Pubblicato in: Gio, Mag 14th, 2015

Francescani laboriosi del Salento: Ghezzi, Trianni, Marzo, Lazzaro

Sulle orme del Poverello d’Assisi… 

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San Francesco d’Assisi volle essere povero conformandosi al modello Gesù di Nazareth. Tutti quelli che seguivano San Francesco erano desiderosi di possedere lo Spirito del Signore per vivere alla sua presenza. Lo stile di vita di San Francesco fu formalizzato in una Regola di vita accettata dalla Sede Apostolica. Molti tra gli scrittori sono stati affascinati dal vissuto di San Francesco d’Assisi e dei suoi seguaci. Già Dante Aligheri nel Canto XI del Paradiso elogia il Santo di Assisi. Alessandro Manzoni nei Promessi Sposi descrive l’azione battagliera del francescano Padre Cristoforo e la saggia laboriosità del suo confratello Fra’ Galdino per il quale il convento seicentesco si presentava “come il mare che riceve acqua da tutte le parti, e la torna a distribuire a tutti i fiumi”. Anche Ignazio Silone in Vino e Pane dipinge il comportamento di Fra’ Gioacchino, un frate questuante della prima metà del secolo XX “tutto impolverato e infangato con la bisaccia sulle spalle quasi vuota, egli si considerava come l’asino del Signore”. Uno stile di vita quello di San Francesco aperto al convivio delle diversità per cui il francescano preferisce alla struttura piramidale la forma sinodale cioè egli vuole camminare insieme sulla stessa strada. San Francesco osservava ogni giorno la com­posizione della sua società, compresa quella ecclesiastica e notava che essa era fatta da “frati mosche” (leggi: fannulloni) e da “frati asini” (leggi: laboriosi). San Francesco ovviamente era ed è tifoso dei frati asini (laboriosi).

Ghezzi

Amo ricordare alcuni di questi frati asini che hanno operato sul nostro territorio leccese: Fra’ Giuseppe Ghezzi da Lecce (1887-1955). Egli da ricco che era si fece povero, metten­dosi in cammino sulle strade del Salento per raccogliere la carità della gente per ridistribuirla a chi aveva bisogno. Fra’ Graziano Trianni da Gallipoli (1903-1963) Lo rivedo in cammino con la bisaccia in spalla. Nella stessa bisaccia metteva insieme il pane che riceveva dalla gente e una copia della Bibbia da cui egli non si separava mai. Fra’ Giuseppe Marzo di Novoli (1896-1967). Egli era il questuante nonostante avesse una menomazione fisica in una gamba e nel braccio destro, egli era sempre in attività. Quando l’età e i malanni lo ridussero all’im­mobilità, ripeteva con fastidio e tra le lacrime: Mangio il pane che non mi sono lavorato. Fra’ Michele Lazzaro di Massafra (1916-1992) sempre in via, sempre a piedi, sempre con la bisaccia al collo. Ebbi la grazia di raccogliere la sua ultima confessione, ricordo benissimo: mi sollevò le sue mani sotto i miei occhi e mi dis­se: Con queste mani ho sempre lavorato e sono pulite! Noi suoi confratelli ponemmo accanto al suo corpo la sua bisaccia quale simbolo e trofeo del suo onestissimo lavoro. Quel nostro gesto era carico di riconoscente gratitudine.

Antonio Febbraro

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