Pubblicato in: Mer, Mag 14th, 2014

Giornata per le Vocazioni/Dal Molin: servire all’altare, terreno buono per il Signore

Venerdì 23 maggio presso il Seminario il Raduno Diocesano dei Ministranti. 

francescoministranti

“Tocca ai sacerdoti, ai catechisti e agli operatori pastorali dedicare un pò più di tempo ed energie ai ministranti, alla loro formazione, per far loro capire la grandezza del compito che svolgono”. 

Abbiamo rivolto cinque semplici domande a don Nico Dal Molin, direttore dell’Uf­ficio Nazionale per la Pastorale delle Vocazioni della Cei, sul tema della 51ma Gmpv appena celebrata, sul­la sua esperienza personale e sull’importanza dell’accompa­gnamento formativo dei tanti ragazzi e ragazze che servono all’altare come ministranti. Nella nostra diocesi venerdì 23 maggio a partire dalla 16,30 presso il Seminario Arcivesco­vile in via Umbria si tiene il ra­duno diocesano dei ministranti che culminerà nell’incontro con il Vescovo mons. Domeni­co D’Ambrosio”.

“Apriti alla Verità, porterai la vita”: è lo slogan scelto per questa Giornata Mon­diale di preghiera per le vocazioni. Da dove nasce e a cosa invita?

Invitandoci a scrutare con fiducia l’orizzonte umano ed ecclesiale, Papa Francesco ci dona il 51° Messaggio per la Giornata Mondiale di Pre­ghiera per le Vocazioni, che si celebra la prossima domenica 11 maggio 2014, alla luce del­la enciclica di Papa Benedetto XVI “Caritas in Veritate” (9): “Le Vocazioni, testimonianza della Verità”. Scrive il poe­ta e scrittore libanese Khalil Gibran (1883-1931): “Chi sa ascoltare la verità non è da meno di colui che la sa espri­mere”. Per cercare di rendere più semplice e attuale la via dell’essere “testimoni della Verità”, abbiamo pensato a questo slogan, che può ben riassumere bene il dono che Dio stesso ci fa della Verità e l’impegno a cercarla da parte nostra. È un invito alla ricerca della Verità di se stessi, della vita, del senso e del perché noi facciamo qualcosa piuttosto che qualcos’altro. È la ricerca di una verità profonda nelle re­lazioni, che ci porti alla bellez­za della “intimità” nello stare insieme; il gusto di sentirci in contatto vivo con il nucleo pro­fondo e vibrante della natura e del creato, degli altri e di noi stessi. È la straordinaria espe­rienza di sentire che quasi toc­co con mano la Verità dell’A­more e della tenerezza di Dio per me. È una Verità con la V maiuscola, che significa “cer­care Gesù stesso”.

Tanti ragazzi vivono l’e­sperienza del servizio li­turgico del gruppo mini­stranti: secondo Lei come mai tanti di loro avvertono la chiamata a mettersi in gioco per Dio nella Chiesa proprio attraverso questa esperienza?

Il servizio liturgico che il ministrante vive, ha rappre­sentato per tanti di noi sacer­doti l’opportunità per entrare a contatto, più da vicino, con la vita dei sacerdoti stessi, dei proprio parroci, e per avere da loro quella parola buona e quel buon esempio che spes­so ci hanno poi portato a se­guirli sulla stessa strada. Ma soprattutto il ministrante vive sull’altare e vicino all’alta­re e, come il piccolo Samuele nella Bibbia, ha una possibilità straordinaria di stare “più vi­cino a Gesù”, che sull’altare si fa vicino a noi attraverso il dono dell’Eucarestia. È questa vicinanza con Gesù e con i Sa­cerdoti, suoi primi testimoni, che può diventare la rampa di lancio per seguire la chiamata alla Vocazione, o quantomeno a lasciare che il piccolo seme che poi germoglia, si depositi nel fondo del proprio cuore.

Dal Molin

Secondo Lei perché molti ragazzi e ragazze hanno invece paura di risponde­re a questa chiamata? è solo questione di paura o può essere anche difficol­tà a mettersi in ascolto?

