Francesco G. Raganato/Il Sogno: Raccontare con le immagini/Da Copertino a Tripoli per un nuovo programma su Sky
Quali premi ha vinto nel corso della sua carriera e quale ritiene più significativo?
Oltre al Prix sopra menzionato, ho vinto il Salento International Film Festival ed il Satricum Doc festival, ed il Festival del Cinema Invisibile. Non partecipo tanto ai festival perché non ci sono Festival per i documentari televisivi. Il più significativo è il Gran Prix ovviamente, non perché è più importante, ma perché è stata davvero una soddisfazione enorme che ha sancito un sodalizio duraturo e prolifico con il produttore Andrea Patierno.
Come si colloca il tacco d’Italia rispetto alla creatività artistica, intesa in senso lato? Abbiamo sufficiente fermento culturale e voglia di riscatto per poter pensare di ricostruire un futuro con i mezzi che abbiamo a disposizione, o l’unica soluzione è ancora la “fuga dei cervelli”?
Non saprei dire come si colloca il tacco d’Italia rispetto alla creatività artistica. Ci sono molti talenti nella nostra provincia, è vero, ma il rischio è appunto quello di rimanere provinciali. La fuga di cervelli in realtà non è una fuga, è una via. Parlo per me: non mi piace rimanere in un posto, mi piace partire e poi tornare. Tornare è importante, non rimanere. Quando devo girare qualcosa di mio, senza le committenze televisive, torno sempre a Lecce a farlo. Se vogliamo fare invece un discorso prettamente lavorativo, la risposta è molto semplice: per lavorare nell’ambiente televisivo o cinematografico, a meno che non si è già un nome affermato, bisogna essere fisicamente dove c’è il business, quindi Roma o Milano.
Quanto si sente legato alle sue radici?
E’ un legame che affiora sottopelle. Sono un salentino atipico: parlo male il dialetto, non mangio cozze, prediligo atmosfere nordeuropee. Poi però nei i mei lavori, ci sono sempre un disincanto e un’ironia che sono tipiche di chi è portatore sano di “pensiero meridiano”, quell’attitudine che ha chi nasce al di sotto di una certa latitudine geografica.
Quali sono i prossimi lavori in cantiere?
Ci sono tanti progetti in cantiere, che spaziano dal documentario all’intrattenimento. Io e Andrea Patierno, con i ragazzi della sua casa di produzione,la Todos Contentosstiamo lavorando molto su carta e sui contatti. Abbiamo riscontri molto positivi, appena i canali televisivi a cui ci rivolgiamo ci danno il via libera, partiamo.
A dicembre partirà un nuovo programma per Sky, di cosa si tratta?
Il programma in questione si chiama Fotografi, ci tengo particolarmente perché è una mia creatura. Il format è molto semplice: il mondo di oggi raccontato dallo sguardo di grandi fotografi italiani. Ogni fotografo racconta un aspetto della contemporaneità: si va dalla primavera araba, alla decadenza morale della seconda repubblica, alle stragi di mafia, ai matrimoni trash napoletani. Temi lontanissimi tra di loro, accomunati da un unico denominatore, la Fotografia. Trovoassurdo che nessuno ci abbia mai pensato prima, in questo modo si può raccontare qualsiasi cosa.
Come lo avete realizzato?
La realizzazione è stata avventurosa, siamo stati in posti difficili come Gaza o Tripoli, dove mi trovo mentre faccio quest’intervista. La produzione è di Andrea Patierno, non poteva farla nessun altro questa serie. Serviva la giusta dose d’incoscienza, visionarietà e caparbietà, e lui ne ha a sufficienza. Non ho girato tutte le puntate da solo, me le son divise con un ottimo regista e fotografo, Gianni Troilo, che ha girato delle puntate di una bellezza magnetica. Per il montaggio abbiamo scelto montatori di cinema, volevamo gente che portasse dentro di sé un racconto, e ti posso assicurare che due di loro Johannes Nakajima e Giuseppe Trepiccione sono davvero i migliori sulla piazza in questo momento. Sono otto puntate da mezz’ora. Andranno in onda da Dicembre su un eccellente canale, Sky Arte.
Che ruolo riveste l’immagine oggi?
L’immagine oggi è quasi tutto. L’immagine che uno dà di sé attraverso i social network, le immagini vere o false che divoriamo ogni giorno: siamo circondati, per non dire assediati dalle immagini. È paradossale che un linguaggio così delicato, difficile ma anche immediato come quello fotografico, non venga insegnato nelle scuole dell’obbligo. Ce ne sarebbe un disperato bisogno: le immagini sono un mezzo di manipolazione ed illusione potentissimo. Imparare a leggerle, a riconoscerle, a maneggiarle, ci renderebbe più acuti e meno indifesi.
Cosa pensa della fotografia?
Come intendo la fotografia? Cito Letizia Battaglia: “Non so dirti quando una foto è bella o no, ma la so riconoscere. È come quando ti innamori di qualcuno, tu non conosci niente di quella persona, ma senti che c’è qualcosa che fa per te”.La Fotografiaper me è quell’istante in cui ci si innamora.

















