Pubblicato in: Gio, Ott 30th, 2014

GETTATE LE RETI/CHIESA E MEDIA TRA CORAGGIO E CURIOSITÀ

Seàn-Patrick Lovett, da quasi quarant’anni impegnato nella Comunicazione Ecclesiale.

“Due i criteri di scelta: se un mezzo è buono e non nuoce a nessuno, e se un mezzo è utile all’umanità ed effettivamente porta ad una migliore relazione con l’altro e naturalmente con Dio”.

Foto SEAN

Abbiamo intervista­to il Prof. Seàn- Patrick Lovett, impegnato da ol­tre 37 anni nella comunicazione ecclesiale e ospite del primo incon­tro di “gettate le reti”, il labora­torio dal basso sulla “scommes­sa digitale” partito nella nostra diocesi giovedì 23 ottobre.

Dopo aver avuto esperien­ze dirette con 5 Pontefici, lei oggi ha detto che c’è un disegno provvidenziale non solo nell’ambito della guida magisteriale ma an­che in quello della comuni­cazione…

Sempre parlo dei 5 Pontefi­ci che ho conosciuto e con cui ho lavorato. Ognuno ha avuto il suo stile, uno stile specifico, un modo di comunicare sia il contenuto che la forma. E c’è però un filo conduttore che ac­comuna questi pontefici: è l’au­tenticità, è la credibilità, sia nel contenuto che nel modo di comunicare questo contenuto. Non è un caso che abbiamo be­atificato Paolo VI, pochi giorni fa; non è un caso che Giovanni Paolo II sia Santo. Io spero di vedere anche Giovanni Paolo I santo, perché tutti e 5, anche Francesco, con il suo grande fascino, è autentico nel modo di porre il messaggio del Vangelo.

La sua biografia è molto singolare e anche la sua attività nel campo della co­municazione Vaticana…

Singolare è questo trittico: essere nato in Africa, essere di origini irlandesi ed essere Ita­liano di adozione, che è proprio quello che mi sento. È vero, mi dà una prospettiva universale sull’umanità, sulla Chiesa; mi sento molto vicino all’Africa, passo parecchio tempo lì lavo­rando a diversi livelli o con le Conferenze Episcopali, o con iniziative che riguardano la co­municazione, o dentro i semina­ri; però sono Europeo e quindi questi 2 aspetti sono utili anche per il lavoro che svolgo. Forse a causa della vecchiaia che in­combe, ma è interessante che ad un certo punto della vita, senza che uno lo cerchi, sono gli altri a cercare te perché credono che abbia qualcosa da dire per la tua esperienza. Quindi, in que­sto momento della mia vita, mi trovo sempre di più ad offrire qualcosa nei seminari, ad es­sere chiamato a partecipare a conferenze, anche come questa a Lecce, a condividere quella che è la mia esperienza in di­verse parti del mondo e dentro al Vaticano, e cercare di dare una prospettiva “da dentro a fuori” e “da fuori a dentro”.

Lei parla di “magia della comunicazione”, perché il messaggio con la M maiu­scola è legato a persone piccole…

La comunicazione è magia in quanto è relazione, è qualco­sa che va al di là di una spie­gazione concreta. Come si fa a spiegare la magia di un rap­porto, di una relazione con altre persone, con Dio, con la fede, con la natura, con il mondo che ci circonda? È una scoperta continua, ecco perché credo non scriverò mai un libro, perché ogni giorno che penso di farlo, giro pagina e scopro che è tut­to un altro capitolo che sta per essere letto. Anche in questo c’è magia, la scoperta continua di una comunicazione, non soltan­to attraverso la tecnologia, che è affascinante, che continua a sfidarci, però anche sul modo di comunicare questi messaggi ad un mondo disperatamente biso­gnoso di messaggi significativi, non superficiali, non gossip, non la quotidianità, ma mes­saggi che danno significato alla nostra esistenza umana, che rispondono a quelle domande profonde del “chi sono”, “per­ché sono qui”, “da dove vengo” e “dove sono destinato”.

“Quando il Papa parla, il mondo ascolta”, le diceva­no alcuni ragazzi in Africa. Qual è la forza della comu­nicazione?

Aprire quella dimensione in­teriore, la comunicazione parte prima di tutto dentro di noi, mi piace tantissimo il mio verso del Vangelo preferito, che è quello che riguarda il comandamento più grande. Se non crediamo al caso, il fatto che questo co­mandamento viene ripetuto in 3 Vangeli: Matteo, Marco e Luca. Praticamente le stesse forme, viene chiesto a Gesù quale è il più grande dei comandamenti e risponde, l’amore per Dio, l’a­more per il prossimo e l’amore per sé stessi. In tutte le omelie che ho sentito su questo argo­mento ci si concentra sempre sui primi 2 passaggi e si dimentica che io non posso amare Dio se non amo te, ma non posso amare te se non amo prima me stesso. Questa è comunicazione, questo trittico che parte da una consa­pevolezza, da una conoscenza di me stesso e che mi porta quindi ad entrare in relazione con te, ed è questa relazione che portia­mo in alto e diventa la relazione, la comunicazione con Dio.

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Alla luce dell’interessante lezione che ha tenuto qui da noi per il Laboratorio “Gettate le Reti”, in che modo comunica oggi la Chiesa Cattolica?

