Due possibili profili di Benedetto XVI
L’UNITÀ DEL CREDERE E DEL VIVERE
Nel 1968, Joseph Ratzinger pubblicava quello che si sarebbe subito rivelato come un autentico capolavoro: Introduzione al cristianesimo (tr. it. Queriniana, Brescia 1969). In questo libro, l’allora giovane teologo delinea una profonda analisi sulla fede cristiana nel mondo contemporaneo.
A titolo semplificativo ricorre a un apologo dove la figura del teologo è accostata a quella del clown per la comune sorte di non essere presi sul serio. Ma tale accostamento, per Ratzinger, risulta semplicistico. Il clown che ripulisce il suo volto dalla cera torna ad essere preso sul serio dalla gente; per il teologo non è la stessa cosa: non basta cambiare vestito, la difficoltà del comunicare la fede al mondo contemporaneo non è una semplice questione di ammodernamento della teologia e della Chiesa.
Il profilo di Papa Benedetto XVI può essere delineato da diverse angolature. Personalmente preferisco l’angolatura del teologo: un’angolatura certamente non facile, di vastissime dimensioni ma nitida nei suoi contorni. Alcune figure della Chiesa che egli ha studiato e amato con particolare intensità hanno modellato il suo pensiero e il suo stile di vita, così come egli stesso si esprime, in modo confidenziale, nel libro intervista Luce del mondo del 2010: “Sono molto amico di Agostino, di Bonaventura e di Tommaso d’Aquino. A loro dico: ‘aiutatemi’! La Madre di Dio, poi, è sempre e comunque un grande punto di riferimento. In questo senso mi inserisco nella Comunione dei Santi. Insieme a loro, rafforzato da loro, parlo poi anche con il Dio buono, soprattutto mendicando, ma anche ringraziando; o contento, semplicemente”.
Benedetto XVI è in ciò che pensa e in ciò che scrive come Agostino d’Ippona, Bonaventura da Bagnoregio e Tommaso d’Aquino, la cui profondità di pensiero ha preso la forma della santità nella loro vita.
Con questi insigni teologi che hanno segnato non solo la storia della Chiesa ma anche la storia della cultura occidentale, Benedetto XVI è convinto che l’indicibilità della fede rimane la linfa vitale per la ragione; che la fede non lede i diritti della ragione, che anzi di quest’ultima ne allarga gli spazi e la tutela dalle sue stesse trappole. Ma egli è altresì convinto che la Chiesa, nelle sue membra, è chiamata a dare una testimonianza limpida e chiara di ciò che crede e insegna.
L’inscindibile unità del credere e del vivere (lex credendi, lex orandi, lex vivendi) è diventata la traccia su cui ha impiantato il suo ministero di successore di Pietro, a tal punto che lo stesso assetto istituzionale e organizzativo della Chiesa deve esprimere con chiarezza e limpidezza tale unità e priorità.
Il ministero petrino, come aveva con determinazione già affermato Giovanni Paolo II nell’enciclica Ut unum sint, è totalmente al sevizio di questa unità, fino anche a fare un passo indietro quando le circostanze lo richiedono. Se Benedetto XVI ha ritenuto bene di dover fare un passo indietro è perché, in realtà, la Chiesa tutta possa fare tanti passi in avanti. E per questa non scontata certezza la storia gli sarà riconoscente.
Luigi Manca
Direttore Istituto Superiore Scienze Religiose

