Indubbiamente la paura è presente, perché oggi per tut­ti noi è più difficile fare delle scelte, soprattutto quando in queste scelte si deve coinvol­gere tutto se stessi e a tempo pieno. Siamo tutti portati a fare scelte parziali e a rima­nere un po’ ai margini con un piede dentro ed uno fuori… Anche il Papa ce lo fa intuire nel suo Messaggio vocazionale di quest’anno: “Come aiutare i ragazzi e i giovani che voglio­no crescere verso il Bene, a non lasciarsi sopraffare dalla “do­lorosa immobilità” delle non scelte, dalla paura contagiosa di gettarsi nella mischia per vivere una “full immersion” nelle tante “periferie di soffe­renza” che la vita ci propone oggi? Come trovare il corag­gio di andare oltre le paure e i timori esistenziali nel proiet­tare la vita e il cuore verso gli spazi aperti del dono, per im­parare l’arte del “volare alto”, abbandonando la sicurezza del ramo a cui tutti noi siamo te­nacemente aggrappati?”.

Una domanda personale in poche battute: come è nata la sua vocazione?

È nata in maniera molto semplice e molto legata all’es­sere anch’io, un piccolo chie­richetto ed un ministrante. Ho iniziato a 6 anni ad alzarmi presto al mattino per andare alla S. Messa, con la mia mam­ma e la mia nonna; ed ero un appassionato di servire all’al­tare con il mio parroco. Lo guardavo con profonda ammi­razione, anche perché era un uomo coraggioso e libero, sa­peva parlare di Gesù facendolo capire anche a noi bambini; e soprattutto ci diceva, alla fine di ogni Messa e di ogni fun­ zione religiosa a cui avevamo prestato servizio: “Grazie, sei stato davvero bravo a veni­re!”. Questa sua fiducia mi ha portato a pensare sempre più all’idea di potermi fare prete come lui e infatti, nonostan­te qualche lacrima della mia mamma, in prima media sono entrato nel Seminario Minore della mia diocesi di Vicenza. E lì, con l’aiuto del Signore e di tante persone care, che mi hanno aiutato e sostenuto, è cominciato il mio cammino per diventare Sacerdote.

Alle volte si pensa che il gruppo ministranti sia una esperienza solo per bam­bini o abbia semplicemen­te la funzione di svolgere alcune specifiche azioni e per questo non nasco­no veri e propri gruppi o mancano cammini forma­tivi adeguati. Secondo Lei può essere importante per i sacerdoti e gli operatori pastorali prendersi cura del gruppo ministranti e con quale motivazione?

Sono assolutamente con­vinto che i Sacerdoti, i catechi­sti e gli operatori pastorali po­trebbero e dovrebbero dedicare un po’ della loro attenzione e del loro tempo alla realtà dei ministranti, alla loro formazio­ne, per far loro capire la gran­dezza del compito che svolgo­no; infatti i ministranti, proprio per la loro presenza e visibili­tà sull’altare, sono chiamati anche a dare il buon esempio di attenzione e di preghiera di fronte a tante persone che vengono in chiesa magari un po’ svogliatamente… I ragazzi hanno una profonda sensibi­lità nel recepire, con impegno e generosità, il dono che viene loro fatto per servire all’al­tare, vicino a Gesù. E questo li porta ad essere come quel “terreno buono” di cui parla Gesù nella sua parabola, dove il seme dell’impegno, del ser­vizio e del sentirsi chiamati ad una vocazione per gli altri, può depositarsi e poi germogliare, secondo le vie che il Signore ritiene più opportune nella vita di ciascuno. Mi auguro che in noi adulti, sacerdoti e ope­ratori pastorali, si risvegli la consapevolezza che l’annuncio di Gesù, in questa fase di vita, rimarrà poi radicato per sem­pre, al di là di dove le vicende personali porteranno a viver­la. Per questo sento di dire un grande grazie a quanti vivono questo ministero di aiuto e di formazione verso i gruppi dei Ministranti.

Tony Bergamo

Lascia un commento

XHTML: You can use these html tags: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

 

Gli articoli più letti