Pubblicato in: Ven, Ago 29th, 2014

Esclusiva/“Ecco come cambia la grande comunità di Borgo San Nicola”

È la prima volta che la Direttrice del Carcere di Lecce, Rita Russo, concede un’intervista.

“Il carcere è fatto anche di tante persone che lavorano e che spesso io personalmente definisco gli “invisibili”, ma soltanto perché non sempre ci si sofferma a pensare al loro impegno per garantire la sicurezza dell’Istituto”.

Borgo san Nicola Lecce carcere

“L’Arcivescovo non è solo un’autorità per noi o per i detenuti, ma un amico su cui contare, che ci viene a trovare, visita anche le celle d’isolamento, incontra spesso i familiari suscitando in tutti l’autentica carità cristiana”.

“La periferia esistenzia­le di Borgo San Nico­la domanda a tutti noi un’attenzione nuova e cordiale. Alle istitu­zioni chiamate a farsi carico ad es. degli ex detenuti in difficoltà e che raramente riescono ad assolvere il loro compito per mancanza di fon­di, a noi credenti, l’impegno a non volgere le spalle a questi nostri fratel­li difficili, impegnandoci perché l’e­sercizio della giustizia metta sempre al centro la persona umana e che sul discorso pena ‘arrivi sempre più forte la luce della misericordia e dell’amo­re’ (V. Trani).  Giunga a questi nostri fratelli dete­nuti e a tutti gli operatori di Borgo San Nicola l’assicurazione che non li dimentichiamo e che per ciascuno di essi c’è il nostro sincero e cordiale saluto”. Così, l’Arcivescovo D’Am­brosio qualche giorno fa, in un pas­saggio del messaggio alla città.

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Normalmente in Italia i mass media parlano delle prigioni italiane come di luoghi nei quali si sono ac­cumulate tante situazioni problemati­che. Del diritto di tutti alla concreta dignità e della situazione della Casa Circondariale Lecce di Borgo San Nicola già tempo fa ne trattammo a lungo per L’Ora del Salento con il Direttore Fullone. Ci siamo ritornati per conoscere gli eventuali mutamen­ti e ne parliamo con la nuova Diret­trice, la dottoressa Rita Russo, che ha avuto un primo incarico per questi mesi e che ringraziamo vivamente per la gentilezza e la disponibilità a concedere al nostro Settimanale que­sta lunga conversazione, la sua prima intervista.

UN “POPOLO” DI 1200 PERSONE

Dottoressa, ci parli innanzitutto del Penitenziario leccese…

Quando si parla di carcere, si fa subito riferimento ai detenuti e oggi la nostra popolazione carceraria si compone di circa 1200 persone. In realtà, però, il carcere è fatto di tan­te altre persone che lavorano e che spesso io personalmente definisco gli “invisibili”, ma soltanto perché non sempre ci si sofferma a pensa­re al loro impegno per garantire la sicurezza dell’istituto. Mi riferisco soprattutto agli uomini e alle donne della Polizia Penitenziaria che egre­giamente e con sacrificio svolgono il proprio dovere in un ambiente spesso ostile, oltre a tutti gli impiegati civili occupati nel comparto ministeri che pur occupandosi della gestione am­ministrativo contabile dell’istituto non sono assolutamente una parte re­siduale del carcere bensì ne costituiscono una parte fondamentale. Non da ultimi i tanti volontari che con un impegno serio, si danno da fare nel penitenziario, occupandosi di perso­ne sofferenti e solitarie, tentando di far diminuire l’acutizzarsi dei loro problemi.

Figure importanti, quindi, per un trattamento ispirato vera­mente al senso di umanità…

Si tratta di operare in un mondo molto complesso e se l’organizzazio­ne funziona bene lo si deve soprattut­to al personale che vi lavora all’in­terno. Ci sono persone qualificate che nonostante la spending review e le difficoltà insite in un carcere sono disposte a sacrificare se stessi per il forte senso di civiltà che caratterizza il loro lavoro.

L’articolo 27 della Costituzione italiana afferma che le pene de­vono tendere alla rieducazione del condannato.

