Pubblicato in: Mer, Feb 20th, 2013

Due possibili profili di Benedetto XVI


IL SANTO PADRE TEOLOGO, APERTO ALLA POST-MODERNITÀ

Le dimissioni di papa Benedetto XVI hanno causato in questi giorni un susseguirsi di opinioni e di tentativi di spiegazione che popola il vasto mondo dei media, suscitando sentimenti che vanno dallo sgomento dei credenti al malcelato compiacimento degli eredi attuali dell’illuminismo in quest’epoca della postmodernità.

La decisione, inutile nasconderlo, ha del clamoroso non solo perché esprime il desiderio di ritirarsi da parte di chi riveste un ruolo di potere di dimensioni planetarie, ma anche, e forse soprattutto, perché a farlo è il capo della Chiesa cattolica, da sempre ritenuto depositario di un potere umano-divino, perciò intoccabile.

Il termine “papa”, che deriva dal greco “pàppas” si riferisce all’espressione familiare di “padre”. Tuttavia egli è anche giuridicamente il Romano Pontefice, appellativo che lo designa come successore di Pietro sulla cattedra di Roma e detentore di una “potestà piena e suprema” nella chiesa di Cristo. Da sempre quindi il papa è stato tributario di una concezione che lo ha visto al centro di una posizione privilegiata a motivo del suo ruolo di capo e sovrano, ma anche di una sua particolare vicinanza col divino che a volte lo ha reso in qualche modo una figura quasi mitologica.

In altri termini, sembra che la persona del pontefice sia da un lato “ostaggio” dell’istituzione, dall’altro sia afferrata da un potere divino che la rende metastorica ed in un certo senso astratta. Tuttavia ragioni di ordine intellettuale e di fede indicano una diversa chiave di lettura riguardo il modo di considerare la figura del papa. Essa va collocata all’interno della storia umana, quel luogo in cui il Dio cristiano ha scelto di incarnarsi, con tutte le conseguenze dei rapporti del divino con l’umano che ne scaturisco.

Il papa, quindi, è fondamentalmente successore del primo tra gli Apostoli, Pietro, colui al quale Gesù affidò il compito di edificarela Chiesa. Lafunzione umana del servizio precede la tonalità istituzionaledel ruolo del papa. Questo in realtà lascia spazio all’afflato profetico della figura del papa che ne costituisce il nerbo e senza il quale si cristallizza il papa stesso in una nicchia ideologica. Alla luce di questo non mi sembra possibile intravedere nelle dimissioni del papa in filigrana una certa “apertura” alla post-modernità, a motivo del fatto che non vi sono gesti in tal senso che facciano pensare ad una consuetudine di questi tempi.

Mi sembra invece di poter scorgere in questa decisione, tra l’altro, la ragionevole consapevolezza di non poter svolgere bene il ministero affidatogli in un momento storico come questo, in cui l’efficienza è implorata ad ogni livello.

Gli inevitabili paragoni col suo predecessore, poi, non rendono onore alla verità posto che sono diversi i tempi e le persone. Quel che è stato per Giovanni Paolo II la malattia, per Benedetto XVI è l’amara consapevolezza di vedere assente il “suo” Gesù in un mondo come questo in cui si parla tanto e male, non si sa più ascoltare o rimanere un po’ in silenzio.

Non è per sfiducia, ma una scelta che interpella la responsabilità di tutti, credenti e non credenti, in una importante quanto profonda presa di coscienza per recuperare il senso civile ed etico del vivere e della storia. Se le forze fisiche di Benedetto XVI sono al minimo, la sua fede e la sua ragione godono di ottima salute. D’altra parte lui è il papa teologo.

Anna Maria Fiammata

Docente di Teologia

 

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