Giorgio De Giuseppe/Famiglia: quale ruolo per i Cattolici?
L’ultima parte dell’incontro con il Difensore Civico della Provincia di Lecce.
“Con Papa Francesco si assiste ad un risveglio di sensibilità verso il prossimo e verso le periferie. La politica dovrebbe trarne esempio quale strumento di vicinanza alle esigenze della povera gente”.
“Le riforme, se ben attuate, possono farci prosperare. Nessuno però pensi ai colpi di bacchetta magica. Bisogna pazientare”.
La riflessione sui principi del cattolicesimo e la crisi di valori spirituali (ma anche sulla decadenza economica) della società contemporanea, quando da oltre vent’anni non esiste più la Dc, il partito che egli stesso ama definire non “dei” ma “di” cattolici, chiudono il nostro incontro con il Difensore Civico della Provincia di Lecce, il già vice Presidente del Senato, Giorgio De Giuseppe. Si comincia con la famiglia. “Il discorso sulla famiglia – riflette De Giuseppe – è il vero problema della Chiesa, tant’è che la consultazione che Papa Francesco ha lanciato in tutto il mondo in vista del Sinodo che inizia domenica 5 ottobre, è stata la più vasta chiamata alla responsabilità. L’emergenza è reale, poiché l’assalto odierno alla famiglia è in fase acuta. Anche sul tema delle nozze omosessuali bisognerebbe precisare meglio e scendere nel dettaglio sul fatto che ad alcuno viene contestato il diritto di fare ciò che vuole ma non si devono fare confusioni: la famiglia è un’altra cosa. Se qualcuno sceglie di convivere con una persona del suo stesso sesso, lo faccia pure – si tratta di un fatto strettamente privato – però non può chiedere di essere riconosciuto come “famiglia”. È vero, vi sono delle difficoltà nel momento in cui si scende nel concreto: ‘non posso andare in ospedale ad assistere il mio amico’, ‘non posso ereditare nulla da lui’, potremmo fare una serie di esempi. I cattolici dovrebbero studiare risposte serie e congrue per la soluzione di questi problemi, non basta solo accennarli ma poter dire: ‘chi si trova in questa condizione si avvalga di questo diritto’”. Capitolo adozioni. Il senatore ha le idee chiare. “Anche l’adozione a coppie omosessuali è fuori discussione perché rientra nel concetto di famiglia, Costituzione docet. E allora – si chiede De Giuseppe – perché i cattolici invece di occupare sempre le retroguardie non si mettono insieme per individuare le modalità giuste? Dovrebbero trarre esperienza da quelle battaglie perdute, si pensi al divorzio e all’aborto, e trovare risposte giuste salvaguardando, com’è ovvio, il principio di famiglia che deve rimanere un istituto a parte; è inutile continuare a nascondere questi problemi. Non basta che la Gerarchia ripeta quello che tutti i cattolici sanno a memoria, occorre inventare una strategia che sia di difesa perché la difesa molte volte è l’attacco”. A proposito di Gerarchia ecclesiastica, il discorso scivola naturalmente sulla portata profetica della figura di Papa Francesco. “Tempo fa – racconta il Difensore civico – Papa Francesco in un’intervista al Messaggero, tra le tante cose ha detto che il comunismo ha rubato a noi cristiani la bandiera dei poveri. Sono sostanzialmente d’accordo con lui e mi sovviene quella frase: il primo socialista è stato Gesù. Bisogna guardare al passato con grande rispetto e sincerità e Papa Francesco ha il grande merito di aver assunto il nome del poverello di Assisi, grande scelta. Occorre ringraziare lo Spirito Santo per la ‘selezione’ dei Papi che si sono succeduti, perché, secondo una certa mentalità avviene grazie ad accordi sottobanco tra i cardinali elettori, mentre occorre riconoscere che c’è l’azione dello Spirito Santo.
Dopo le radiose figure di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II ora proclamati santi, la Chiesa doveva essere richiamata, come sta facendo Francesco, a tornare al Vangelo. Non è certamente facile ma si assiste quasi a un risveglio di sensibilità verso il prossimo e verso le periferie. La politica, in questo senso, è lo strumento attraverso il quale la vicinanza alle esigenze della povera gente si realizza”. Sarà la stagione delle riforme a ridare all’Italia la giusta spinta verso la risurrezione socio-economica del Paese? È l’ultima sollecitazione per Giorgio De Giuseppe il quale non si sottrae alla risposta, anzi si muove con delicatezza nel segno della speranza per il Paese. “Le riforme – conclude il senatore – certamente determineranno il benessere nel futuro. Se ben attuate possono farci prosperare, nessuno però pensi ai colpi di bacchetta magica. Lo stesso Fanfani, fra i consigli che dispensava durante i suoi corsi di aggiornamento politico, asseriva: ‘quando volete cambiare un qualcosa, fatelo all’inizio dell’attività in modo che vi sia il tempo per far comprendere ai cittadini il vantaggio del cambiamento e così superare le critiche ricavandone i benefici del cambiamento’. In sostanza, Fanfani diceva che per fare le riforme occorre superare l’opposizione di coloro che non vorrebbero cambiare nulla, l’opposizione degli ipercritici per i quali niente va bene; bisogna concedersi un periodo di esperienza per far emergere il vantaggio della gente che dice: comincia a sorgere il sole. Il discorso non è facile, soprattutto quando si tratta di riforme globali e non della piccola riforma, però senza queste piccole riforme l’Italia morirebbe, in quanto il Paese non può più vivacchiare nelle condizioni in cui è andato avanti sino ad ora. In quasi settanta anni di vita democratica, dal 1947 a oggi si sono succeduti 57 governi ed ognuno in media è durato in carica un anno o un anno e mezzo: non c’è Paese al mondo in cui i governi non restino in carica per cinque anni perché nessun governo può mai sperare di far qualcosa di buono se non ha davanti a sé un tempo di almeno cinque anni. In Italia non sono state compiute riforme, perché un governo le annunciava e poi non aveva il tempo di realizzarle perché decadeva: e quello successivo le bloccava magari solo per modificarne qualcosa. Il sistema è divenuto una macchina che non gira più. Quest’Italia va cambiata, tuttavia, se aspettiamo risultati nel giro di 4-5 mesi resteremo certamente delusi, bisogna pazientare”.
A cura di Christian Tarantino

