Con coraggio e con curiosi­tà. La Chiesa è curiosa di sape­re cosa c’è di nuovo nel mondo della comunicazione, la Chiesa è in movimento, è in sviluppo, in evoluzione, è in crescita; la Chiesa è curiosa di affacciarsi ai nuovi mezzi di comunicazio­ne. E con coraggio, perché non è semplice abbracciare le cose che non sempre capiamo lì per lì. Quindi va a tentativi, cerca di scoprire applicando due cri­teri: se un mezzo è buono e non nuoce a nessuno, e se un mezzo è utile all’umanità ed effettiva­mente porta ad una migliore relazione con l’altro e natural­mente con Dio che è scopo e fi­nalità di tutto.

Non si rischia anche qui di fare un uso non sempre corretto delle tecnologie digitali, riducendo le rela­zioni interpersonali in una comunità che nasce per stare insieme sotto la gui­da della Parola?

Non credo che ci sia una contraddizione, anche perché la tecnologia non è né bene né male, è l’utilizzo che ne facciamo a fare la differenza. Quindi, se siamo consapevo­li, se abbiamo cura del mezzo, non vedo perché non possiamo farne qualcosa di nuovo per la Chiesa e per la comunicazio­ne. È necessario però tenere i due aspetti: la comunicazione non è soltanto la tecnologia e la comunicazione digitale, e non può mai sostituire quel­la interpersonale e mi sembra che i documenti che sono usci­ti ultimamente per le Giornate Mondiali per le Comunicazioni Sociali confermino sempre que­sto: che, in un certo senso, il vecchio analogico e il nuovo di­gitale continuano a camminare fianco a fianco. L’analogico che è quella capacità di entrare in comunicazione con l’altra per­sona, cercando di capire l’altra persona sia sempre valido e che i nuovi mezzi di comunica­zione ci assistono nel tentativo di diffondere, nel fare arrivare questi messaggi in modo più efficace, più veloce, e a più per­sone simultaneamente. Queste due dimensioni di comunica­zione: il rapporto umano, che è fondamentale, e i mezzi che ci permettono oggi di raggiungere sempre più velocemente.

Di recente è stato nuova­mente in Sud Africa… che cosa è successo in quei luoghi?

Sono stato invitato dalla Conferenza Episcopale del Sud Africa, che comprende anche piccoli paesi limitrofi. Gli stessi vescovi hanno chiesto due cose: una preparazione sulla crisi me­diatica, cioè che cosa succede quanto succedono cose sgradi­te, arrivano i giornalisti e il ve­scovo di turno non sa cosa dire e cosa fare. Abbiamo creato delle simulazioni con tanto di video e di notiziario come se tutto stes­se succedendo in quel momento e coinvolgendo dei giornalisti professionisti che hanno simu­lato una conferenza stampa, con domande vere su contesti veri, videoregistrando il tutto, per poi rivedere come ciascun vescovo aveva reagito in quella situazione. Ma la cosa più bel­la riguardava i social media. I Vescovi in genere hanno un’i­dea abbastanza vaga di social media e di come si utilizzano, e io non mi ritendo un esperto, quindi abbiamo chiamato i veri esperti: 60 ragazzi di età tra i 12 ai 25 anni, di alcune scuole vi­cine e dell’Università di Johan­nesburg. Questi ragazzi sono “piombati” addosso ai vescovi, hanno potuto sceglierne uno vescovo per l’esperimento. I ve­scovi erano 20, quindi 3 ragazzi per ciascun vescovo.

Lei è anche direttore del­la Radio Vaticana. In che modo si è messa al passo con i tempi conservando la sua missione originaria?

La missione originaria è quella di divulgare la Parola del Santo Padre e della Santa Sede, e di creare un’interfaccia tra la Chiesa e il mondo. Papa, Chie­sa, mondo: questa è la missione e non mai stata cambiata. Sem­plicemente ci siamo adeguati ai nuovi mezzi di comunicazione che ci permettono di fare e di mettere in pratica questa missio­ne in maniera più efficace e più veloce. Attualmente la Radio Va­ticana utilizza ogni piattaforma analogica e digitale conosciuta dall’umanità. Siamo presenti sulle onde corte, sulle onde me­die ed su Fm; siamo presenti sui satelliti così come su Facebook, Twitter, blog, webcasting, podca­sting, YouTube, App: tutto ciò che consideriamo buono e utile ci assiste ad adempiere la missione di divulgazione della parola del Papa, della Chiesa, e il dialogo tra la Chiesa il mondo.

Cosa si sente di voler dire ai giovani, ai preti e a tutti gli operatori parrocchiali e diocesani che utilizzano regolarmente i nuovi stru­menti comunicativi.

Di non dimenticare il “per­ché” li utilizziamo. Che lo scopo non è autocelebrativo o autopromozionale, ma che lo scopo dei mezzi di tutti i mezzi di comunicazione è di creare dei punti di congiungimento, e che la finalità di tutta la comunica­zione è di entrare in relazione con l’altro e con il mondo che ci circonda, per poter capire e ap­prezzare meglio l’uno e l’altro, e per poter amare meglio Dio che è fonte di tutto. 

Servizio a cura di Emanuele Perlangeli

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