Rispetto ad altri corpi di polizia, il corpo di polizia Penitenziaria, al di là del compito primario di tutela della sicurezza, ha un valore aggiun­to, ovvero quello di contribuire al cambiamento delle persone. Impresa assai ardua che richiede molto sacri­ficio e spirito di abnegazione per il lavoro, non è semplice riuscire a far comprendere a chi ha sbagliato che si può cambiare vita. Un impegno che essa assolve quotidianamente: sono le persone a più stretto contatto con i detenuti, assorbendone le ansie, le paure i, tormenti, e l’ infelicità di non poter vedere i propri figli.

Certo, un compito proprio gra­voso, a volte carico di situazio­ni difficili.

Infatti, la Polizia Penitenziaria deve riuscire a mediare situazioni controverse, che sono insite nella espiazione di una pena detentiva: non dimentichiamo che chi per la pri­ma volta viene arrestato e tradotto in carcere inizia un percorso di deten­zione con un “atto di violenza” quale è la privazione della libertà, rifiutan­do il pensiero che la sua condizione discende invece dall’aver violato le leggi dello Stato. L’impegno della Polizia Penitenziaria è un esempio positivo per tutti da far conoscere per il valore e non attraverso i clamori di cronache giornalistiche.

RIEDUCARE IL CONDANNATO

Secondo la Costituzione, “i trat­tamenti devono tendere alla rie­ducazione del condannato”…

La principale stortura del so­vraffollamento è indubbiamente il pericolo di” spersonalizzare” il trat­tamento prevedendo percorsi uguali per persone che uguali non sono. Vi è lo sforzo di noi operatori penitenziari di riuscire ad arginare questo feno­meno distorto garantendo ad ognuno percorsi trattamentali mirati e fun­zionali a dar loro almeno i propositi dir una vita civilmente corretta fuori dalle mura carcerarie, con la consa­pevolezza di aver sbagliato in pas­sato ma con l’idea positiva di poter ancora sperare in una vita normale, insieme agli altri.

Esiste una collaborazione fra il carcere ed i comuni limitrofi? In particolare, come vi supporta il Comune di Lecce?

Certo, il contributo di alcuni Co­muni della zona è stato determinante per noi. Mi piace ricordare i protocol­li d’intesa sottoscritti con il Comune di Lecce, con il Comune di Galatina e quello di Veglie per l’ammissione di alcuni detenuti in lavoro all’esterno che spero si possano concretizzare a breve, come è avvenuto per il proget­to in atto con la Caritas che ha dato ad alcuni detenuti un lavoro rego­larmente remunerato nel Santuario della Madonna di Roca. Siamo stati coinvolti anche nel progetto di Lecce “Capitale della Cultura 2019”, nel cui ambito è stata data l’opportunità ai nostri detenuti di esporre le pro­prie idee e le proprie speranze per una città rinnovata.

L’opinione pubblica conosce pure tante situazioni di disagio e di sofferenza da parte di chi subisce una pena. Di tanto in tanto, comunque, vengono alla ribalta alcune attività sociocul­turali realizzate dai carcerati volte al recupero ed alla riedu­cazione: ne condivide la valuta­zione positiva?

Sono molto orgogliosa del succes­so che sta incontrando il laboratorio teatrale dell’istituto con lo spettacolo teatrale di Paola Leone che tra non molto, grazie alla condivisione del progetto con la dott.ssa Dominioni, Presidente del Tribunale di Sorve­glianza, sarà parte di un progetto im­portante, visto che per la prima volta lo spettacolo si svolgerà fuori dalle mura carcerarie, nel teatro Paisiello di Lecce, proprio durante la visita della Commissione Europea destina­ta a scegliere la città meritevole del titolo di Capitale Europea della Cul­tura 2019: non a caso Paola Leone è stata riconosciuta a livello locale ec­cellenza del nostro territorio. Merito va anche ad Officina Creativa, che ha portato il marchio Made In Carcere sul mercato nazionale ed europeo al laboratorio editoriale di Piano di Fuga, uno dei primi in Italia ad esse­re fondato per detenuti in “alta sicu­rezza”. Ed ancora Lecce è stato uno dei primi istituti ad avere la Scuola Superiore di ragioneria e ha il vanto di avere detenuti iscritti a corsi uni­versitari, (anche nel passato recente detenuti hanno conseguito la laurea) grazie all’impegno dei volontari.

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