Pubblicato in: Gio, Nov 27th, 2014

Fino all’ultimo respiro… Un grande atto di coraggio

Eutanasia/Il Dott. Silvio Colonna: chi può stabilire se una vita è degna di essere vissuta o no? E sulla base di quali criteri? 

“Qualsiasi pratica di tipo eutanasico sancisce la sconfitta professionale ed umana di quel medico che la realizza. Ma non della medicina che invece mette a disposizione del professionista tecniche in grado di aiutare l’ammalato senza togliergli la vita”. 

euthanasie

“Non vi è una eutanasia buona ed una eutanasia cattiva. Eutanasia significa provocare la morte commettendo azioni che la causano, l’azione è sempre di tipo “commissivo” e l’obiettivo è identico: ottenere in tempi brevi la morte dell’ammalato”. 

Silvio Colonna, già pri­mario di Anestesia e Ri­animazione presso l’O­spedale di Tricase per 18 anni dal 1990 al 2008 con la collaborazione delle Suore Marcelline, ha creato e sviluppato il Centro di Ri­animazione ed il Centro di Medicina del Dolore. Successivamente è stato Primario di Anestesia e Rianimazio­ne presso l’Ospedale di Copertino.

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Dal 2010 dirige la Terapia Intensiva per Gravi Cerebrolesioni Acquisite presso la Casa di Cura Villa Verde di Lecce, Accreditata presso il Servizio Sanitario Regionale. In tale Terapia Intensiva vengono curati pazienti provenienti da Ospedali di tutta la Pu­glia, affetti da lesioni cerebrali acute (traumi, ictus etc.) e che necessitano di intraprendere precocemente un percorso neuroriabilitativo in Terapia Intensiva. Con lui abbiamo affrontato problemi legati all’eutanasia dal punto di vista scientifico e medico.

Dott. Colonna, in questi giorni, si parla spesso di eutanasia sui giornali e nelle varie trasmissio­ni televisive. Dal punto di vista scientifico e come medico che ha fatto il giuramento di Ippocrate, come valuta l’eutanasia?

Da sempre la relazione medico-paziente è rivolta alla tutela della vita ed alla promozione della salute, e per­tanto è da sempre asservita ad un pro­getto di vita e non di morte. Quando interviene l’eutanasia, si determina inevitabilmente la rottura del rappor­to medico-paziente. Anche l’eutanasia “passiva”, cioè la sospensione di cure già in atto al fine di provocare la morte, interrompe il rapporto medico-paziente: il medico diventa testimone passivo e inerte di una morte evitabile e inattesa, macchiandosi delle colpe di “abbandono” terapeutico e di man­cato soccorso. I sostenitori dell’euta­nasia dicono che la morte è un diritto. Non è vero. La morte è invece un fatto, un accadimento. Se fosse un diritto, a tale diritto dovrebbe corrispondere un dovere del medico a metterla in atto. E ciò è semplicemente assurdo.

L’etica proposta dalla Chiesa Cattolica ha una posizione ben definita. Ad esempio, nel 1979 Giovanni Paolo II, citando la Gaudium et Spes, ne trattò rivol­gendosi ai vescovi statunitensi con queste parole: “…l’eutanasia o l’uccisione per pietà… è un grave male morale… Tale uccisione è incompatibile col rispetto per la dignità umana e la venerazione per la vita. Papa Francesco, poi, si è espresso contro quella che definisce la “cultura dello scarto” che “ri­chiede di eliminare esseri umani soprattutto se fisicamente o so­cialmente più deboli”. Cosa ne pensa a riguardo?

I sostenitori di scelte eutanasiche fanno riferimento a concetti come “di­gnità della morte”, “vita non degna di essere vissuta”, “qualità di vita”. Chi può stabilire se una vita è degna o non è degna di essere vissuta? Sulla base di quali criteri? Quali sono gli stan­dard minimi di accettabilità di una vita cosiddetta “dignitosa”? E per quali malattie? Per i tumori ormai in­guaribili? Per gli Stati Vegetativi? An­che per le Demenze? Chi decide? Può essere l’ammalato le cui condizioni psichiche sono alterate dalla soffe­renza in atto se non pure dai farmaci somministrati? Può un “testamento” fatto allora, quando la persona era sana, essere valido ora che è divenuta una persona ammalata? Sfido chiun­que a dare risposte certe e valide per tutti ed in tutte le circostanze a tali domande. Ed in mancanza di risposte certe, vuol dire che l’eutanasia si basa su concetti del tutto “ arbitrari” che lasciano spazio ad interpretazioni alle più diverse, in buona o in cattiva fede, riguardo ad una fase – quale quella del passaggio dalla vita alla morte – che interessa l’essenza stessa della perso­na umana. E l’arbitrarietà dell’agire umano è il presupposto di possibili condotte umane, sia individuali che collettive, rispondenti a logiche an­che di tipo economico o politico che, lungi dal rispettare la dignità umana, promuovono nei fatti quella “cultura dello scarto” di cui ha parlato Papa Francesco.

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Secondo quale criterio si può decidere quando bisogna insi­stere con la cura senza cadere nell’accanimento terapeutico e quando bisogna arrendersi alla morte incombente senza cadere nell’eutanasia?

In sintonia con quanto affermato dal Codice Deontologico del Medi­co, non è giustificabile l’accanimento diagnostico-terapeutico, ovverossia l’ostinazione in trattamenti diagno­stici e terapeutici da cui non si possa fondatamente ottenere un beneficio per la salute dell’ammalato quando la morte è prevista in tempi brevi. In questi casi, la decisione di “limitare le cure”, a differenza dell’eutanasia, non interrompe assolutamente il rap­porto medico-paziente, anzi comporta un maggiore impegno assistenziale che valorizza tale rapporto. Faccio un esempio: certamente non è giusti­ficabile sottoporre a emodialisi per blocco renale un paziente il cui corpo è devastato da un tumore in fase avan­zata. Tale decisione non interrompe il rapporto medico-paziente in quanto l’opera del medico deve continuare perché l’ammalato ha ancora bisogno di lui.

In molti affermano che gli argo­menti contro l’eutanasia siano fondati solo su motivazioni reli­giose, prevalentemente su una concezione teologica della vita. È giusto imporre una visione di fede a chi non è credente?

L’eutanasia collide con il fatto stesso di essere medici, indipenden­temente dalla confessione pratica­ta. Come ho già avuto modo di dire, l’eutanasia interrompe bruscamente e definitivamente la relazione medico-paziente, relazione che, da sempre, ha come obiettivo la protezione della vita e della salute. Pertanto non è neces­sario neanche ricorrere al concetto di “sacralità della vita” che per noi cristiani è ovviamente un principio irrinunciabile. Qualsiasi pratica di tipo eutanasico sancisce la sconfitta professionale ed umana di quel me­dico che la realizza. Sottolineo che la sconfitta è “di quel medico”, non della Medicina che invece mette a disposi­zione del medico tecniche in grado di aiutare l’ammalato senza togliergli la vita.

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