mali. Qualità e quantità non vanno sempre d’accordo. La qualità della produzione rappresenta certamente un’ancora di salvezza, è l’unico modo per sopravvivere nel mercato globale, ma è poco probabile che gli investimenti in qualità pos­sano riportare la quantità di occupati nei settori in crisi al livello pre-crisi. La situazione è ancor più complicata perché nel mercato globale, para­dossalmente, la tutela dei lavoratori attraverso il legittimo riconoscimento di specifici diritti ha un costo che non viene affrontato dai Paesi in via di sviluppo che non hanno gli stessi nostri standard legislativi e di ga­ranzie. I c.d. Brics (Brasile, Russia, India, Cina, Sud-Africa) sono Paesi che hanno visto incrementare la loro ricchezza ma sono anche paesi che conservano pesantissime sacche di povertà, disuguaglianza, marginalità, esclusione sociale. In questo contesto proporre la strada maestra del rientro delle produzioni industriali in Italia (e nel Salento in particolar modo) sembra essere pura utopia.

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Troppo forte il divario tra i costi (energetici, produttivi, di manodopera e delle connesse garanzie) affrontati dalle imprese che operano nei Paesi in via di sviluppo e quelle che conti­nuano ad operare in Italia. Dinnanzi a questo quadro generale occorre che la Politica trovi risposte forti e immediate. L’assenza endemica di lavoro aumenta il malessere sociale, determina delinquenza, aumenta i costi dell’assistenzialismo di Stato, mina il futuro delle famiglie, incide sui tassi di natalità. È una vera e propria piaga che va affrontata con risposte, ripeto, radicali. Occorrono investimenti concreti, forti e mirati al rientro delle produzioni industriali in Italia (e nel Salento). Detassando gli utili, diminuendo radicalmente la tassazione sul lavo­ro, definendo politiche industriali volte al recupero di quelle strutture industriali ben presenti nei nostri ter­ritori le quali da qui a qualche anno diverranno semplice archeologia industriale. Bisogna rendersi conto che senza il lavoro si è cittadini a metà. Senza il lavoro viene minata la dignità di un essere umano. Senza il lavoro non c’è alcuna possibilità che ognuno possa contribuire al bene comune delle nostre comunità.

Attilio Pisanò 

SOLUZIONI/3

IMPARARE AD INTERCETTARE I NUOVI STRUMENTI

Oramai da troppo tempo sentiamo numeri che non lasciano scampo al mondo giovanile (15-24 anni) 46% di disoccupati, se a questo aggiungia­mo la fascia superiore (25-34) al­lora scopriamo tre milioni di senza lavoro. Questi dati in un periodo di difficoltà economica internazionale non sono di facile soluzione, ci fanno ritornare al 1977. Rimanendo nel nostro territorio nazionale il recente decreto sul lavoro può dare qualche possibilità di ingresso al lavoro anche se in maniera temporanea (36 mesi) trat­tandosi di lavoro a tempo determi­nato, meglio di niente. Abbiamo urgente bisogno di faci­litare l’ingresso al lavoro elimi­nando tanta burocrazia che frena gli investimenti esteri. Certamente occorre una strategia più larga che abbracci vari comparti da quello della scuola, dell’apprendistato, dell’industria, dell’agricoltura, dei servizi, dei nuovi impieghi legati alle nuove tecniche di informazione (internet, social network). Il nostro mondo ecclesiale ha iniziato da circa 20 anni una rifles­sione precisa il tal senso – grazie al progetto Policoro – che altro non è che mettere al centro il giovane e con l’aiuto delle filiere della forma­zione (cisl, coldiretti, acli, confco­operative, libera) prova a dare un futuro occupazionale a livello di piccola impresa o di cooperativa. I risultati non sono da disprezzare sono nate circa 600 imprese e oltre 1000 persone che vi lavorano. Certo sono gocce in un mare indefinito però sono un segno di chiesa chi si interroga sul mondo giovanile e a suo modo genera una risposta.

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Le opportunità non sono poche se guardiamo ai beni non utilizzati di proprietà della chiesa, (saloni, locali dismessi, ai terreni incolti) a questi si aggiungono i beni confiscati alla malavita (solo in Puglia 1000). È giunto il tempo di investire al meglio sul mondo giovale per la formazione e per il suo futuro. Recentemente causa la difficoltà di avere accesso al credito circa 20 diocesi hanno attivato il microcre­dito ossia la possibilità di assicura­re a giovani non bancabili usufruire di un prestito (10.000 fino a 25.000 € mediamente) che gradualmente il giovane restituisce dove la banca ha come garante la diocesi. È un piccolo germoglio che in 5 anni ha dato lavoro a 350 giovani. Uno strumento nuovo (è partito il 1 maggio) Garanzia giovani (progetto della comunità europea per giovani 15-24 anni) mette in circolo non pochi denari (in Puglia 120 milioni di euro) per tirocini formativi o inserimento lavorativo con l’obbligo di dare risposta entro 4 mesi dall’inserimento del proprio curriculum. Ad oggi in Puglia già 7.000 giovani si sono iscritti. Op­portunità da non lasciarsi sfuggire. Occorre risvegliare quel senso di nuovo e imprevedibile che l’energia giovanile può suscitare. Proprio su questo punto la nostra regione Puglia ha aperto strade nuove e interessanti che anche a livello nazionale ed europeo sono stati interpellati per le politiche giovanili. Mi riferisco al progetto bollenti spiriti che in questi anni ha contribuito a salvaguardare tanti ambienti dismessi, catalizzando gruppi di giovani a gestire con le proprie forze tali ambienti per incontri, programmazioni, film teatro ecc. Su tale scia si inserisce il progetto di principi attivi (nuove idee) finanziate con 25.000€, an­cora ritorno al futuro, il contratto etico per giovani laureati con la possibilità di rafforzare la pro­pria formazione con un master in Italia o all’estero con l’impegno di ritornare in Puglia. Sono segni di vivacità che lasciano ben sperare. Per concludere una parola di spe­ranza per tanti giovani che vogliono riscoprire il mondo agricolo, l’eno­gastronomia, il turismo, il settore dei servizi, lo spettacolo, campi nuovi sui quali si deve investire per dare un futuro dignitoso alle nuove generazioni.

Nicola Macculi

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