Pubblicato in: Gio, Gen 29th, 2015

Quirinale/Il Senatore De Giuseppe racconta…

Tutta la storia riguardo le elezioni dei Capi di Stato Italiani e la sua esperienza come Candidato di Bandiera. 

“QUANDO NEL ’92 ‘RISCHIAI’ DI ESSERE ELETTO PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA” 

Quirinale

“Un giornalista mi confidò che il Msi si apprestava a votare il mio nominativo. Se ciò fosse accaduto, forse sarei stato eletto”.  

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“Per passare all’elezione diretta del Capo dello Stato bisogna riscrivere la seconda parte della nostra Costituzione. È tempo di farlo. Sono norme non più adeguate”.  

L’ultima elezione del Capo dello Stato è, nella storia della nostra Repubblica, l’undicesima da quando il 1° gennaio 1948 entrò in vigore la Costituzione. Prima di quella data, subito dopo il referendum popolare che il 2 giugno 1946 aveva isti­tuito la repubblica, a svolgere le funzioni di Capo Provvisorio dello Stato era stato chiamato Enrico De Nicola.

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Lo elessero soltanto i deputati, perché il Senato regio era decaduto. Gli italiani vivevano gli anni diffi­cili ma esaltanti dell’immediato dopoguerra: non bisognava ricostruire soltanto il molto che la guerra aveva raso al suolo, ma anche creare il nuovo Stato democratico, indicando nella costituzione diritti e doveri dei cittadini e delineando le istituzioni della nuova struttura statuale.  

DE NICOLA: IL CAPO PROVVISORIO

De Nicola era stato chiamato a svolgere le funzioni sino a quando la costituzione non fosse entrata in vigore. La sua designazione, tra tanti altri esponenti del liberalismo antifascista, fu influenzata dall’essere stato il protagoni­sta, dopo il congresso di Bari e poco prima della liberazione di Roma, del compromesso tra la Corona ed il Comitato di Li­berazione Nazionale che portò alla delega, da parte di Re Vit­torio Emanuele III, al figlio Umberto a svolgere le funzioni sovrane. Stimato da monarchici e da repubblicani, De Nicola, che non aveva nascosta la preferenza per la monarchia, fu ritenuto da entrambi gli schie­ramenti il migliore garante nel difficile periodo del passaggio istituzionale.

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De Nicola non deluse e svolse il suo compito con saggezza, equilibrio e senso dello Stato. Una volta entrata in vigore la Costituzione, divenne neces­sario, però, procedere all’e­lezione del presidente della Repubblica secondo quanto previsto dall’art. 83. Tale articolo stabilisce che parteci­pano all’elezione i deputati ed i senatori assieme ai rappre­sentanti regionali, eletti tre per ogni regione ed uno per la Val d’Aosta. I delegati regionali in dalla presero parte alle votazioni dopo le istituzione delle regioni avvenuta nel 1970. 

EINAUDI: PRIMO PRESIDENTE

De Gasperi, che era il rico­nosciuto massimo esponente della Democrazia Cristiana, fu il regista dell’elezione del primo presidente. Convinto fosse necessario assicurare alle nuove istituzioni il più largo consenso popolare, De Gasperi suggerì agli organi direttivi del partito di maggioranza relativa di proporre non un “cattolico”, che già guidava il governo, ma un “laico”.

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La scelta cadde su Carlo Sforza, Ministro degli Esteri e suo stretto collabora­tore nella difficile trattativa con gli alleati per il trattato di pace. Malgrado l’indiscussa autorevolezza di De Gasperi, la designazione di Sforza non fu condivisa da un gruppo di gran­di elettori i quali, nel segreto dell’urna, impedirono l’ele­zione del ministro degli esteri. Fu necessario trovare un altro candidato che fu individuato in Luigi Einaudi, ministro del te­soro e protagonista della ripresa economica. I franchi tiratori non si opposero e Luigi Einaudi fu eletto primo Presidente della Repubblica italiana.  

GRONCHI E I DISOBBEDIENTI

Sette anni dopo anche Fan­fani fu costretto a fare i conti con i disubbidienti del suo e degli altri partiti. Seguendo il suggerimento di De Gasperi, anche la Democrazia Cristia­na di Fanfani si orientò per un “laico” indicando Cesare Merzagora, che era stato ministro per il commercio con l’estero ed, a quel tempo, pre­siedeva il Senato. Merzagora non superò il veto dei franchi tiratori. A Fanfani, che riteneva di controllare tutto, non restò altro da fare che orientarsi per il democristiano Giovanni Gronchi, come volevano molti dei franchi tiratori.

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Queste due esperienze, fecero emergere sin dall’inizio la in­credibile forza che, nel segreto dell’urna, hanno i dissenzienti. Anche un piccolo manipolo di franchi tiratori, infatti, può impedire il successo di una candidatura faticosamente concordata. I franchi tiratori hanno sempre condizionato le votazioni per il capo dello Stato. Così fu per quella di Segni nel 1962, di Saragat nel 1964, di Leone nel 1971, di Pertini nel 1978 e di Napolitano nel 1999. Soltanto in due elezioni i franchi tiratori non entrarono in attività. Fu per l’elezione di Cossiga, nel 1958 e di Ciampi, nel 1999. Gli accordi raggiunti tra le forze politiche furono, allora, più forti della subdola iniziativa dei disobbedienti.  

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